Attualità e Viaggi

La Hacienda San José e gli schiavi neri in Perù

Breve parentesi afro-peruviana
di Valentina Chendi \ 21-02-2018 \ visite: 788
La Hacienda San José in Perù

Di solito il turista medio che viene in Perù non ha il tempo di scoprire tutte le mille bellezze del paese andino, e si limita a Machu Picchu, il Titicaca, il Colca e forse forse la selva. Credo che quasi nessuno si prenda uno o due giorni per entrare nella regione di Ica, a sud di Lima, dove si trova El Carmen, cittadina in cui vivono tantissimi afro-discendenti. Io stessa che vivo a Lima nord non mi ero mai preoccupata di approfondirne la conoscenza, fino a quando l’occasione del “Carnaval negro” mi ha fatto comprare il biglietto del bus.
La presenza afro-peruana si concentra nella zona della costa e rimanda ai tempi della colonializzazione, quando ricchi spagnoli venivano a vivere nelle loro ville (le haciendas) in cui facevano lavorare schiavi neri fatti arrivare dall’Africa. Omoni alti due metri, ci racconta la nostra guida alla Hacienda San José, che venivano da Congo e Angola a faticare nelle piantagioni di cotone e zucchero.
Questa villa seicentesca, che oggi è un museo e hotel lussuosissimo con piscina, è stato teatro di castighi pubblici, frustate, morti, torture, abusi di ogni tipo. Nell’entrata c’è un disegno molto grande realizzato da uno schiavo, che rappresenta la facciata della hacienda, con la Chiesa a sinistra (“perché questi spagnoli erano molto religiosi”), il palo delle frustate (dove oggi c’è una carinissima e innocente fontana), l’angolo in cui gli schiavi e le schiave si riunivano a ballare e cantare per alleviare la vita tremenda che conducevano. Dentro ci sono i pesantissimi macchinari usati per l’agricoltura, vicini agli strumenti usati per marchiare a fuoco i poveretti e identificarli quando scappavano, qualche strumento di castigo (“volete provare com’era scomodo?” ci propone la guida).

La Hacienda San José in Perù

Poi ci addentriamo nei sotterranei con la torcia, dove si respira a fatica e bisogna camminare accucciati: con molta nonchalance la signorina ci indica delle ossa ammucchiate in un angolo dei tanti minuscoli passaggi in cui venivano rinchiusi gli schiavi, o dove si rifugiavano i signori proprietari quando arrivavano i pirati a derubare. Ci spiega persino che uno dei signori, che era sorprendentemente buono a quanto pare, venne assassinato da un gruppo di schiavi che volevano vendicarsi, proprio sulle scale che noi stessi stavamo solcando. La vedova di uno dei proprietari vendette la casa, poi passata ad altri signorotti, e oggi appartiene a Doña Angelina, novantenne, che vediamo passare in carrozzina durante la visita. Lì in vacanza ci sono anche i suoi nipoti, una delle quali si diverte giocando con dei reperti storici esposti con la scritta “No tocar”. Lei può. Fuori, nel giardino degli alberi centenari, si vede la piscina piena di vacanzieri. Da dentro i sotterranei vediamo invece un’entrata segreta che collegava la camera del signore della hacienda ai rifugi oscuri, lì dove oggi c’è una camera d’hotel per i turisti, forse la più costosa, penso tra me e me. I turisti sono bianchi, come me, caspita. Pagano una follia per soggiornare lì.
Allora ripenso, non so perché, a film come Django Unchained di Tarantino o 12 anni schiavo (sì, le mie conoscenze cinematografiche sono un po’ limitate).
E ripenso alle contraddizioni di un paese in cui la gente ha “sangre inca y española” e tratti indigeni, mentre le pubblicità e la politica sono occupate perlopiù da bianchi.
Ripenso alla piccola Daniela, 8 anni, che l’altro giorno mi ha chiesto sorridendo “Profe Valentina, perché tu sei bianca?”.
Ripenso a quando all’università ho studiato la colonializzazione delle Americhe.
Ripenso alle ville fighe sul mare per i turisti, vicine vicinissime alle baracche della gente del posto. I contrasti, qua, sono tantissimi…anche io ne faccio parte?

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