Attualità e Viaggi

Selva selvaggia

Viaggio nella selva centrale peruviana
di Valentina Chendi \ 02-11-2017 \ visite: 575
Selva Perù

Toccata e fuga nella selva centrale peruviana, che si trova giusto giù dalle Ande. Per arrivarci in modo economico ma tutt’altro che veloce, partendo la Lima ovvero dalla costa, devi viaggiare in bus per circa 17 ore e sopportare il terribile momento in cui cominceranno a manifestarsi i sintomi del soroche, come qui chiamano il mal d’altitudine.  Passando per la sierra arrivi a viaggiare a 4000 metri, le orecchie si chiudono, lo stomaco comincia a torcersi, la testa fa male. Le soluzioni consigliate (aldilà delle pastiglie) sono cotone nelle orecchie, cotone imbevuto di alcohol da passarsi in fronte, mate de coca a fiumi se possibile. Poi si comincia a scendere, ti passa il mal di montagna e arriva il caldo amazzonico, l’umidità atroce, insetti e mosquitos che possono passarti con una sola puntura un numero di malattie mortali molto simpatiche, insetti giganti che volano, strisciano, compaiono ovunque. Tantissimo verde tutt’intorno, i miei occhi abituati al cielo grigio e ai paesaggi beige ricominciano finalmente a rivedere il loro colore preferito.

Banana fritta

Banane cucinate in parecchi modi, tante banane. Aria fresca che verso sera riesce a dare sollievo al viso, già scottato e rosso nonostante la protezione 50+. Qui ci chiamano gringos, siamo i bianchi, senza fare distinzione tra statunitensi, russi e italiani, qui siamo quelli chiari e presumibilmente ricchi, siamo i visi pallidi che si beccheranno l’insolazione e forse rifiuteranno il bagno nel tal fiume per paura di beccarsi la malaria.  Poco importa, perché dopo aver passato una notte nel peggiore ostello della mia vita, ho capito che io non sarò mai selvaggia abbastanza per la selva, ma ho comunque vinto nella mia personale battaglia contro di lei. No, la selva non mi ha piegata. È roba per cuori forti, questo è certo, e io probabilmente sono selvaggia dentro ma non ho la pelle abbastanza dura fuori. Ma ad ogni modo ho riso come una pazza viaggiando su un minibus strettissimo con parecchi esseri umani stipati, 3 cani incazzati e un gallo sotto al sedile. Ho comunque mangiato un cevice di chonta (un tipo di palma) e ho bevuto il masato (bevanda ricavata dalla yuca fermentata), senza danneggiarmi l’intestino.

Cueva de las lechuzas

Sono comunque entrata nella Cueva de las Lechuzas, correndo terrorizzata dagli insetti saltanti e dagli strilli di quelli che sembravano pipistrelli nascosti nell’oscurità della famosa caverna. I viaggi in luoghi remoti, selvatici, impervi ed impetuosi servono proprio a farci capire quali sono i nostri limiti, e ci obbligano a provare a superarli e superarci. È come se dietro di noi ci fosse qualcuno pronto a darci una spinta nel vuoto, e stesse a noi reagire in un qualche modo: in questo paese regna la regola dell’improvvisazione anche in viaggio, e questo manda in confusione noi che amiamo programmare, pianificare, essere sempre pronti a una qualche eventualità. Amo le metropoli, ma sono ancora viva per raccontare la notte passata in un paesino sperduto in cui tutti mi fissano, le connessioni sono non sempre comode e non c’è rete nemmeno per fare una chiamata.

selva peruviana

Nella vita come in viaggio alcune cose ci fanno paura. Allora proviamo fino all’ultimo ad evitarle, come me che non volevo nemmeno andarci in questa cavolo di selva, e cercavo ogni sorta di scuse con me stessa. Se hai paura di qualcosa te ne puoi lamentare, puoi farci una risata sopra o puoi scappare. Ma il richiamo è sempre lì, quel prurito che ti ricorda che ‘Almeno potresti provarci’. E poi alla fine vai, ti butti, comunque vada. Perché in fondo, anche se non ne siamo coscienti, siamo tutti un po’ selvaggi. 

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