Attualità e Viaggi

Salvador di Bahia e la storia di un ascensore

Cartoline e riflessioni dal Brasile
di Valentina Chendi \ 15-01-2018 \ visite: 795
Ascensore di Salvador di Bahia
 
A Salvador, città brasiliana nella regione di Bahia, un mercante ottocentesco fece costruire un ascensore, chiamato poi in suo onore Lacerda. La necessità di un ascensore in una città portuale derivava dalla comodità di collegare la città alta e la città bassa, Cidade Alta e Cidade Baixa. 15 centesimi di reais oggi è il prezzo da pagare per provare il “brivido” di prendere un ascensore normalissimo, anzi parecchio angusto e senza un vetro per poter vedere il panorama esterno, e salire e scendere dal Pelourinho, il quartiere del centro. Non so per quali ragioni urbanistiche la città sia divisa territorialmente in una parte alta e in una bassa, ma sicuramente la logica capitalista della divisione fra ricchi e poveri ne fa parte, mi dico. Gli amici brasiliani che mi accompagnano per la città mi spiegano che infatti il Lacerda è molto più di un ascensore, è un simbolo sociale. E allora, proprio in quel momento mi ricordo dei reportage di Alberto Moravia.

Quando Moravia visita il Brasile nel 1960, l’ossessione indigena che lo accompagna nei suoi viaggi latinoamericani si trasforma in un’ossessione per la storia dei “negri”. Infatti la maggioranza della popolazione bahiana è di origine africana, e me ne sono accorta in fretta ai concerti a cui sono stata, l’unica bianca circondata da persone di colore.
Moravia propose una sua personalissima teoria sociale basandosi sull’osservazione di un aneddoto, l’attesa della gente davanti all’ascensore Lacerda, che aspettava di raggiungere l’altra parte della città.  Moravia crede che l’attesa stessa representasse la pazienza dei neri brasiliani, una sorta di loro rassegnazione e tristezza di fronte ad un “problema” razziale: è il mulatto brasiliano (chiamato pardo), incrocio razziale non nero e non bianco, la cui pelle ricorda la schiavitù africana e la colonizzazione europea allo stesso tempo, che aspetta di diventare bianco, spera di superare la sua eredità. Le conclusioni sociologiche e antropologiche di un italiano in viaggio costituiscono solo un punto di vista, lui vede nella fisionomia mulatta un significato emotivo e sociale, dietro a una pelle né troppo chiara né troppo scura si nasconde, dice, la ferita antica della schiavitù. Sarà vero? È proprio questa la verità sociale di Salvador? Moravia ci aveva visto giusto?

Il cuore nero del Brasile, così viene definita Bahia, ha da regalare talmente tanto ed è così diversa da altre regioni del paese da sembrare uno stato a parte, parola della mia amica brasiliana. La sensuale danza popolare del forró e la pratica della capoeira, il delizioso acarajé, la batucada per le strade: la colonizzazione portoghese ogni tanto emerge (nelle chiese, nelle processioni), ma Salvador rimane il centro della cultura afro-brasiliana. Caro Moravia, i bahiani stavano davvero aspettando di diventare più europei o vanno orgogliosissimi delle loro origini africane? Credo che lo chiederò alla dea Iemanjá, divinità del mare proveniente da mitologie dell’Africa occidentale, alla quale i brasiliani offrono sempre fiori e desideri l’ultimo giorno dell’anno. 

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