Cultura e Spettacoli

Live report: Alt - J e Lemon Twigs

Sold out in Piazza Castello
di Nicola Scaglianti Foto di Sara Tosi \ 30-06-2017 \ visite: 758
alt-J
 
Si capisce che sarà qualcosa di grosso quando arrivando in piazza a Ferrara di Mercoledi pomeriggio vedi centinaia di persone in giro per il centro, per la maggior parte intenti a comprare k-way in qualsiasi negozio li offra per ripararsi da quello che sembrava un problema fino all’ultimo momento prima dell’inizio: la Pioggia.
La folla non è allarmata e la coda fin da subito lo conferma, a qualche metro dal Duomo inizia già il classico serpente di persone che annuncia i grandi concerti, nessuno si preoccupa di bagnarsi: una birra un k-way e tutti pronti ad una mezz’ora sotto l’acqua per entrare, ma verranno ripagati.

lemon twigs

Entrando si vede già un capannello di persone che hanno preso i primi posti sotto al palco e li difendono dalla pioggia, qualcuno con l’ombrello, qualcuno con lo spritz, ma la paura di un rinvio del concerto che si materializzava mentre i tecnici coprivano gli strumenti, sparisce quando alle 20:30 in punto i Lemon Twigs (Brian e Michael D’Addario, Danny Ayala e Megan Zeankowski) salgono sul palco e all’improvviso sembra di essere, secondo alcuni presenti, ad una Woodstock moderna: pioggia tanta gente e pantaloni a zampa sul palco. La band di Long Island è chiaramente di altri tempi, sonorità fine anni 60 e inizio 70 accompagnate da una carica di energia che riesce a coinvolgere buona parte del pubblico. Cominciano con I wanna prove to you, cavallo di battaglia della band che fa capire subito le intenzioni, melodie e arpeggi di chitarra e pianoforte che portano ad aperture e ritornelli potenti sempre ammiccando a sonorità vintage e armonizzazioni molto ben fatte. La precisione della parte musicale è a volte seguita da una voce principale non sempre precisa ma comunque di grande effetto che permette di soprassedere a sbavature grazie ad un genere e ad una spinta musicale che ti trascinano nel loro mood. I 9 pezzi della scaletta passano in fretta tra vari cambi agli strumenti: i The lemon twigs sono un gruppo eclettico e non perdono occasione per mostrarlo, i due fratelli D’Addario si alternano alla batteria e alla chitarra cantando sempre entrambi, seguiti anche dal tastierista Danny Ayala che ha, pure lui, il suo momento alla batteria. Così tra cambi di strumenti, momenti più intimi di piano e voce, una cover di John Prine (dove suonano anche il flauto dolce) e la caratteristica carica che trasmettono i The lemon Twigs accompagnano la folla verso l’ultimo pezzo e isaluti di rito in cui però si vede l’unica vera pecca dell’esibizione: il batterista saluta lanciando la bacchetta in aria ma mancando poi la presa al volo, peccato veniale, vista la performance si può perdonare.

