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Feb 02 2012

Alert.Net - www.trust.org

Myanmar, USA, Svizzera

di Giorgia Pizzirani

Sotto lo stesso cielo

“Into the Current”: una voce per i prigionieri politici del Myanmar

La locandina di Into the Current, documentario sulle vite di centinaia di prigionieri politici del Myanmar

BANGKOK - “Mi hanno forato le orecchie, colpito al petto e ai fianchi, lanciato in aria.”
É la testimonianza di un uomo che ora indossa un apparecchio acustico, retaggio delle torture subite in una delle tristemente celebri prigioni del Myanmar. Ma non si lascia andare allo sconforto: “Altrimenti–spiega- è come se fossi imprigionato una seconda volta”.
Questa persona è stata detenuta per 12 anni. Colpa: avere distribuito materiale informativo contro la giunta militare che ha condotto il Paese tra alti e bassi per mezzo secolo.
Questo è solo uno tra i tanti racconti di abusi descritti da “Into the Current”, un documentario sulle centinaia di prigionieri politici detenuti in passato e tutt’ora nelle prigioni del Myanmar.
“Lo scopo del film è quello di mostrare e condividere integrità, umanità, compassione nei confronti di queste persone, e dunque valorizzare le qualità umane che sono e dovrebbero essere parte del futuro di Burma”, racconta ad AlertNet Jeanne Hallacy, regista del documentario, che sceglie di chiamare il Paese con il suo vecchio nome.
La prima del film è avvenuta in un momento intenso e toccante: il 13 gennaio, il governo civile salito al potere in marzo ha rilasciato 651 prigionieri, –persone che, in seguito al fallimento della rivolta del 2007, la Saffron Revolution -in cui monaci reclamavano pacificamente la democrazia- furono trascinate in carcere per essersi sollevati contro la giunta militare, che soffocò con violenza la protesta. Tra le persone rilasciate, anche il leader del movimento pro-democrazia 88 Generation Students Group, conosciuto per il suo attivismo anti-governo.
La liberazione ha sprigionato scene di gioia fuori dalle 42 prigioni del Paese, oltre a provocare la risposta positiva da parte di molti Paesi dell’Ovest. Tra i prigionieri rilasciati, anche Khun Tun Oo, leader etnico e membro eletto del Parlamento, a capo del partito Shan Nationalities League for Democracy; e Min Ko Naing, il secondo attivista più influente dopo il leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi. Molte delle persone del movimento sono state arrestate varie volte, o hanno trascorso gran parte della loro vita adulta dietro le sbarre.
I prigionieri politici in Myanmar arrivano da ogni settore e ambiente: studenti, professionisti, attivisti per i diritti del lavoro, politici, monaci, giornalisti. Alcuni tra questi prigionieri nelle ultime decadi erano membri, eletti dal Parlamento e alleati della lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi, che nel 1990 ottenne alle elezioni una vittoria schiacciante ma alla quale non fu mai permesso di governare.
Tuttavia, sono ancora 700 i prigionieri politici ancora in carcere. Fondamentale, secondo Boo Kyi (amico di infanzia di Min Ko Naing) è che non vengano dimenticate tutte le persone ancora in carcere, diffondendo la consapevolezza e l’informazione fuori dal Paese di tutto ciò che è successo; e il compilare una lista delle persone scomparse e delle rispettive professioni, in modo tale che, una volta liberate, possano riprendere la propria vita normale.
Il film prosegue con una riflessione sul tema del perdono: “Vendicarsi non è l’insegnamento di Buddha. Non ho mai pensato di vendicarmi: il mio nemico non è una persona, ma un sistema” dice Bo Kyi. Un altro uomo racconta di avere subito elettroshock; ha trascorso undici anni in carcere per avere consegnato una lettera da parte del premio Nobel San Suu Kyi. “Il ciclo della violenza -continua- non terminerà mai attraverso la vendetta, né attraverso la ritorsione: la soluzione alla violenza risiede nel dialogo e nel confronto pacifico”.

Bill Gates dona 750 milioni di dollari ai fondi per la ricerca AIDS

Un bambino fa volare un aquilone sul quale spicca un nastro rosso, durante l’evento in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS a Pechino. 30 novembre 2008. REUTERS/Jason Lee

DAVOS (Svizzera) – Il presidente di Microsoft e filantropo Bill Gates si è impegnato nella donazione di 750 milioni di dollari al fondo globale per l’AIDS, esortando inoltre i governi a continuare le fasi di supporto per salvare vite umane. "I tempi sono difficili -ha aggiunto durante il meeting annuale del World Economic Forum- ma questa non è una buona causa per tagliare aiuti ai più poveri nel mondo.
L’organizzazione pubblica e privata conta circa un quarto dei finanziamenti internazionali per combattere HIV e AIDS, e la maggioranza di quelli finalizzati all ricerca contro tubercolosi e malaria. Nonostante parte dei fondi sia stata tagliata e l’anno scorso sia stato stimato che non ci sarà garanzia di finanziamenti sino al 2014, la donazione di 650 milioni di dollari da parte della Bill&Melinda Foundation va ad aggiungersi ai 650 milioni che l’istituto di beneficienza ha già versato dalla istituzione del fondo, dieci anni fa. L’impegno dei governi all'interno della associazione è tremato l’anno scorso, quando si parlò di uso improprio di donazioni in quattro dei Paesi beneficiari; convincendo alcuni Paesi donatori come Germania e Svezia a congelare le donazioni.
Gates e la sua recente donazione sembrano comunque avere appianato il problema, oltre ad avere richiesto trasparenza, grazie alla quale sono emersi problemi che altrimenti avrebbero potuto non essere mai svelati.
Recenti studi scientifici hanno dimostrato che applicare per tempo tempestivi trattamenti a coloro che hanno contratto il virus HIV può ridurre in modo significativo il numero di coloro che poi saranno contagiati da AIDS; e il numero di persone curate può naturalmente aumentare in caso di maggiore accesso ai medicinali.
In base a questi importanti riscontri, è tempo per i governi di rimboccarsi le maniche e riportare alla massima attività il fondo globale.




Scritto da: Giorgia Pizzirani

Data: 02-02-2012

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