Attualità e Viaggi

DAY 4 30/09/2017 In direzione ostinata, ma contraria

Per ogni karma negativo ne esiste uno positivo?
di Mattia Antico \ 07-11-2017 \ visite: 316
Islanda ghiacciai
 
No, non vi spiegherò come ho pisciato nella Mordor infestata. Fatto sta che mi sveglio dopo esser riuscito a dormire quattro orette. Pensavo peggio onestamente. La febbre pare essere in un leggero sali e scendi, vediamo cosa succederà la sera.
L’obiettivo della giornata è assai semplice: dobbiamo arrivare ai fiordi orientali e provare a dormire il più a nord possibile. Questo perché la parte est islandese sembra essere la meno affascinante e la più desolata sulla Hringvegur. In ogni caso ci sembrava giusto passarci, senza perderci troppo tempo. Prima tuttavia volevamo vedere gli iceberg nei pressi del mare, proprio sotto ad un ponte.
In precedenza alla colazione osserviamo la macchina e ci promettiamo di metterla apposto, diamine è un casino, non si trova niente, ma ora non abbiamo tempo. Caffè solubile, Oreo e si parte. The Smiths a palla. Iniziano a starmi sulle palle. Lo sapevo.
 
Il cielo non promette bene, però non piove. Sulla strada. Prima del ponte ci buttiamo sulla sinistra. Attivo le quattro ruote motrici e, dopo due minuti scarsi, parcheggio. Ci sono molti turisti, soprattutto giapponesi. Gli iceberg sono azzurri, immobili, come se la corrente del mare non esistesse e invece è lì che spinge, ma loro restano imperterriti nella loro maestosità. Sono questi i momenti che ci fanno sentire vicini al Polo Nord. Da lontano intravediamo una foca nell’acqua, è bellissima. È così naturale che dentro di me ho una percezione di malessere, come se mi sentissi invasore del suo luogo naturale.
 
Eravamo consci di avere poco tempo e, per fortuna, il ghiaccio era già stato un ottimo protagonista della giornata di ieri. Ce ne andiamo di fretta, avremmo dovuto guidare un bel po’.
Superiamo il ponte. A breve ce ne dovrebbe essere un altro. Poi verso i fiordi orientali. Una Super Jeep in lontananza sbarra la strada. Che succede? Chi è? È la polizia. Scende Luca. Dal finestrino vedo il nervosismo.
“Quindi, che t’ha detto?”
“Stanotte si è allagato un ponte. La strada è chiusa!”
“Da quale sterrato dobbiamo passare? Te l’ha detto”
“Sì. Nessuno. Oh Pù, per andare a nord ha detto che bisogna fare il giro dall’altra parte!”
“COSA??? DOBBIAMO TORNARE INDIETRO???”
“Sì porca troia. Ha detto che strade non ce ne sono!!!”
Per intenderci, provo a spiegarvi il tutto con l’immagine che segue (Sì ho usato un programmino semplice. Sì fa schifo.): Noi siamo partiti dall’aeroporto nella zona Reykjavik per fare tutto il giro verso sud e tornare alla capitale. La strada è sbarrata, e per andare a nord bisogna tornare indietro. La linea rossa era quello che avremmo dovuto fare, il blu quello che ci toccherà fare.
 
Islanda mappa
 
Siamo piuttosto nervosi ed incazzati. Sicuramente una strada alternativa c’è, ci sembra impossibile che se una persona del posto abita di là dal ponte e per lavoro si è mosso, non gli sia data la possibilità di tornare a casa. In maniera razionale capisco che possano bloccare le alternative ai turisti, ma questa cosa ci scombussola i piani. Siamo molto agitati, inoltre continuo a sentir la febbre. Per calmarci un attimo approfittiamo del fatto che una lavata e un cambio vestiti non sarebbero un’idea malvagia. Torniamo quindi indietro ed incontriamo quasi subito una stazione di servizio abbastanza grande. Entriamo. La situazione caffè gioca a nostro favore: paghi una volta e ricarichi quanto ti pare. Con vestiti nuovi addosso ci sediamo per riflettere cercando di tranquillizzarci. Comprendiamo di essere obbligati a fare il giro inverso, magari tagliando al ritorno su uno sterrato che spacca in due l’Islanda. Abbiamo la macchina per potercelo permettere. Capiamo cosa fare in questa giornata e, dopo l’ennesimo caffè, stabiliamo di avvicinarci il più possibile a Reykjavik, visitando, durante il tragitto, tutto ciò che avevamo saltato i giorni precedenti.
 
