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Il mondiale di chi non ce la può fare. Puntata 2: Australia

In pratica un Chievo Verona con un'età media un filino più bassa
di Alessandro Orlandin \ 26-06-2018 \ visite: 996
australia peru
Dopo aver visto l'Italia farsi sbattere fuori dalla Svezia, non sapevo come mi sarei accostato al mondiale. Evitare di guardarlo era fuori discussione, tifare per qualcun altro non avrebbe avuto molto senso. Anzi, ho un sacco di ragioni valide per provare un sottile senso di diffidenza per ciascuna delle 32 partecipanti, per dire quanto sono antipatico. Così ho deciso di seguire il mondiale con un occhio di riguardo per chi non ce la può fare. Noi italiani ne sappiamo qualcosa, quindi tanto vale fraternizzare con chi uscirà dopo tre partite e fargli "pat pat" sulla spalla.

PUNTATA 2: L'AUSTRALIA
(nella puntata precedente: Marocco)
 
Ho sempre provato uno strano senso di simpatia per la nazionale australiana. Soprattutto per i loro tifosi un po' naif, che spesso sono inquadrati sugli spalti con dei pupazzi gonfiabili a forma di canguro. Andiamo, a chi non stanno simpatici i canguri? Da quelle parti invadono persino il campo durante le partite delle serie minori. La mia probabilmente non è una simpatia dettata solo dalla pucciosità del loro animale simbolo, ma anche dalla mia inspiegabile fascinazione per le squadre che bene o male la sfangano sempre, in qualunque circostanza. E se c'è una nazionale che rispecchia appieno questo canone è proprio l'Australia. Per chi nasce a quelle latitudini il calcio non è esattamente il primo pensiero: basti pensare che la federazione più ricca e prosperosa è quella di football australiano, un curioso incrocio tra il rugby e le zuffe adolescenziali al parchetto dietro casa. Ma forse è anche per questo approccio tendenzialmente ruvido che la nazionale australiana nel corso del tempo è diventata un cliente scomodo. Un po' come il Chievo nel campionato italiano.

Hanno le maglie gialle, pensano soprattutto a difendere, hanno un paio di fabbri prestati al calcio a metà campo, si accontentano di non sfigurare. Inoltre il Chievo ha un debole per gli allenatori calvi, l'Australia per quelli nati in Olanda: nelle ultime quattro edizioni del mondiale, questa compresa, per tre volte si sono presentati con commissari tecnici (Hiddink, Verbeek, van Marwjik) che un paio di secoli prima avrebbero visitato l'emisfero australe solo facendo parte della Compagnia delle Indie orientali. L'ultimo di questi, Bert van Marwjik, ha un record particolare: si è qualificato al mondiale con una nazionale (l'Arabia Saudita) e si è presentato al mondiale con un'altra, l'Australia appunto. Le cronache dicono che il suo rapporto con la federazione saudita si è chiuso perché non era disponibile a risiedere a tempo pieno (o quasi) a Riyadh. van Marwjik, malgrado i petrodollari, ha rifiutato. Non mi sento di dargli torto, se consideriamo che è nato a Deventer, una città del sud-ovest dell'Olanda grande più o meno come Ferrara, dove in genere non ci sono 44 gradi d'estate o tempeste di sabbia, almeno non che io sappia. 

Vedere un po' d'acqua piovere dal cielo non è male, ma se si fa gli allenatori potrebbe essere una buona cosa voler vedere la propria squadra segnare. L'Australia, come la sua controparte della serie A, ha questo annoso problema: in questo mondiale lo ha fatto due volte, in entrambi i casi su rigore e con il proprio capitano Miles Jedinak. Un tipo dall'aspetto rassicurante, tra le altre cose. Già la partita di playoff di qualificazione al mondiale - quando c'era ancora Ante Postecoglou come allenatore - aveva dato una mezza indicazione in merito, visto che erano serviti altri due rigori (segnati sempre da Jedinak) per avere ragione dell'Honduras, non proprio il Brasile. Purtroppo la tattica palla lunga e pedalare funziona solo se hai degli attaccanti più o meno validi e nell'impossibilità di reclutare il 42enne Viduka, van Marwjik si è affidato a quelli che aveva come Kruse (Bochum), Leckie (Hertha Berlino), Nabbout (Urawa Reds) e il classe 1999 (!) Arzani che in teoria dovrebbe raccogliere il testimone del vecchio leone Cahill. Ecco, Cahill: una roba tipo il Pellissier australiano per anzianità (sono entrambi del 1979) e fedeltà. Uno che col suo carisma potrebbe convincere la gente a comprare un bilocale a Riyadh e che col suo talento è stato in grado di segnare gol clamorosi come quello di quattro anni fa contro l'Olanda

Morale della favola: l'Australia va a casa con un conto di due punti fatti, mentre l'Arabia Saudita - precedente datore di lavoro di van Marwjik - si è tolta la soddisfazione di farne tre battendo un derelitto Egitto. Ad ogni modo l'olandese non ci perderà il sonno: un po' perché la federazione australiana aveva messo in conto di uscire dopo tre partite e un po' perché il suo contratto terminerà proprio in contemporanea col ritorno a Sidney dell'intera comitiva. A prendere il suo posto sarà Graham Arnold, 54 anni, nato a Sidney. Ma come? Cos'è questa discontinuità? Non fatevi fregare dal certificato di nascita: Arnold parla un ottimo olandese avendo giocato quattro anni tra Kerkrade e Breda, ed è stato assistente sia di Hiddink a Germania 2006, sia di Verbeek a Sudafrica 2010. Insomma c'era anche lui quando Grosso cadeva in area e Totti sbatteva dentro quel rigore al 95' a Kaiserslautern. Una lezione magistrale dell'arte di sfangarla, chissà se ha preso nota, sempre per quella storia dell'essere abitudinari.

foto: Fifa.com

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