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Aristotele
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Mar 14 2009

Yes, they can

di Fabio Zecchi

E' ufficiale: il calcio più forte parla inglese

Ogni tanto capita di ricordarsi che "siaaaaam campioni del mooondoo", ma sono momenti sempre più rari. Lontani, quasi non fossero mai accaduti. La Coppa del Mondo è come un incantesimo: posato il trofeo in bacheca, si ritorna brutti anatroccoli. La vittoria italiana del 2006 sapeva tanto di miracolo quanto di illusorio predominio del nostro calcio. In realtà, da molto tempo abbiamo smesso di giocare il calcio più forte, e non ci si può basare su una competizione piena di variabili impazzite, non controllabili, per giustificarlo. I mondiali dipendono da 2 settimane, non dai 4 anni precedenti. un periodo concentrato, a fine stagione, con valori fisici così instabili e non prevedibili che possono 'alterare' (gasando o annacquando) quelli tecnici. Senza contare i valori psicologici. Il mondiale è un indizio, non una prova. Soprattutto, non sempre vince la squadra più forte.

Ma è una legge universale dello sport, sul breve periodo. Sul lungo periodo invece qualche giudizio lo si può emettere. Credo che l'ultimo anno in cui il calcio italiano sia stato competitivo all'estero coincida con il 2003. E infatti a fare la parte dei satanassi c'eravamo noi, 3 su 4 in semifinale, e le inglesi stavano a guardare.
Poi il Milan ha rivinto la coppa nel 2007 (arrivando in finale nel 2005) ma sono stati episodi sporadici di una squadra molto talentuosa ma che in campionato falliva regolarmente. Non rappresentava il meglio del calcio italiano, ma l'Eccezione del calcio italiano. La differenza c'era e si sentiva.

Facce tristi da italiani in gita

Il vero banco di prova è stata la sfida Manchester-Inter: la nostra squadra migliore, seppure farcita di stranieri, contro la migliore squadra inglese, anch'essa zeppa di stranieri. La banda di Mourinho non ha segnato un-gol-uno, ha accennato timidi tentativi di risveglio al ritorno, a frittata ormai fatta. Complessivamente, il Manchester quando ha voluto segnare, l'ha fatto. E se non l'ha fatto, è stato merito di un portiere, Julio Cesar, in stato di grazia. Ma la sensazione era: "sappiamo chi siamo, sappiamo cosa vogliamo e soprattutto come poterlo ottenere". Un'impressione globale di solidità, di uomini decisivi quando il momento lo richiede, di tasso tecnico sciorinato sul campo e non imbrigliato nelle gambe, la sensazione che non ci sarebbe stato verso di ribaltare la situazione. Loro erano i più forti, la sconfitta era inevitabile. Era nell'aria.

La Roma ha incontrato la squadra più debole delle tre, l'Arsenal, e ciò nonostante non è riuscita comunque a passare il turno (i rigori sono irrazionali, purtroppo o per fortuna, perciò non fanno testo). La Juventus ha segnato due gol, ma ha mostrato fragilità strutturali dovute a carenza di uomini di spessore. Non c'è mai stato il sentore che ce l'avrebbero potuto fare: siamo partiti sconfitti, e infatti siamo ritornati a casa.


La questione centrale tuttavia non è la caduta dell'impero italiano, quanto l'instaurazione di un nuovo dominio, che non parla l'inglese ortodosso ma la versione ultra-meticcia di allenatori spagnoli, scozzesi, francesi, olandesi e del meglio dei giocatori di tutto il mondo: più giovani, più veloci, più atletici, più tecnici. Un terreno innaffiato a suon di dollari e rubli sul quale sono cresciute piante rigogliose e colorate. Verrebbe da dire gonfiate, perchè quando finiranno i soldi (e finiranno, i capitali stranieri non sono radicati nella storia di un club) torneranno alla ribalta anche le altre squadre. In fondo di spagnole, non gli ultimi arrivati, ce ne sono solo due, l'onirico Barcellona e il Villareal agevolato da un sorteggio facile. Il problema sarà farsi trovare pronti e non essere nel frattempo scomparsi: chè qui la grana è già finita da un pezzo.

Scritto da: Fabio Zecchi

Data: 14-03-2009

 

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