L'ex leader dei Jam inaugura la nuova edizione del festival estense
di Edoardo GandiniVentisette anni fa il sottoscritto vedeva la luce per la prima volta e tre giorni dopo, l’8 settembre precisamente, un poco più che ragazzo Paul Weller suonava, anch’egli per la prima volta, davanti al pubblico ferrarese. Sono passati ventisette anni e il buon Paul, principale figura di riferimento del movimento Mod Revival esploso in Inghilterra alla fine degli anni settanta, ritorna finalmente a Ferrara, invecchiato come un buon scotch scozzese: salmastro e pungente.
A causa delle recenti scosse di terremoto che hanno colpito la città di Ferrara e tutti i suoi abitanti, l’organizzazione ha deciso di cambiare la storica location dei concerti di Ferrara Sotto Le Stelle, abbandonando l’intima cornice del Castello Estense per il Motovelodromo, un immenso prato immediatamente al di fuori dalle mura storiche della città. Parte quindi da questo enorme manto erboso la nuova edizione del famoso festival estense.
Già dall’apertura dei cancelli il prato inizia a riempirsi di basette, magliette con loghi britannici e capigliature che farebbero invidia ai fratelli Gallagher, sottolineando come, anche in Italia, il movimento Mod sia ancora vivo e vegeto.
Il gruppo scelto per aprire il concerto di Weller non ha molto a che vedere con questa cultura ma risulta, fin dalle prime battute, molto apprezzato dai presenti; si tratta di Luca Sapio and Capiozzo & Mecco Band, uno dei più interessanti prodotti italiani esportati all’estero; il successo di questo progetto nasce, infatti, proprio dagli Stati Uniti, la patria del soul.
Luca e la sua band si presentano sul palco di Ferrara Sotto le Stelle intorno alle 20.40, davanti ad un pubblico non ancora particolarmente folto. Fin dalle prime note si intuisce la qualità del progetto e i motivi del successo ottenuto oltre oceano dove, effettivamente, di musica ne capiscono molto più di noi. Sette brani in mezz’ora e un sound che, attraverso le linee soul, riesce a toccare tutte le sfumature blues e jazz congeniali alle corde dell’ex cantante dei Quintorigo, intrattenendo i presenti durante la spasmodica attesa del “pezzo grosso” della serata. What Lord Has Done, dedicata a chi ha sentito tremare la terra sotto i piedi, ed il singolo Who Knows i brani di maggior impatto di un set che, a detta del cantante, si spera abbia attirato l’attenzione dei presenti su questa nuova avventura del soul italiano.
Alle 21.40, dopo una mezz’oretta di preparativi, arriva finalmente il turno del modfather Paul Weller, in Italia per presentare il suo nuovo lavoro Sonik Kicks. Il cinquantacinquenne inglese sale sul palco correndo, sommerso dagli applausi del suo pubblico, e, senza particolari convenevoli, attacca l’evocativa Wake Up The Nation, titletrack del suo penultimo disco. La carica e la vitalità di Weller coinvolgono immediatamente tutti i presenti, dal primo urlante fan sotto il palco fino al venditore di piadine in fondo al prato. Poco più di due minuti per far capire che il cantautore britannico è ancora un vero animale da palcoscenico e la riprova che dopo oltre trent’anni di musica si può avere ancora qualcosa di importante da comunicare. L’atteggiamento da duro e la camminata da sbruffone sono parte integrante dello show di Weller che, tra una sigaretta e un’altra, ripercorre in lungo e in largo i suoi più grandi successi solisti degli ultimi quindici anni; dalla cavalcata blues Stanley Road fino alla più recente That Dangerous Age, infarcita di una notevole componente elettronica.
Vedere Weller che si divide tra brani alla chitarra e al pianoforte con una naturalezza impressionante, sfoggiando ancora una voce perfetta (non sbaglia veramente nulla), fa pensare al motivo per cui l’Italia si trova in una posizione cosi defilata, almeno musicalmente, rispetto a paesi come l’Inghilterra; perché mentre gli inglesi crescevano con il mito di Paul Weller e i Jam, i nostri genitori ascoltavano Vasco Rossi (non i miei, per fortuna) e cose del genere. Gli ultimi vent’anni di brit-rock (o pop, che dir si voglia) passano inevitabilmente da questo canuto signore che così pesantementeha ha influito sulle carriere musicali di tutti i maggiori gruppi inglesi dalla cosiddetta “Cool Britannia” degli anni ’90 fino ai giorni nostri, dagli Oasis (sembrano i suoi figli) fino ai più recenti Arctic Monkeys e Kasabian.
I primi ventuno pezzi volano in un’ora e mezza, in cui Paul Weller e compagni danno prova di grande presenza scenica e ricercatezza compositiva, come suggerito dalla nuova Drifters in cui un martellante riff di basso sembra rincorrersi con le spietate sonorità evocate da un sempre più presente synth fino ad arrivare alla dolcezza dell’unica ballata in scaletta; quella You Do Something To Me che vede tutte le coppie dondolare abbracciate. I boati più rumorosi, arrivano però durante le esecuzioni dei brani dei Jam, come nel caso della strepitosa Start!, posta precisamente a metà concerto.
Il set scivola via in un paio d’ore abbondanti, comprensive di ben due encore; il primo composto da cinque pezzi tra cui Art School e In The City dei Jam, due brani pazzeschi cantati a squarcia gola da tutti i presenti, il secondo dalla sola Town Called Malice, anch’essa dei Jam, che sembra però soddisfare ampiamente il pubblico che si scatena in salti e balli, consumando le ultime forze conservate in vista della fine del concerto.

Non posso che prendere atto, dopo aver visto Bruce Springsteen il mese scorso e Paul Weller ieri sera, che questi cosiddetti “dinosauri” sanno davvero il fatto loro in questione di live. Due ore con questa naturalezza (per non parlare delle tre ore e mezzo del Boss) non sono facili da vedere nei nuovi artisti che, troppo spesso, come un impiegato che conta i minuti che lo dividono dal timbro del cartellino sembrano non veder l’ora di scendere dal palco; ed è giusto che nella quasi totale assenza di nuovi giovani prospetti interessanti, i "vecchi" salgano in cattedra e diano, di nuovo, un buon esempio da seguire alle nuove generazioni.
Salutandovi, allego la scaletta integrale del concerto e vi do appuntamento a sabato 14 luglio, sempre a Ferrara Sotto Le Stelle, per il concerto dei Kasabian.
Paul Weller
1. Wake Up The Nation
2. 22 Dreams
3. Moonshine
4. Kling I Klang
5. Into Tomorrow
6. Stanley Road
7. That Dangerous Age
8. The Attic
9. From The Floorboards Up
10. Start (The Jam)
11. Pieces Of A Dream
12. Fast Car/Slow Traffic
13. Around The Lake
14. Study In Blue
15. Dragonflies
16. You Do Something to Me
17. Foot Of The Mountain
18. Drifters
19. Paperchase
20. Echoes Round The Sun
21. Whirlpool’s End
---BIS 1---
22. Broken Stones
23. All I Wanna Do (Is Be With You)
24. Art School (The Jam)
25. In The City (The Jam)
26. The Changingman
---BIS 2---
27. Town Called Malice (The Jam)
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