Il doppiaggio italiano della bellissima commedia di Stephen Chow è razzista. Ecco perchè vi recensiamo entrambe le versioni.

Andiamo con ordine...
Tanto per iniziare: “KungFusa” sarà la madre di quelli della Columbia!
Il film si chiama in realtà
Kung Fu Hustle, ha meritatamente vinto il premio come Miglior Film agli ultimi Hong Kong Movie Awards...ma state tranquilli: VOI NON POTRETE VEDERLO.
Come per
Shaolin Soccer, sempre diretto e interpretato da Stephen Chow, il doppiaggio della versione italiana è stato INVENTATO. Non stiamo scherzando: abbiamo visto questo bellissimo film in versione originale e vi possiamo assicurare che i dialoghi sono stati spesso riscritti dai doppiatori. Lo scopo pare quello di rendere demenziale anche ciò che non lo è, intenzione denunciata anche dall’uso insistito di regionalismi e di un ridicolo (evidentemente chi ha diretto il doppiaggio la pensa così) accento cinese della voce narrante.
Il risultato è che una grande commedia (e anche
Shaolin Soccer lo era) è stata trasformata in un risibile film trash. Adatto solo a quelli che...”andiamo a vedere sta’ stronzata cinese...sono troppo stupidi! Fanno morire dal ridere!”
Ridicolizzare il film cinese che si sta distribuendo significa assecondare una presunta mentalità razzista del pubblico italiano.
All’estero ciò non avviene, e il doppiaggio di
Kung Fusion resterà come testimonianza di quanto il nostro Paese stia scivolando sempre più in basso.
L’unica soluzione è BOICOTTARLO e vedere
Kung Fu Hustle in versione originale.
KUNG FUSION E’ UN FILM RAZZISTA! NON ANDATE A VEDERE KUNG FUSION!
Quella di cui vogliamo parlarvi è la versione originale del film,
Kung Fu Hustle, prima che venisse rovinata dalle scelte folli di chi lo distribuisce in Italia. Insomma la versione che tutti nel mondo stanno vedendo mentre noi italiani ci facciamo come al solito ridere alle spalle.

Chi è Stephen Chow?
Sconosciuto in Italia, è sicuramente una delle stelle più splendenti del cinema di Hong Kong. Una carriera iniziata 20 anni fa come attore comico che da qualche anno mette a frutto dirigendo in prima persona i film che interpreta (immancabilmente nel ruolo del protagonista).
Chow ha un talento che oggi non ha eguali ad oriente come ad occidente, la sua comicità ha la forza primitiva del Chaplin più popolare unita all’espressività da cartoon di Jim Carrey. Ma potrei farvi i nomi di tutti i migliori comici della storia del cinema, non basterebbero. Stephen Chow va scoperto immediatamente. Non so come farete, visto che in Italia vi impediscono di vedere i suoi film in maniera decente...ma un modo dovete trovarlo!
Fatto sta che negli ultimi anni il ragazzo terribile è diventato un uomo, e l’uomo un regista. E che regista!!!
Il suo
King of Comedy, in cui interpretava una squattrinata comparsa determinata a diventare una star del cinema di Hong Kong, ha conquistato il pubblico con la se sue risate e le sue lacrime autobiografiche. Ma anche la critica ha applaudito Chow, che con questo film ha dimostrato di saper far ridere non solo con la sua impareggiabile mimica e i suoi dialoghi fulminanti, ma anche con una regia semplice e allo stesso tempo molto inventiva.
Shaolin Soccer poi ha sbriciolato il boxoffice di Hong Kong, riuscendo a farsi conoscere anche all’estero. E’ una commedia in stile
The Blues Brothers in cui le sfigatissime reincarnazioni dei grandi maestri shaolin trovano nel calcio la via per attualizzare la propria arte.
Un film divertentissimo e geniale per come riscrive le regole della rappresentazione sportiva calcistica, ibridandola con anni di cinema di “Kung Fu”.
E’ uscito anche in Italia, ma disgraziatamente lo hanno tagliato pesantemente e fatto doppiare (inventandosi le battute) dai calciatori della Roma e della Lazio (!!!???? ...per continuare a vivere sano di mente io faccio finta che un’edizione italiana di Shaolin Soccer NON SIA MAI ESISTITA).

