La speranza è un sogno ad occhi aperti

Aristotele
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May 28 2008

Sulle strade del Giro d'Italia

di Fabio Zecchi

Il ciclismo diventa epico con Dino Buzzati

L'Italia del Giro Anche se concentrati tutti nella fatica, l’avete intuito che cosa significa il Giro d’Italia in quelle contrade. Ridevano, li avete visti come ridevano? Non era più semplice sport, il vostro, e voi non soltanto campioni. Senza ombra di retorica voi eravate l’incarnazione del mondo ricco e felice che finalmente veniva a salutare – pochi secondi, è vero, però veniva – quelle vecchie e dimenticate case. Benché ci fosse il temporale, voi avete portato lassù la luce di una specie di America. Era Milano, era Torino, le città meravigliose del Nord che si ricordavano delle sperdute sorelline povere e lontane.
E sapete che cosa chiedeva quella gente a noi che in automobile si precedeva di qualche chilometro i campioni? Fosse ingiustizia o no verso gli altri che faticavano forse più di voi, due sole cose domandavano con una avidità quasi disperata, come se per loro fosse questione di vita o di morte. E Coppi? E Bartali? Che cosa fanno? E’ in testa Coppi? E’ vero che Bartali ha staccato tutti?


Questo fine settimana si concluderà la 91esima edizione del Giro d'Italia, l'evento ciclistico per eccellenza (d'accordo, assieme al Tour de France...) che nel corso della sua secolare storia si è tramutato in evento a sé stante. Esiste il ciclismo infatti, e al suo interno brilla di luce propria un ecosistema con indosso una maglia rosa intessuta di storia, lacrime e sudore. Lo scrittore e giornalista Dino Buzzati ha lasciato pagine memorabili di cronaca, letteratura e anche sport. Nel 1949 seguì per il Corriere della Sera il Giro d'Italia; le sue cronache, dove mescolava sapientemente umanità e mitologia, sono la dimostrazione di due teorie: il ciclismo è sport epico per eccellenza, e deve la sua resistenza agli scandali proprio per il suo Mito; anche lo sport sa essere serbatoio di grande letteratura. Ed è proprio Buzzati che si chiede cosa stiano facendo i due eroi del ciclismo, Coppi e Bartali: Il suo stupore è quello di chi è assiepato ai lati delle strade polverose d'Italia.

La reputazione del ciclismo oggi è oltre ogni livello di decenza. Qualsiasi altro sport, se fosse stato travolto da scandali a ripetizione sul doping, sarebbe stato spazzato via. Il ciclismo, in qualche maniera, è ancora là ad arrancare sui tornanti, tra due ali di folla, seppure più esigua e disillusa, e lo deve esclusivamente alla sua Storia. Non esistono altri sport in cui, a distanza di cinquanta o cento anni, ancora si rammentino le vittorie e personaggi di epoche lontane. Nelle telecronache del calcio difficile che si paragoni una parata di Buffon a un tuffo plastico di Sentimenti IV, o le incursioni di Cristiano Ronaldo alla potenza di Peppino Meazza. Nel ciclismo invece i paragoni si sprecano, i Girardengo, i Binda e i Guerra sono nomi quasi "contemporanei" di Contador, Pantani, Armstrong in un continuo e impossibile confronto. Il ciclismo si porta appresso i suoi aneddoti che diventano miti, presenze ingombranti e inarrivabili. La storia e la memoria alimentano uno sport antico e primordiale perché fatto di elementi primitivi come la fatica, la polvere, il sole e la pioggia. Nel ciclismo non si paga il biglietto, lo stadio è una salita di montagna, i corridori si possono toccare con mano (anche se spingere è vietato). Trafitto da mille punture di siringhe, il ciclismo resiste e assieme ad esso le sue creature che hanno contribuito ad alimentarne il Mito. Come, appunto, il Giro d'Italia. Buzzati scrive ancora:

Amaro attraversare a perdifiato il cuore dell’Italia da Roma a Pesaro e non poter fermarsi. E’ questa l’Italia più Italia, dove centomila ricordi di cose grandi ritornano anche a chi ha fatto soltanto le elementari. Ma pure a chi non è mai stato a scuola e non porta in sé nulla di quanto avvenne nei secoli, anche all’analfabeta, parla questa terra straordinariamente umana. E a meno di non essere dei bruti, si vorrebbe sostare, distendersi per lo meno all’ombra di un albero e alla musica degli uccelletti rimirare le felici nuvole naviganti sopra i castelli dalle tragiche occhiaie aperte al volo delle rondini.
Nulla al mondo è più antitetico alla velocità che questo paesaggio solenne il cui ritmo di respirazione si misura a secoli. Neppure oggi avevano fretta queste città e paesi così antichi da sembrare conglomerati di paesaggio al pari di una foresta o di una rupe. Ma noi sì.


