Dec 28 2008
di Fabio Zecchi
E' sempre più facile e scontato analizzare le imprese sportive, basta andare a vedere dove cade la pioggia di denaro. Laddove piovono soldi, spunteranno risultati, titoli e vittorie, rendendo fertile anche il terreno più arido. Sport ormai non significa più talento e sacrificio, non soltanto almeno: ora bisogna affidarsi a manuali finanziari, prima ancora che regolamentari, per tentare di decifrare lo svolgimento di una partita o di un'importante manifestazione. E' il business, bellezza, e non puoi farci niente. E se i due binari (sportivo ed economico) tendono a coincidere quasi perfettamente, ecco che la crisi finanziaria diventa un fattore predominante, influente ancora di più dei legamenti di un atleta o della forma di una squadra. La recessione stravolge i valori in gioco ancora di più che un gol al novantesimo minuto.
E' stato l'Anno Olimpico, d'accordo. L'anno della Cina, superpotenza organizzativa e, dopo Pechino 2008, pure sportiva. L'anno degli Europei di Calcio, della Onda Rossa della Spagna che, partendo dal calcio, ha invaso anche altri lidi sportivi. Abbiamo assistito alla resurrezione di Valentino Rossi, e al Mondiale vinto all'ultima curva dal primo pilota di colore della storia, Lewis Hamilton. Ma questa è la Cronaca, i risultati nudi e crudi. Qual è stato invece lo Spirito di questo 2008 sportivo?

E' di pochi giorni fa la notizia della decisione della Federazione Italiana del Rugby di aderire alla Celtic League, uno dei maggiori campionati in Europa. Si parla, per il momento, della partecipazione di quattro selezioni, che andranno a sfidare le squadre gallesi, irlandesi e scozzesi che compongono la Celtic League. Una decisione semplicemente epocale, non soltanto per il rubgy nostrano ma per l'intero sport nazionale: di fatto si decide di svalutare a tavolino il campionato di casa, a favore di un campionato straniero che garantisca più visibilità, più ritorno economico e maggiore livello tecnico. Quattro squadre italiane lasceranno il nostro campionato per andare a giocare a migliaia di chilometri di distanza, in nome di una scelta dolorosa, controversa, ma soprattutto necessaria, se si punta a un effettivo salto di qualità per il rugby italiano, incapace di crescere in una lega nostrana priva di tifosi, impianti, copertura televisiva, giocatori validi.
L'emigrazione dei club di rugby italiani contiene dunque al suo interno tutti i concetti-cardine dello sport odierno: la mancanza quasi endemica di “risorse” e di adeguati “bacini d'utenza”. Sono veri e propri ritornelli che attraversano la penisola e compaiono come totem (o tabù) in tutti gli altri sport. Il Basket, per esempio, sta vivendo una delle sue peggiori crisi, con la Nazionale che non si è qualificata (per il momento) per i prossimi Europei e un campionato infarcito di giocatori stranieri e di società dai bilanci precari. La Federazione è stata commissioriata e affidata alle mani del mito Dino Meneghin, ma ci vorrebbe ben più di una tripla per raddrizzare il risultato di una partita forse persa in partenza, e dove l'unica squadra in salute è la Siena protetta dalla banca cittadina, mentre tutte le altre navigano ammassate e giocano unicamente per il secondo posto. La lezione è sempre la stessa: le risorse vengono prima dei giocatori, e la programmazione, virtù imprescindibile, non basta più per vincere, ma solo per “sopravvivere”.
La Siena del Basket dominatrice ricorda molto l'andamento del campionato italiano di calcio, dove ancora una volta è stata l'Inter a vincere partite in serie e quindi nuovamente lo Scudetto. Ed è inutile ricordare che la Roma è stata per mezzora virtualmente campione d'Italia nell'ultima giornata, serve solo ad alimentare i rimpianti per un calcio bello ma “povero” che nulla può contro chi, al momento decisivo, fa entrare dalla panchina l'ultrapagato Ibrahimovic che ti segna due gol e manda, veramente, tutti a casa.
