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Cinque inquadrature di Rita

Intervista a Rita Bertoncini
di Elena Bracchi \ 04-04-2018 \ visite: 1148
Cinque inquadrature di Rita
Laureata in Lettere Classiche, Master in Manager dei Servizi Formativi, malata di cinema del reale, il suo primo lavoro “Una nuova scintilla” è stato in concorso al premio David di Donatello 2015, nel 2016 assieme a sei colleghi ha fondato la società di produzione audiovisiva Aidél Sentieri Multimediali. A livello professionale si presenta così Rita Bertoncini, che ho avuto il piacere di conoscere partecipando al suo corso di Cinema del Reale, organizzato da Area Giovani.
Ma chi è la donna sempre in lotta, che ha cambiato la sua vita per dedicarsi alla sua vera vocazione?
Per scoprirlo le ho proposto un'intervista diversa dal solito, sfruttando ciò che ho appreso dal suo corso: cinque scene diverse in cui Rita si svela a poco a poco.
Quindi... Ciak! Si gira!
 
Scena 1. Camera fissa. Posizionata di sbieco all’ingresso di un’aula scolastica in modo tale che sia visibile la parete bianca, la finestra dalla cornice grigia e le tapparelle marroni a metà. Luce bianca di neon. Il fuoco è sull’interno della classe. Gli studenti parlano, alcuni tengono in mano delle attrezzature per registrazioni.
“Il lavoro nelle scuole non lo lascerò mai, nemmeno quando sarò in sedia a rotelle.
Mi piace lavorare con i ragazzi perché mi mettono in crisi costantemente e mi fanno incavolare in maniera atomica. Ogni volta che mi presento con le mie mappe mentali da quarantacinquenne con esperienza, traslochi e diecimila lavori, c’è sempre qualcuno che mette in crisi la mia autostima di donna. Il fatto di essere sempre sollecitata a crescere è qualcosa di preziosissimo, altrimenti sarei un fossile, non avrei alcun senso a lavorare con i ragazzi. E poi per me non esiste età tra i rapporti con le persone. Quando c’è un vero scambio, l’empatia, non lo senti lo scarto di età. E quando si porta a termine un lavoro, si è orgogliosi nel vederlo finito e di qualità, è una crescita per tutti.”
Due ragazzi entrano ed escono dall’inquadratura, uno di loro ha un maglione viola.
“Il film di Spielberg, “Il colore viola”, è uno dei miei cardini per quello che riguarda la violenza nei confronti delle minoranze etniche e delle donne, e la sorellanza tra donne che si stabilisce per uscire dalla violenza. È strano che casa mia sia tutta verde, viola e bianca... Ho scoperto da poco che sono i colori della bandiera delle suffragette. Probabilmente nella nostra vita seguiamo a livello istintivo delle direttive cosmiche, anche se ne rigettiamo l'idea perché ci allontana dalla mania del controllo.”
 
Scena 2. La camera si sposta lentamente tra gli studenti, verso la finestra. Il fuoco è sulla visuale che si ha dalla finestra. La camera si ferma quando un paesaggio innevato entra completamente nell’inquadratura. Passaggio da luce artificiale a luce naturale.
“Lavoravo nella formazione professionale, avevo un bello stipendio... Ma tornata a casa dall'ufficio, mi sedevo sul divano e non avevo nemmeno la forza di farmi da mangiare. Mi immagino come un cagnetto incazzoso, un chihuahua, su un tapis roulant che non si fermava mai. Poi ad un certo punto il cagnetto ha capito che nessuno avrebbe mai spento l’interruttore e che avrebbe dovuto farlo lui.
Il 10 marzo del 2010, mentre stavo filmando una tempesta di neve sulle mura di Ferrara, ho deciso di cambiare la mia vita e tradurre la mia passione in mestiere.
Questo è il primo motivo per cui amo la neve. Il secondo è un riferimento alla poetessa Antonia Pozzi, che mi ha salvato la mente proprio intorno a quegli anni. Nel 1938, dopo una nevicata, stanca di vivere nell'ambiente in cui viveva, si tolse la vita a soli 26 anni. La mattina a colazione, la prima cosa che faccio è sedermi, aprire a caso il libro di Antonia Pozzi e leggere quello che lei mi suggerisce. È sempre una guida, non passa giorno che non faccia questa cosa, è un rito per me.

Il colore bianco mi trasmette verità. L’esercizio che cerco di fare con me stessa e con gli altri.”
 
