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​Là fuori sta il bello

Un esame diverso dal solito
di Maria Vittoria Molinaro \ 01-03-2018 \ visite: 4595
unife antropologia urbana areagiovani

E anche per quest'anno la sessione invernale è finita.
C'è chi è riuscito a fare tutti gli esami, chi no e ne ha ancora qualcuno indietro, chi ha recuperato quelli delle precedenti sessioni e chi assieme all'ultimo esame, ha completato la tesi. La vita degli universitari è così. Ci sono le lezioni e ci sono gli esami, poi ancora le lezioni, gli esami e un giorno la laurea.
Gli adulti ci dicono che sono gli anni migliori, malgrado tutto.
Già perché l'ansia ce l'ho io e ce l'hai tu, anche se non me lo dici. E perché a lezione siamo sempre noi più qualcuno di nuovo con cui fare amicizia, con cui confrontare gli appunti, con cui scambiarsi un'espressione di noia, di sorpresa, di preoccupazione o chessò io. C'è anche qualcuno di nuovo che rimane per noi soltanto nuovo. Un volto in mezzo alla folla. Non c'è una ragione, se non che è così anche nella vita reale, fuori dall'uni.
Qui fuori o meglio lì fuori, perché io stessa sono ancora qui dentro, sta il bello.
Cosa ci sia di bello, ancora non lo so. Non precisamente, non davvero.
Però so che una sbirciatina fuori, a questo giro di sessione io e i miei compagni di corso ce l'abbiamo data.
In che modo?
Beh se esiste una sessione d'esami è perché esiste prima un piano di studi. Questo per gli studenti del 3 anno di Scienze e Tecnologie della Comunicazione, prevede anche il corso di Antropologia Urbana. Una materia nuova, attiva da quest'anno, sorella di Antropologia Culturale del 2 anno. Personalmente da quest'ultima ne ero rimasta molto colpita, mi era piaciuto il professore, il suo approccio alla materia e la modalità di farcela conoscere e studiare. Quindi con entusiasmo ho barrato la casella con la dicitura "Antropologia Urbana". Insieme a me altri compagni, non tantissimi, il numero giusto per avviare un lavoro di gruppo.
Non cartelloni con stagioni, soli e nuvole di carta appiccicose per la troppa colla spalmata dietro, ma nemmeno mere esposizioni orali che annoierebbero perfino un sasso. 
Insieme al nostro insegnante, il professor Scandurra, abbiamo condotto una ricerca sul quartiere Krasnodar di Ferrara. Ognuno si è occupato di un aspetto diverso; chi la storia, chi la scuola, chi l'organizzazione urbana, chi la nomea di Bronx che ha avuto negli anni '80.
Il lavoro è stato possibile grazie a chi ha vissuto e vive ancora Krasnodar, che ci ha dato informazioni e ci ha raccontato la propria storia. Le testimonianze sono state poi integrate con ricerche più specifiche fatte in comune, in biblioteca o negli archivi.
Al piano di studi seguono, come è noto, gli esami. Anche quello di Antropologia Urbana.
È grazie a questa "formalità" che arriva un po' di quel bello che sta fuori, colto grazie alla sbirciatina di cui parlavo prima.
Infatti il 17 Gennaio, giorno dell'esame, non ci siamo ritrovati davanti a un'aula di Via Paradiso, ma dentro all'Area Giovani di via Labriola.
La ricerca sul quartiere Krasnodar sarebbe stata completa solo con la restituzione dei dati a chi ce li aveva forniti, quindi per questo il nostro professore aveva proposto di fare l'esame proprio nel quartiere oggetto di studio.
L'area giovani ci era sembrato il luogo adatto.
È stata un giornata bellissima. Più che un esame, un dialogo e un confronto tra noi. Ci siamo conosciuti meglio, ci siamo ascoltati e aiutati. Alla fine io e quattro compagni siamo andati a una pizzeria d'asporto a prendere da mangiare per tutti e insomma, si sa quanto il convivio ravvivi gli animi. Soprattutto se è a base di pizza calda.
Purtroppo molti dei nostri informatori autoctoni non sono potuti venire a causa di impegni lavorativi, vari ed eventuali. Ma è stata un'esperienza grandiosa.
Nessuno prima aveva osato rompere i catenacci accademici.
Io vorrei studiare antropologia alla magistrale, prima non lo sapevo. Adesso sì. Perché l'università non ci insegna solo nozioni, ma anche quello che siamo.

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Fotografie di Martina Belluto
 
 

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