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Gioco di Donna
A volte il boxoffece fa strani scherzi
con Charlize Theron
gioco di donnaIn un momento di stanca cinematografica può capitare che le classifiche siano decisamente strane da capire. E strano è il successo di questa pellicola in costume, spiegabile forse con una accurata strategia di casting. Charlize Theron, Penelope Cruz e Stuart Townsend forniscono al film quell’alone glamour che è necessario per sbancare i magri botteghini del periodo.

Gioco di Donna racconta una storia d’amore interclassista, percorsa dagli spasmi della storia e dalle fantasie della vita bohemien. Tra Guy e Gilda e il loro strano rapporto, mai di completo possesso, si inserisce Mia, infermiera spagnola che sognava di diventare danzatrice. Ma tra i tre non ci sono gelosie, c’è solo il baratro della storia a dividerli. In Europa sta infuriando il nazifascismo e in Spagna la guerra civile chiama a se la ragazza e il giovane professore idealista: Gilda, convinta che l’Io sia l’unico valore da rispettare, non è d’accordo con loro.

Pellicola a due facce quella che ci troviamo davanti: interessante nella sua prima metà, dove il contrasto, anche se classico, tra la forte classe lavoratrice e quella della decadente ricchezza semina motivi di interesse; decisamente debole nella seconda, quando la Storia prende il sopravvento sulle storie. Le mangia, le rivolta, cerca di distruggerle ma non riesce mai a rivivere davvero.

Tecnicamente imperfetto, per via di alcune scelte registiche e di una scarsa attenzione nella messa in scena, funziona di più quando si concentra sulle pulsioni istintive dei protagonisti, soprattutto di una Gilda sempre al di là della morale: ma funziona soprattutto grazie al talento e alla bellezza della Theron (anche se a onor del vero sarebbe necessario un parere femminile per validare questa affermazione). Decisamente poco riuscito in tutte le altre parti: la guerra civile spagnola ha l’aria di una scampagnata (e forse anche per ristrettezze di budget), e la parte dedicata all’avanzata nazista è ricca di stereotipi poco convincenti.

Manca poi il coraggio di portare fino alle estreme conseguenze i ragionamenti e le tesi che i personaggi enunciano: certe redenzioni suonano talmente false da far stonare l’intero lavoro.
Le scene d’amore, invece, sono tra le migliori che abbia visto negli ultimi tempi: non riempite vanamente di sensi di colpa come accade a tanti film d’autore, ma nemmeno finte e mal girate come a quelle del cinema commerciale. Ma anche questo, probabilmente, è un pregio degli attori, piuttosto che dell’autore.

Ciò che rende così debole tutta l’opera, comunque, è l’indecisione sostanziale tra essere un film d’autore o uno popolare: non abbastanza profondo e ispirato per dire qualcosa di forte su quell’epoca storica così complessa, né spettacolare, emotivo e melodrammatico per coinvolgere lo spettatore allo stomaco. Una pellicola che resta in bilico, senza il coraggio di scegliere, e ne paga, in termini di bellezza, le conseguenze. Poi se il botteghino lo premia (quantomeno in termini relativi), evidentemente ci sbagliamo noi.

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Michele Travagli
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