Utilità e progetti

Un anno di volontariato: una scelta

Cosa NON chiedere a chi torna dopo un anno da volontario
di Valentina Chendi \ 27-04-2018 \ visite: 1369
Lima, Perù

Sono volontaria di IBO Italia dal giugno 2017. Più precisamente sono uno dei primi Corpi civili di Pace italiani, e faccio servizio in Perù, nelle periferie di Lima. Lavoro con i bambini e con la comunità del quartiere, vivendo con una famiglia peruviana. A inizio giugno di quest’anno tornerò a vivere nel paesino della provincia ferrarese in cui sono cresciuta e, per esperienze passate, so già che incontrerò amici e conoscenti pronti a farmi  terribili e odiose domande (non tutti eh, ma molti sì).

Cominceranno chiedendomi com’era qua in Perù, se mi piaceva. Se c’è della povertà, se vivevo in zone pericolose, se sono felice di essere FINALMENTE tornata al primo mondo, alla civiltà, alla pace. No, non diranno esattamente così, ma il tono sarà sicuramente questo, di sollievo, finalmente Valentina sei in un posto tranquillo, SANA E SALVA (peccato che io non voglia tornare, che qua in Perù ci vorrei rimanere, vabbè). Sento che mi chiederete se e quanto mi pagavano, se in America Latina ho fatto la VITA DA NABABBO. E da lì passerete a insinuare che io abbia viaggiato tutto il tempo. “Ho visto tutte le tue foto! Quanti bei posti che hai visitato!”. Fin qui tutto bene, però poi la conversazione prenderà la piega del sì-dai-in-fondo-te-la-sei-solo-spassata. Ovvero, non hai lavorato, non hai faticato, non avevi responsabilità, ti sei solo divertita, dimmi la verità che sei partita solo per viaggiare, perché alla fine eri SOLO una volontaria. Infatti, evitiamo di usare il verbo “lavorare”, perché era SOLO volontariato: poco importa che avessimo un contratto, i permessi, le responsabilità, orari ben precisi, poco importa l’aver fatto un colloquio lunghissimo, una fase di selezione con parecchia concorrenza, prove e formazioni di ogni tipo. Guai a dimenticarsi il significato dell’etichetta. Sei volontariamente andata dall’altra parte del mondo: sì, lo so, è stata una mia scelta, ma non ero in vacanza! I miei futuri interlocutori più antipatici cominceranno a dirmi che ormai sono vicina ai 30 anni, che è ora di cercare un lavoro serio (perché finora ho solo scherzato, eh certo), un fidanzato (una delle frasi più quotate), un posto FERMO nel mondo. Ferma, smettila di far la vagabonda (come se girassi senza una direzione. Ho le idee più chiare io che tutte le mie amiche “stabili” messe insieme). Ora, Valentina, la smetti di muoverti e ti dai una regolata. Che la vita non può essere una perdita di tempo, un anno di qua e un anno di là. È vero che, per fortuna, ci sarà anche chi ci avrà seriamente invidiato (quell’invidia sana e buona), pensando che abbiamo vissuto in un luogo per niente facile trovandoci tante cose belle. Qualcuno ci invidierà il coraggio, la determinazione. E chiaramente sì, ci invidieranno i viaggi, la conoscenza di un paese bellissimo, che per la maggior parte della gente è solo Machu Picchu-lama-tessuti colorati-donne con le trecce, e invece è chiaramente qualcosa di più. Ho cercato di raccontarvelo qui.
 
Quello che voglio dire, insomma, è che spesso la gente (ripeto, non tutti) sminuisce o sottovaluta le esperienze di volontariato. Molti ci vedono dentro solo una parentesi per chi vuole prendersi un anno di stop dalla propria vita, un passatempo per chi ha molto tempo libero: in realtà, io non avevo bisogno di mettere in stand-by la mia vita, e quest’anno in Perù NON è una parentesi, ma un anello fondamentale di una catena, un tratto in salita del mio cammino. E a volte, quando si parte per prendersi una pausa e pensare, ci si ritrova sul serio, e la cosiddetta “parentesi” (l’aspettativa che molti viaggiatori in gap-year si prendono) diventa epifania, si trasforma nel momento di svolta. Anche quando raccontai a molti amici dei miei campi di volontariato estivi fatti gli anni scorsi in Italia, mi ritrovai di fronte le solite facce perplesse. Della serie: ma perché questa qui d’estate non va al Lido degli Estensi al mare come tutti?

Perciò, per favore, fate uno sforzo: quando incontrate qualcuno che ha fatto volontariato, non fate gli antipatici. Per motivi professionali (gli aspiranti cooperanti) o personali (per conoscere nuove culture, per spendere bene il proprio tempo, per ritrovarsi) molti giovani oggi decidono di dedicarsi agli altri, di FARE qualcosa che sia utile alla società, scelgono quindi di essere anche politica, di schierarsi, di agire, di crederci. Qualcuno comincia per caso, scopre di star bene e continua, qualcun’altro cerca ogni sorta di progetto per fare esperienza utile alla carriera. Poco importa. Il volontario è una persona che FA, che AGISCE. E voi, voi che fate domande irritanti, che cosa avete fatto quest’anno? 

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