Ora Stephen Chow ha 40 anni (non dimostrati), sta invecchiando, è lui stesso a dichiararlo.
Più passa il tempo e più diventerà difficile rendere omaggio al suo Maestro Bruce Lee.
E’ giunto il momento.
Kung Fu Hustle è più di un omaggio, più di un insieme di citazioni, più di un film nostalgico.
Kung Fu Hustle è un film che ambisce a ESSERE il cinema di Hong Kong esemplificato in una sola opera. Un Campione, fatto col sangue e la carne di tutti, in grado di combattere ad armi pari (e, inevitabilmente, vincere) con il cinema occidentale che ruba le idee (e le persone), finendo per snaturarle.
Ci troviamo in Cina, anni '40. Il protagonista è un ladruncolo che aspira ad entrare nella spietata “Gang delle Asce”, un'organizzazione criminale che controlla Shangai. Per dimostrarsi degno, tenta di estorcere del denaro ad un abitante del “Vicolo dei porci”, una zona periferica e poverissima della città. Ciò che ignora è che gli abitanti del vicolo non sono proprio ciò che sembrano. Inizia così una dura battaglia tra i malviventi e alcuni leggendari maestri del “kung-fu”.
Difficilmente troverete al cinema un racconto più classico di questo, in cui tutto risponde perfettamente alle funzioni della fiaba studiate da Propp. Eppure (o forse proprio per questo) i personaggi risplendono: originali ma perfettamente collocati nella narrazione. E’ una gradevolissima sorpresa, visto che il comico cantonese ha sempre teso ad essere il protagonista assoluto di praticamente ogni sequenza dei suoi film. Qui ha il coraggio di mettersi da parte per gran parte della narrazione, evidentemente sicuro della propria sceneggiatura.
Scommessa vinta, il film delinea contesto e personaggi velocemente e in maniera perfetta.

Ma soprattutto, durante la visione viene da guardarsi attorno cercando di capire se tutti si stiano rendendo conto del miracolo che è avvenuto: il film visivamente è di una bellezza che rende euforici, e Chow è diventato senza che ce ne accorgessimo un regista raffinatissimo!
Non stiamo parlando solo delle scene di Kung Fu (strepitose! non se ne vedevano così da anni!) ma anche del modo in cui ogni è sequenza diretta e montata in funzione di uno scopo ben preciso, della cura per i particolari della scenografia, dei costumi, della recitazione e della capacità di esprimere significati profondi (e a volte addirittura metacinematografici) senza perdere un briciolo della propria immediatezza.
Meglio non pensare troppo durante
Kung Fu Hustle, la prima volta che lo si vede. Per capirne l’importanza e definirlo un film d’autore ci sarà tempo, per il momento è meglio lasciarsi trascinare.
Contribuiscono al coinvolgimento gli effetti speciali. O meglio, l’uso intelligentissimo che ne viene fatto. C’è moltissimo CG, un punto dolente per chi fa cinema lontano da Hollywood. Ma non per Stephen Chow, che trasforma ogni limite in un punto di forza! Come in Shaolin Soccer (ma ancora meglio) utilizza il digitale senza nessuna ambizione fotorealistica e con moltissime idee: questo significa che l’effetto è scoperto, evidentissimo, ma una volta accettate le sue regole si dimostra molto più funzionale di qualunque cosa abbiate visto in
Star Wars Episodio III Scene meravigliose come quella dell’inseguimento o dello scontro con i due musicisti mettono assieme tecnica registica, capacità di giocare con i codici del cinema di genere, e una concezione di spettacolarità tutt’altro che scontata.
Tutti, prima di diventare dei Maestri, sono stati dei vermi.
A noi sembra di aver visto spuntare ali da farfalla sulla schiena di Stephen Chow.
P.S. Tra qualche mese, quando sarà possibile proiettare
Kung Fu Hustle e
Shaolin Soccer ad un cineforum, vi daremo la possibilità di ammirare i film in versione originale sottotitolata. Sono due film bellissimi, quello che dispiace è che chi li vede nella versione italiana ve ne parlerà malissimo (mentre all’estero li esaltano e ridono di noi).