Scena 3. Camera fissa. Si osserva per qualche secondo il vortice di fiocchi di neve, fino a che il bianco assume una lieve sfumatura grigia. Cambio scena, l'unica illuminazione presente è una candela. Si intravede il profilo di mani che sfogliano un album di fotografie grigie.
“È tutta la vita che sono in lotta con la mia memoria, perché mi è stata negata. Nel 2010 ho cambiato vita proprio grazie a un libro di foto, dove ho scoperto che mio nonno, venuto a mancare quando avevo sei mesi, era un partigiano. Ho sempre avuto nella mia vita la sensazione di essere sradicata, di non c'entrare niente con la mia famiglia, di essere una aliena, di avere dei valori e degli interessi che non erano compresi. E invece ho scoperto di avere delle affinità, anche caratteriali, con mio nonno. Per cui le foto, la scoperta delle radici, sono parte della mia vita quotidiana. La ricerca di immagini, scritti, della mia storia e di quella degli altri è la mia ossessione. Questo non toglie che io non viva nel presente, anzi l’aver risolto il mio problema genealogico mi ha fornito la dote di cogliere i segnali del presente e saperli interpretare.”
 
Scena 4. Camera fissa. Cambio scena, i colori tornano nuovamente vividi e si passa ad altre mani che gesticolano, animate. Il fuoco è su persone anziane che parlano. L’ambiente alle spalle di queste è sfocato, un mix di bianco e violetto che s’intrecciano. Luce interna di casa.
“Le persone anziane hanno salvato la mia vita. Mi hanno aiutata a diventare adulta, a creare una classifica di valori importanti che sono sostanzialmente tre: di essere in vita, di essere in vita in salute, l’amicizia. Il poter condividere con le persone la tua vita senza maschere, l’autenticità. L’articolo tre della costituzione, citata ed applicata nella realtà, la fortuna di essere vivi e di indignarsi ancora. Questi anziani  sono dentro di me, lo saranno sempre e ogni volta che la natura fa il suo corso, dentro di me si spezza qualcosa, ho la sensazione che le colonne del tempio stiano scricchiolando e mi stia cadendo tutto in testa. Mi hanno reso una persona coraggiosa. Come disse Teresa Mattei, nessuno nasce senza paura ma è ciò che decidi di fare nonostante la paura che ti rende coraggioso. Quindi cosa faccio quando ho paura? Mi spavento, mi viene l’ansia, faccio due respiri, penso a cosa farebbero Lidia Bellodi o l'Ormea Lupi e lo faccio. Mi rende felice, mi sembra di aver restituito quello che loro hanno dato.
Nel film Una nuova scintilla la tesi è che le donne hanno avuto un grande ruolo nella resistenza. Tutti lo dicono, anche i testimoni maschi... Peccato che le donne subissero anche violenze dagli stessi compagni. E una volta fatto il loro dovere in entrambe le guerre nel silenzio, sono tornate a fare la vita di sempre. Sono state dimenticate come sono state dimenticate le donne artiste, musiciste, compositrici, le poetesse. L’ennesima dimostrazione della violenza sulle donne, che siamo state e siamo ancora inferiori. Mi fa rabbia che le donne abbiano ottenuto il voto solo nel 1946 e di aver studiato la visione maschile del mondo per tutto questo tempo. Il maschile distruttivo lo vedi scatenato in tutti i modi possibili ed inimmaginabili. E distrutto invece il femminile creativo. Per me è arrivato il momento di mettersi insieme, uomini e donne, per creare e non per distruggere. Non perché c’è la quota rosa da fare, ma per creare armonia, benessere. La costituzione italiana parla di persona umana, senza distinzioni.”
 
Scena 5. Camera fissa. Luce naturale su una scena dai toni caldi del marrone, con un lieve bagliore viola creato da una lampada. Dettaglio su un oggetto tra le mani di Rita.
“Credo dopo la laurea, mio padre mi regalò una bussola con un biglietto bellissimo “Ti auguro di non perderla mai”. È stato uno dei regali più belli e uno degli oggetti più importanti: nei momenti in cui mi sento persa, di aver perso la rotta, vedere che segna costantemente il nord mi fa ritrovare la direzione, mi riporta ad un lato affettivo e molto tenero di mio padre.”
 
Questa è Rita, la donna. Quella che si definisce stromboliana, tutta un fuoco, che s'indigna e lotta quotidianamente, che parla degli insignificanti, di quelle persone di cui nessuno si cura e che hanno invece la propria storia da raccontare.

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