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Mean Creek
Una sano ritorno dell'indipendente made in USA
con Rory Culckin (si proprio lui, il fratello!)
mean creekFilm indipendente americano che ha mietuto partecipazioni ai più importanti concorsi internazionali e alcuni premi prestigiosi, Mean Creek è una storia adolescenziale nella provincia americana, un’odissea nell’età e nella geografia di un Oregon mai raccontato (come molti altri Stati federati che non appaiono mai sulle pellicole).

Storia di fratelli e pezzi di vita che si compongono man mano senza la fretta ossessiva di tanti prodotti, senza la spettacolarizzazione tipica dei lungometraggi rivolto ai teenagers, senza il gioco al massacro della fiction televisiva.

Lavoro di una certa complessità etica, merce rara nel cinema di questi tempi. Scelte difficili si pongono davanti ai giovani messi inscena, scelte difficili che partono da una ragazzata, da un punitiva gita in barca.

I caratteri si definiscono piano piano, molto intelligentemente ci vengono rivelati attraverso l’unico modo di definire i giovani: il proprio rapporto con gli adulti. Adulti che vengono gettati fuori dalla pellicola, come se fossero incapaci di comprendere un mondo nel quale i 12 18enni sono proiettati e gettati senza alcun tipo di paracadute.

Forse l’esordiente autore mette al fuoco troppa sostanza. Ma è davvero un pezzo di vita; forse eccessivo in certi momenti, forse difficilmente verosimile, ma per questo esemplare della difficoltà dei rapporti umani in questo inizio di secolo.

Tenero e violento, a suo modo, il film accompagna senza invadere le vite dei protagonisti: non vuole parlare di massimi sistemi, si accontenta di raccontare una storia. E per questo, forse, si avvicina alla Vita più di tanti altri lavori contemporanei.

Il pauperismo estetico è programmatico, e forse stona un attimo nella messa in scena. “Se è un indipendente deve apparire come un indipendente”: ecco la massima produttiva di questo tipo di pellicole, patina di onestà formale che spesso fa trascurare la natura vera, pulsante e vitale dell’indipendentismo cinematografico. Certo non bastano inquadratura sgangherate e ricorso ad inserti digitali per realizzare un prodotto non mainstream. Ma qui c’è dell’altro per fortuna.

C’è una storia coinvolgente, che spiazza via via lo spettatore, costretto ai giudizi morali da una vicenda che sciaborda come un fiume in piena sul cuore e sulla mente dello spettatore. Giudizi morali e non moralistici, figli di una eticità che non si può conquistare se non a fatica e, in maniera necessaria, è un’etica provvisoria e via via adattabile.

Apparentemente semplice, il lungometraggio pone i personaggi e gli spettatori di fronte e scelte complesse: rispettare la complessità della vita è sempre stato l’obiettivo di ogni indipendente. Obiettivo centrato, capitano. Forse con qualche colpo di teatro di troppo. E sono colpi annunciati, per l’amor del cielo. Ma anche nella vita le sorprese non sono molte: e spesso sono il risultato di azioni progressive. Ma dentro il calderone del film c’è la vita, e questo può bastare.

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Michele Travagli
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