In questa stazione di servizio non c’è la pompa di benzina. Per fortuna è una zona molto turistica essendo in prossimità del Grande Ghiacciaio, pertanto dovremmo trovarne parecchie nei paraggi. Dopo pochi chilometri eccone un’altra. Facciamo benzina. Approfittiamo ed entriamo a comprare dello scottex che stavamo finendo. Ci rimettiamo in macchina.
“Mattì, che so’ sti segni nel vetro?”
“Cazzo! Che è?”
“ma c’erano prima?”
“ma no!!! Luca, siamo assicurati tanto…”
“eh no, sul vetro no!!!”
Panico più totale. Vedevo già il conto prosciugarsi. Agitazione. Stiamo calmi. C’è il bollino che indica i danni preesistenti. Eh, ma prima non c’erano. Prendi il contratto. Che c’è scritto? Che significa sta roba in inglese? Sia lodato Gesù, significa “schegge”. Quindi c’erano già. Chiamiamo per sicurezza. Ci dicono di star tranquilli, se è già scritto non dobbiamo pagare nulla. Porca troia che giornata oggi.
Siccome la mattinata è beatamente andata, decidiamo essere ora di pranzo, il quale è da narrazione, lo merita. Spostiamo la macchina in un luogo più isolato e vicino ad un tavolino. C’è un arcobaleno bellissimo vicino a noi, ma questo non vuol dire che non possa piovere. Apriamo il baule e facciamo una creazione che Lucio Fontana levate: leghiamo alla macchina un telo impermeabile in modo da cucinare tranquillamente senza bagnarci. Patate, peperone paprika, cavolo, curcuma e peperoncino. Mescola senza fare attaccare. Aggiungi l’olio e  un pizzico di sale. È pronto. Birretta e via.
Ci rilassiamo un attimo e possiamo ripartire con tranquillità. Le schegge diventano parte del viaggio, sperando non esploda il vetro.
 
Durante la guida capiamo che è meglio fermarci a Sellfoss, un paesino poco prima di Reykjavik. In mezzo proveremo a vedere qualcosa. Lungo la strada veniamo a conoscenza di una piscina geotermica gratuita. Andiamo di corsa. Parcheggiamo e prendiamo il costume. Il tragitto è meraviglioso, sentiamo lo zolfo e vediamo il fumo uscire dalla terra. Siamo veramente emozionati e carichi. Dopo dieci minuti a piedi arriviamo nella vasca, ci sono pochissimi turisti, tra questi una coppia asiatica che entra in acqua per farsi fare un servizio fotografico, provo a fatica a non ridere. Entriamo negli spogliatoi e capisco perché è gratis: putrido. Stiamo attentissimi a non toccare per terra e ci riusciamo. Mi casca lo spazzolino. Porca puttana, ne comprerò un altro, questo non lo tocco più. Siamo in costume. Luca mette un piede in acqua.
“Col cazzo che è calda!”
Ce ne andiamo.
 
Islanda Dakota
 
Già all’andata eravamo a conoscenza del relitto dell’aereo nella spiaggia di Sòlheimasandur, ma lo avevamo saltato per svariati motivi, il principale era il tempo a disposizione, ma anche le difficoltà nel trovarlo. Un po’ per fortuna incappiamo in un parcheggio pieno zeppo di macchine e capiamo di essere giunti a destinazione. Lasciamo il Suzuki e ci incamminiamo. Un’ora a piedi sulla spiaggia di ghiaia per vedere il rudere di un DC-3 Dakota. L’arnese di metallo è affascinante, dopo tanta natura ci stava anche questo, un ottimo soggetto per le foto. Inoltre la storia è intrigante: l’equipaggio fu costretto ad un atterraggio di emergenza, tutti in salvo, ma l’aereo è lì da ormai 40 anni, con molti aspetti non chiariti tra cui i motivi dell’atterraggio e la data precisa dell’evento.
Un’altra ora di cammino. In macchina. Ask me ask me ask meahhhhhh The Smiths!!!
Arriviamo a Sellfoss. Sì, è da considerarsi città, ma facciamo i dovuti paragoni: una Malborghetto con un sindaco. Sulla strada principale troviamo un pub/ostello ed entriamo per una birra. Ora devo fare una piccola premessa per non sembrare insensibile e stronzo. L’Islanda intera ha meno abitanti della Provincia di Ferrara, quindi, senza tanti giri di parole, scopa e riscopa c’è caso che si possa beccare un cugino, tanto che è stata inventata un app di incontri proprio per evitare l’incesto, direttamente collegata ai propri alberi genealogici (sembra assurdo, ma ne parlava anche il Corriere della Sera http://goo.gl/34spVz). Insomma, entriamo nel pub, prendiamo le nostre birre e intorno a noi ci accorgiamo del problema incesto, è a suo modo antropologicamente interessante. Beviamo e cerchiamo un posto dove dormire.
 
Usciamo dal centro di “Malborghetto” ed ecco una stazione di servizio. Andiamo in una stradina di campagna proprio dietro ad essa. Poche ore fa la carcassa dell’aereo, adesso quella di due macchine abbandonate vicine alla nostra, speriamo non succeda nulla. Prepariamo la tenda. Fa freddo. Ho molto sonno, è stata una giornata faticosa. Crollo.

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