La stagione in corso invece si prefigurava come il ritorno di una sfida aperta a più contendenti: oltre all'Inter, il Milan concentrato solo sul campionato, la Juventus di nuovo grintosa, la Roma del bel gioco, il Napoli delle belle speranze. Eppure, la squadra dei petrodollari di Moratti è ancora campione d'inverno, reduce da una serie di otto vittorie consecutive, ottenute pure giocando male, e tutte le altre di nuovo a correre per il secondo posto. L'Inter vince perchè se lo può permettere: non viene spesso sottolineato, ma ogni anno Moratti immette denaro di tasca propria per ripianare centinaia di milioni di euro di perdite, con una mossa che sopravanza qualsiasi 4-4-2 o qualsiasi dribbling di Totti e compagni. La Roma potrà pure giocare meglio, la Juventus disporre di tutta la grinta possibile, ma alla lunga distanza chi non spende, crolla inesorabilmente.
Chi è padrone in Italia, tuttavia, scompare dall'Europa, in una sorta di Matrioska dei bilanci. In Champions League l'Inter infatti è stata eliminata dal Liverpool, e così le altre squadre italiane (Roma, Milan) sono state sconfitte dalle altre regine inglesi (Manchester, Arsenal) del calcio europeo. Nemmeno in questo caso c'è bisogno di affannarsi a trovare spiegazioni tecnico-tattiche, quando basta andare a vedere i bilanci messi in campo dalla Premier League: debordanti, in rapporto alle briciole italiane. Il calcio più ricco del mondo appare gioco-forza come il “migliore” del mondo, e il Pallone d'Oro andato a un giocatore di una squadra inglese, Cristiano Ronaldo, è indicativo di come siano loro in questo momento a dettare mode e interesse: tutti gli altri campionati a (in)seguire.
Un successo mediatico e di risultati che si può spiegare grazie alla possibilità, per i già citati concetti-cardine dello sport odierni, di respirare a pieni polmoni: le risorse abbondano grazie a massicci investimenti di capitali stranieri (russi, americani, arabi hanno acquistato i principali club, pagando i calciatori di più rispetto alle altre leghe), di stadi bellissimi perchè costantemente pieni, e viceversa (precisazione non banale), che offrono un solido bacino d'utenza su cui è possibile fare affidamento, senza aspettare unicamente gli assegni sempre più magri elargiti dalle pay-tv, come avviene invece in Italia.
Poco importa, perlomeno mediaticamente, che le quattro principali squadre inglesi siano praticamente senza giocatori inglesi in campo: quello che ci ricordiamo sono, prima ancora dei gol, gli stadi con il terreno di gioco verde e perfetto, e le tribune letteralmente zeppe di tifosi, tutti muniti della maglia ufficiale del proprio club. Una splendida propaganda che autoalimenta il mito del calcio migliore del mondo, perchè più ricco e televisivamente più valido.
Fortunatamente esistono ancora le Nazionali, riserve indiane del calcio di una volta, flebile espressione dei veri valori locali di una scuola sportiva: dove effettivamente il migliore, o l'Imprevisto può ancora vincere. Dove insomma l'Irrazionale, nel senso di non pianificabile a priori da bilanci e report di mercato, può spuntarla. E infatti, se l'Europeo del 2004 aveva visto l'incredibile affermazione della squadra tecnicamente peggiore, la Grecia, quello in Austria e Svizzera del 2008 ha premiato la squadra tecnicamente migliore, la giovane Spagna.
Successo meritato per una nazionale dal tocco sopraffino, finalmente liberatasi dai fantasmi del passato e cha ha rappresentato il simbolo del Rinascimento Spagnolo nello sport mondiale (Nadal vincitore a Wimbledon, Contador e Sastre al Giro e Tour nel ciclismo, il caparbio Alonso in Formula 1, ecc.).
Cosa può bloccare questa prevedibilità nei risultati dettata dai bilanci economici? Semplice, la famigerata Crisi, la Recessione che spaventa ma in cui si può intravedere, come per ogni momento di difficoltà, una risorsa per una possibile Rinascita. Ne è un esempio la Formula 1, impegnata in una profonda opera di tagli dei costi per rendere più accessibile la partecipazione a una stagione mondiale. Solo obbligando a spendere tutti di meno, si potranno riavvicinare i ricchi ai poveri, riducendo una forbice che ora sta tagliando il sale dello sport, l'Imprevedibilità, e ridare al Talento e alla Programmazione quello che gli spetta: la Vittoria.
Scritto da: Fabio Zecchi
Data: 28-12-2008
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Dal 4 al 15 Ottobre dalle 20,30 alle 22,30 ai Magazzini Generali
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Al Teatro Nuovo di Ferrara Sabato 23 Ottobre alle 21:00
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Michelangelo AntonioniMi sono fatto da solo. Credo di aver avuto per maestri i miei occhi.
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