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Far East Film Festival 7 / Horror Day
Delusioni e sorprese nella giornata della paura
Viva la Baraccetti: Rage Against Cogliorama!
La pellicola scelta per aprire la giornata è One Missed Call 2, il seguito di quel The Call che è a tutt’oggi l’unico film di Takashi Miike ad essere stato distribuito nelle sale.
La maggior parte del pubblico, noi compresi, ieri sera è rimasta al teatro fino a ora tarda per vedere Pattaya Maniac. E come molti di essi, anche noi abbiamo deciso di disertare la proiezione delle 9:30.
Siamo comunque riusciti a raccogliere alcuni commenti da chi ha visto il film. I vari giudizi concordano su una cosa: se il film di Miike (comunque non tra i suoi migliori) trovava nella parte finale quel guizzo di originalità capace in parte di riscattare un’ opera fortemente derivativa, One Missed Call 2 non osa minimamente uscire dai binari di un sotto-genere (il clone di Ringu) che comincia a stancare.

pontianak
Arriviamo in sala in tempo per il film successivo. Si tratta dell’unico film malese presente al Festival: Pontianak - Scent of the Tuber Rose di Shuhaimi Baba.
Il budget ovviamente non rende facile la costruzione dell’elemento fantastico, e così Baba sfrutta le credenze popolari del proprio paese. La Pontianak è una sorta di demone della vendetta, connessa solitamente alle donne incinte: una figura a metà fra il fantasma e il vampiro, la cui maledizione può passare da una generazione all’altra.
E’da evidenziare la buona resa della messa in scena, grazie all’attenzione per i particolari, dai costumi al trucco. Positivissima l’interpretazione della protagonista: Maya Karin interpreta sia l’elegante madre, elegante e sensuale danzatrice, che la giovane figlia acqua e sapone, e addirittura anche il terribile demone. La cosa stupefacente è che vedendo il film è davvero difficile accorgersene.
Queste purtroppo sono le uniche note positive rilevabili. Il film soffre di una costruzione della tensione semplicissima, affidata ad un uso continuo (comunque sorprendente visti gli scarsi mezzi) degli effetti Dolby. Inoltre dopo mezz’ora di film il montaggio impazzisce, saltando a una velocità incredibile da una sequenza all’altra senza il minimo raccordo. Ogni ellissi zoppica, arrivando addirittura a utilizzare una lunga didascalia per spiegare il cambio di protagonista.

testo alternativo




art of the devil
Art of the Devil proviene invece dalla Thailandia, e promette almeno sulla carta un uso più solido del genere.
Anche quest’opera si dissocia dalla standardizzazione tematica dell’horror orientale post-Ringu. Assenti, o quasi, i fantasmi. Il pericolo viene dalla magia nera, utilizzabile a scopo di vendetta o guadagno. Anche in questo caso quindi vengono sfruttate le credenze popolari (guardandosi bene dal ridicolizzarle, come faceva la bellissima prima parte di Buppah Rathree), e anche in questo caso abbiamo un personaggio femminile la cui indiscutibile malvagità viene in parte giustificata dallo stupro subito.
A differenza di Pontianak – Scent of the Tuber Rose, ci troviamo di fronte ad un prodotto per veri appassionati: un horror violento la cui atmosfera malsana potrebbe risultare indigesta ai più.
Molto apprezzabili gli effetti splatter, gli amanti del “budello” avranno di che essere contenti. Ma purtroppo saranno gli unici.
E’ infatti la sceneggiatura il punto debole, anzi debolissimo, di Art of the Devil. Tutto quello che di buono riesce a creare sul piano dell’immagine, lo butta via rovinosamente pasticciando ogni passaggio della trama, e probabilmente (a meno di una nostra svista) dimenticando completamente di menzionarne almeno uno fondamentale.
Se a ciò aggiungiamo che al di là dei momenti più gore il resto della messa in scena è tutt’altro che anticonvenzionale, capirete che Art of the Devil nel suo complesso è un film da dimenticare.

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feng shui
Feng Shui, film filippino del pomeriggio, si distingue come altri film della giornata per provenienza geografica, innestando credenze straniere nella vita suburbana delle isole asiatiche. Al centro della vicenda da un oggetto magico, uno specchio che regala fortuna al suo possessore e morte a chi si guarda in esso. Potrebbe anche intitolarsi horror and the city con tre donne filippine a zonzo per la città di Manila e caccia di soluzioni per la maledizione. La trama procede per chiacchiere, e in tutto questo si innesta un tradimento narrativamente inutile. Di positivo ha dalla sua parte ha uno sguardo attento nei confronti della società, puntando l’obiettivo sulla madia borghesia suburbana, ritenuta avida e individualista. Il benessere costa vite umane: la soluzione sarebbe semplice, ma nessuno ha mai avuto la forza di rinunciare alla fortuna.
Nonostante la presenza del regista in sala, il solito branco di selvaggi ha disturbato la proiezione, ma niente in confronto a quello che succederà durante la serata.

