Cultura e Spettacoli

Live Report: Le Luci della Centrale Elettrica

Dieci anni dopo, dieci metri più indietro
di Giovanni Colombo, foto di Sara Tosi \ 20-07-2017 \ visite: 437
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Da “Costellazioni” (2014) a “Terra” (2017), è il momento del ritorno di Vasco Brondi a Ferrara, più emozionato e partecipe del solito nonostante il grande beneficio dell'arrivare a piedi al luogo del concerto, come lui stesso non manca di sottolineare. E' un viaggio cominciato più di dieci anni fa, quando faticava a infrangere i confini della nostra provincia, suonando tra fiere di paese e, una volta, addirittura un tabaccaio. E' un racconto tra musica e parole, una scelta di canzoni cambiata rispetto al tour invernale che presentava il suo ultimo lavoro ma anche a quella che sta proponendo nell'estivo; il pubblico raccolto nella cornice sospesa del cortile del Castello ascolta abbastanza attentamente Giovanni Imparato alias Colombre, progetto solista del cantante della band indie Chewingum: accompagnato dalla sola chitarra e da una voce delicata e avvolgente coinvolge nell'attesa.
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E poi puntuale arrivano Le Luci della  Centrale Elettrica, affettuosamente, semplicemente, le Luci. Le canzoni di apertura "Coprifuoco", "Qui" e "Stelle Marine" sono tutte del nuovo album, ritmi tribaleggianti e coinvolgimento immediato. Vasco è felice di essere qui, “nel centro del centro storico” e alterna racconti di ciò che hanno significato Ferrara e gli artisti legati a questa città nella sua formazione: è un racconto, per chi è autoctono come chi scrive, non può lasciare indifferenti. Quando Antonioni scriveva della fitta nebbia che in certe mattine avvolge tutto e di come l'immaginazione, la sua come la nostra, si libera di fronte a quello spettacolo, come Macbeth. Sono tante le canzoni da “Costellazioni”, l'album della maturità per le Luci dopo due lavori che potevano essere facilmente, forse troppo, accomunati: è la storia di un viaggio che è riuscito, in un mondo che non è solo “una città a 40 km” che in un certo momento della vita può sembrare davvero l'universo intero.
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E' un viaggio cominciato dieci anni fa con le prima apparizioni, solo, con la chitarra. La stessa che impugnerà per “Piromani”, canzone dura e storta come le solitudini e le disperazioni complesse che urlava in Canzoni da spiaggia deturpata (2008), quando tra le sere dei vent'anni passate a sbranarsi e a strafarsi qualcuno andava a vedere le luci delle centrale elettrica, della centrale a turbogas, come in un pellegrinaggio notturno. E poi si cresce e si cambia, come cambiano i problemi attorno. Allora forse si tratta  di accettare la vita come una festa come  in certi posti dell'Africa,di affrontare quello che verrà come una bellissima odissea di cui nessuno si ricorderà.
Vasco si è sciolto: racconta di quanto ha da poco capito l'importanza di crescere in un posto in cui annoiarsi tantissimo, qualcuno tra i più giovani borbotta ma chi ci è passato lo sa, ci sono giornate fredde e luminose in cui l'importante è che succeda qualcosa, qualsiasi cosa. Ed ecco "Chakra", tra le canzoni più amate dell'ultimo lavoro: si alzano molti smartphone a riprendere (un rapido precetto comportamentale: luminosità al minimo e niente flash, pensate soprattutto a chi sta dietro di voi) una ballata accompagnata dagli archi, l'ultimo lavoro è ben costruito e l'affiatamento della band si sente, sono molti i pezzi riarrangiati per questo live. Mi guardo intorno, il concerto prosegue rapido: tra persone di ogni età, i più giovani naturalmente schierati davanti al palco, qualche genitore che ha accompagnato i figli regna un'atmosfera di assoluta familiarità mentre i giochi di luce costringono qualcuno a girarsi di spalle per guardarli.
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Conclude la prima parte del concerto “I destini generali”, il singolo che anticipato il terzo disco, a conferma della varietà del repertorio che gli permette di alternate ritmi elettronici tra mosse di danza sul palco quantomeno rivedibili a ballate dolci e lievi, come il crescendo che accompagna il primo bis, “A forma di fulmine”, recitato dal pubblico come una preghiera braccia al cielo a occhi chiusi: “possiamo fare caso a quando siamo felici, possiamo crescere ma ricordare per sempre la tua piccola cicatrice a forma di fulmine”.
Chi ha lasciato la provincia in cerca della felicità non sempre ce l'ha fatta: qualcuno è dovuto tornare indietro, ritornano i tamburi, i cori e la danza africana, il Veneto è solo una licenza metrica, potrebbe essere un qualsiasi paese sperduto della provincia dove non c'è la stazione, ma non c'è condanna o biasimo per chi ritorna sconfitto e contento, c'è solo da “esistere e da lasciare correre”, lasciando ad ognuno la ricerca di quella che per ora chiameremo felicità.
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Questi dieci anni per chi lo segue fin dal principio, quando componeva testi e canzoni fino alle 18 perché poi “iniziava a lavorare al bancone del Korova”, lo hanno visto crescere ed evolversi: se Costellazioni era un album più maturo, dai temi alla composizione musicale passando anche per la vocalità, Terra è un lavoro ancora di più ampio respiro in questi tempi di “una bella malandata Europa multiculturale”, di fronte a chi parla di “migranti economici” bisognerebbe cercare di capire le storie di queste persone, anche se troppo belle.
Vasco si liberato delle ansie e delle tempeste dei vent'anni, è passato per il compromesso dei trenta, (“non immaginavo che potesse essere questa l'età più bella” ha scritto il giorno del suo compleanno) e ora può guardare al mondo, interpretarlo e renderci partecipi del suo sguardo.
Noi che lo seguiamo sin dall'inizio, continueremo a farlo e a ritrovare passaggi delle nostre vite nelle sue canzoni perché questa crescita è stata, inevitabilmente, tanto sua quanto nostra; solo lo faremo qualche metro più distante dal palco.

 

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