C'è anche retorica nelle parole di Buzzati, ma del resto risalgono alle cronache del 1949. Eppure sembra una retorica naturale, quasi "necessaria", per rendere la giusta dimensione dell'evento cui assisteva a bordo di un auto precedendo i corridori. Il Giro d'Italia smise presto di essere una corsa ciclistica a tappe per diventare, inizialmente, il filo che teneva unita l'Italia nascente. Il trascorrere degli anni e le vicende eroiche di ciclisti preda di furibonde tempeste, o sfiniti da un caldo opprimente, hanno provocato cascate di aneddoti, lo hanno trasformato in una celebrazione liturgica che mescola competizione sportiva a sagre paesane.
Il Giro non fa distinzioni tra periferia e metropoli, tra mare e montagna, perchè arriva dovunque. Il Giro è un'intrusione nelle nostre vite, si lascia desiderare per poi concederci un passaggio istantaneo. Il Giro regala imprese da raccontare, messe in scena sulle strade che percorriamo tutti i giorni oppure su mulattiere di montagna inaccessibili. Soprattutto, il Giro è diventato fenomeno di massa, cui la “gente” è intimamente affezionata. Mettendo in mostra le facce nascoste dell'Italia, facce selvatiche e dimenticate, ci ricorda effettivamente dove viviamo. La bicicletta diventa il pretesto per scoprire le storie di vite quotidiane e di vite sulla strada. Finendo per conoscere l'Italia, o almeno, quella che ancora ha la pazienza e l'ingenuità di fermarsi a bordo strada a veder sfrecciare per un attimo soltanto i Coppi e i Bartali.

Per diciannove giorni, con stupore, li avevamo visti galoppare con la sola forza delle gambe tutta la Penisola e poi ancora su e giù per i precipizi delle Alpi. Un centesimo di ciò che aveva fatto l’ultimo di loro ci avrebbe stroncato anche vent’anni fa quando eravamo giovani, ci avrebbe fatto andare all’ospedale per un mese almeno. Che cosa restava adesso di questo lavoro spaventoso? Non aveva prodotto niente? Niente. Fatica dunque sacrificata a una mania priva di senso?

(…) Serve dunque una faccenda stramba e assurda come il Giro d’Italia in bicicletta? Certo che serve: è una delle ultime cittadelle della fantasia, un caposaldo del romanticismo, assediato dalle squallide forze del progresso, e che rifiuta di arrendersi.

(…) No, non mollare, bicicletta. Noi (tra qualche anno, nota mia) saremo probabilmente morti e sepolti. Coppi sarà uno scarno e tremulo nonnino ignoto alle generazioni nuove, altri nomi verranno urlati dalle folle. Non cedere, o “divina bicicletta”, come dice il patron del Tour Desgrange. Se tu capitolassi, non solo un periodo dello sport, un capitolo del costume umano sarà finito, ma si restringerà ancor più il superstite dominio della illusione dove trovano respiro i cuori semplici. A costo di apparir ridicola, salpa ancora in un fresco mattino di maggio, via per le antiche strade dell’Italia. Noi viaggeremo per lo più in treno-razzo, allora, la forza atomica ci risparmierà le minime fatiche, saremo potentissimi e civili. Tu non badarci, bicicletta. Vola, tu, con le tue piccole energie, per monti e valli, suda, fatica e soffri. Dalla sperduta baita scenderà ancora il taglialegna a gridarti evviva, i pescatori saliranno dalla spiaggia, i contabili abbandoneranno i libri mastri, il fabbro lascerà spegnere il fuoco per venire a farti festa, i poeti, i sognatori, le creature umili e buone ancora si assieperanno ai bordi delle strade dimenticando per merito tuo miserie e stenti. E le ragazze ti copriran di fiori.

Scritto da: Fabio Zecchi

Data: 28-05-2008

 

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