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R Point
Prima serata e atteso horror coreano, dal quale speriamo di trarre un senso dell’horror day, senso che fino ad ora è stato più latitante di un evaso in fuga. R-Point parte con interessanti premesse.
Ambientato durante la guerra del Viet-Nam vorrebbe fondere la guerra con l’orrore in un gioco che, seppur facile potrebbe rivelarsi intelligente. Un gruppo di soldati coreani viene inviato nell’R-Point, dove un plotone era scomparso qualche tempo prima. Presenze inquietanti li aspettano, immersi in una natura ostile e perfettamente adeguata alla narrazione.
Fin dall’inizio R-Point è gravido di atmosfere ben disegnate, ma si gioca male le carte di sceneggiatura. Togliendo ogni suspense sulla scoperta di cause ed effetti dopo venti minuti, è difficile riuscire a creare grande interesse. Anche se stilisticamente il prodotto convince, e incuriosisce per gran parte del suo sviluppo, rivelerà nel finale l’inconsistenza della sceneggiatura. Abbiamo già detto in passato che l’horror nasce dalla guerra, qui il discorso si fa esplicito, similarmente a quello che era successo nel discreto indipendente americano The Jacket.
E’ davvero difficile giudicarlo. Considerata la scarsa qualità delle pellicole che lo hanno preceduto sembra, ed è, nettamente superiore; ma giudicato a mente fredda svela tutti i suoi limiti.

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suffocation
Alle 22 Sabrina Baraccetti, direttrice del Far East Film Festival, sale sul palco del Teatro Nuovo per presentare Suffocation. Il regista Zhang Bingjian scherza dicendo che chi si aspetta un horror rimarrà deluso, il suo film è una commedia. A questo punto accade l’impensabile: il brusio irrispettoso della sala costringe il regista ad interrompere momentaneamente il discorso. Appena può ricominciare spiega come in Cina non sia possibile, a causa della censura, inserire alcun elemento sovrannaturale nei film. Ecco perché la sua opera prima aggira il problema presentando i momenti orrorifici come parti della mente del protagonista.
Ci tiene anche a far sapere che gli piace guardare film di genere stranieri. Informazione banalissima che però fa correre un brivido lungo la schiena: in Cina, non dev’essere la cosa più facile del mondo!
La Baraccetti lo ringrazia, lo invita ad accomodarsi, annuncia l’inizio del film e fa per uscire. Poi sembra ripensarci: rientra e chiede cortesemente al pubblico di non fare rumore durante queste proiezioni. Anche se il Far East è un evento orgogliosamente popolare, è pur sempre un Festival del Cinema (e non un luna park, come esclama la direttrice che da quel momento in poi diventa assoluta paladina di chi vuole godersi il film e non l’idiozia dei commenti).
Ci voleva. E l’ultimo meritatissimo applauso prima della proiezione è tutto per lei.
Alle mie spalle due imbecilli sono indispettiti: "se fai vedere dei film bruttissimi, non puoi pretendere che la gente stia zitta". (cvd Cogliorama 5.1).
Suffocation è il film che dà un senso a questo Horror Day. Indipendentemente dal suo valore assoluto è il gran finale di un percorso che, nell’arco di una giornata, ci ha dato la possibilità di valutare in che modo venga affrontato un genere produttivamente difficile come l’horror in nazioni in cui è ancora poco sfruttato o addirittura proibito.
L’intera pellicola è un viaggio nella mente di un uomo schiacciato dai sensi di colpa, che emergono lentamente come in un flusso di coscienza.
I primi minuti colpiscono per la forza visiva delle immagini, per la narrazione che in maniera spiazzante ci propone la frantumazione dell’io, in un’ottica squisitamente psicanalitica, attraverso l’uso di diversi punti di vista e per la composizione molto elaborata della post-produzione audio.
Meno efficace invece quando adotta, arrivando fino alla citazione quasi esplicita, gli schemi del cinema horror, asiatico e occidentale, giunto al successo negli ultimi anni. Ma anche queste sequenze, per i motivi spiegati sopra, contribuiscono ad alimentare l’interesse per il film. Che, lo si voglia o no, rappresenta di fatto un traguardo fondamentale all’interno di un processo i cui sviluppi non sono ancora prevedibili.
All’uscita della sala non sono pochi coloro che accusano il film di essere piuttosto vuoto, pieno di inutili formalismi. E’ vero, la trama è semplicissima e come film psicologico non ha probabilmente nulla di nuovo da dire. Eppure a noi è sembrato che, nonostante i suoi inevitabili limiti, Suffocation dimostri una rara capacità di raccontare per immagini. E soprattutto appaia come il risultato di una ibridazione che apre possibilità davvero affascinanti.
Per farlo, deve rifugiarsi nell’inconscio, territorio dove non tutto è immediatamente associabile a un senso. Ma anche unico luogo in cui nemmeno la censura cinese può arrivare.

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Chiude la giornata Tales of Terror raccolta di corti de paura di giovani registi giapponesi, girati in digitale per una TV satellitare giapponese. Noi eravamo troppo stanchi per assistere, ma da prodi imparziali cronisti abbiamo raccolto alcune opinioni. L’opinione comune è che il primo e l’ultimo episodio siano stupendi, alcuni altri, virati verso la commedia, piuttosto riusciti ed altri decisamente scarsi. Tutto sommato sembra una proiezione da recuperare.


Trav&Burius
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