alt-J

Alle 21:45 si spengono tutte le luci e un intro ci preannuncia l’arrivo degli Alt-J che sale sul palco e crea immediatamente un’atmosfera particolare. E’ il nuovo disco che apre il concerto con 3ww, seguita da something good e Ripe & Ruine che, come da copione, porta a Tessellate. I giochi di luci sul palco creano uno scenario perfetto per le atmosfere della band inglese che con gli arpeggi della chitarra e i suoni dei synth e le armonie vocali mai banali e molto ben eseguite riescono a passare facilmente da un momento quasi onirico a uno molto più deciso e, a tratti cupo. Scorre tutto molto facilmente e mentre le luci continuano a essere così incisive (i cambi sullo schiocco di dita in Deadcrush ne sono un esempio perfetto) portandoti completamente dentro il loro mondo, la band inizia a suonare Nara. Comincia, perché dopo poco l’inizio della canzone un problema tecnico (probabilmente un problema al quadro elettrico) ferma tutto, anzi il gruppo sul palco continua a suonare ma la voce è sparita e chitarra e batteria escono ma non amplificati. Provano a continuare sperando in un veloce recupero ma non è così e sono perciò costretti a smettere ed abbandonare il palco per permettere ai tecnici di risolvere il problema; quasi 15 minuti di silenzio rotto solo da cori pro Alt-j e da un gruppo di fan che, però, inizia ad intonare non uno dei loro grandi successi, ma la canzone L’elefante si dondolava. Quella canzone dove in ogni strofa si aggiunge un elefante, rompe il silenzio fino a che la band non è pronta a rientrare (arriveranno a sedici elefanti per chi se lo stesse chiedendo) e dopo un “Scusa, ci dispiace” di rito in italiano, presenta la canzone che avevano dovuto interrompere e ricominciano a incastrare melodie di voci armonizzate con synth e giri di basso suonati dal tastierista o dal cantante (che imbraccia per un pezzo il basso) senza soluzione di continuità.
Lo spettacolo sul palco è quasi ipnotico, le luci e i laser continuano a farla da padrone e i pochi movimenti dei componenti della band mettono ancora più in risalto il lavoro scenografico. Arriva così In cold Blood, canzone anticipata da un “grazie mille Ferrara, Tutto bene?”, che fa cantare anche chi era rimasto rapito dalla situazione e si risveglia per cantare insieme ai suoi beniamini. La pausa forzata non ha intaccato l’atmosfera che riesce a creare la band per i cinquemila presenti nella piazza che ballano o almeno muovono testa e piedi con Dissolve me con quei cori che ricordano un po’ armonizzazioni e melodie quasi folk.
Brani del primo, del secondo e del terzo album si uniscono in una scaletta che rimane sempre molto fine, sono un gruppo elegante (da buoni inglesi) che anche nei momenti più pesanti dove i suoni si fanno massicci, mantengono un aplomb che però non risulta finto o fuori luogo, ma diventa cifra stilistica che caratterizza la band. Ogni elemento del gruppo è perfetto e necessario per rendere così particolare gli Alt-J: i suoni di synth dai bassi potenti alle aperture sognanti di Gus Unger-Hamilton, la voce particolare di Joe Newman che in alcuni casi fa da contraltare a momenti spinti con melodie delicate, gli arpeggi suonati a dita sempre precisi e netti, e i bellissimi e incisivi riff di batteria di Thom Sonny Green che suona senza i piatti ma riesce a non farcene sentire la mancanza.
 Matilda è uno dei pezzi accolti più calorosamente dal pubblico che viene invitato a cantare con la band uno dei pezzi più famosi, rendendo, se ce ne fosse bisogno, il pubblico ancora più partecipe. Molto ben riuscito Hit me like that snare che fa anche sfogare il pubblico che canta a squarcia gola il finale “Fuck you, I’ll do what i want”, seguito a ruota da Taro e anche da Pleader che porta all’uscita dal palco della band.
Il concerto va verso la fine ma non prima di averci regalato un bis in cui non poteva non trovare posto Fitzpleasure (in cui trova posto anche un xilofono) che coinvolge anche le persone che magari non conoscevano bene il gruppo ma che sicuramente avranno apprezzato un live quasi perfetto, dai suoni meravigliosi alle voci precise e di effetto, alle batterie incalzanti e ai giochi di luci e led che hanno contribuito ad un coinvolgimento anche emotivo che non sempre si trova nei concerti.
Uno spettacolo vero e proprio, non solo un concerto, che davvero ha fatto contenti tutti, sia i fan sia quelle persone che magari non avevano una profonda conoscenza degli Alt-j ma che hanno sicuramente apprezzato le atmosfere e la carica del gruppo.
Arriva così il momento di salutarsi e la band ringrazia il pubblico con il classico inchino per poi tributare un giusto omaggio a quello che li ha colpiti di più dell’Italia “Thank you for the amazing food”, e come dargli torto.
  1. 3ww
  2. something GOOD
  3. Ripe & Ruine
  4. Tessellate
  5. Deadcrush
  6. Nara
  7. In cold blood
  8. Dissolve me
  9. The gospel of john hurt
  10. Bloodflood
  11. Every other freckle
  12. Matilda
  13. Hit me like that snare
  14. Taro
  15. Breezeblocks
  16. Pleader
Bis
  1. Intro (an awesome wave)
  2. Left hand free
  3. Fitzpleasure

alt-J
 
 

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