Arte e Letteratura

La potenza del segno: come abbattere i muri con una matita

Illustratori, vignettisti, fumettisti e street artist a Internazionale 2016
di Giulia Tornesello \ 04-10-2016 \ visite: 1067
foto di francesca susca
Fotografia di Francesca Susca
 
Durante il Festival di Internazionale a Ferrara sono stati molti gli incontri dedicati alle arti visive. Illustratori, vignettisti, fumettisti e street artist si sono succeduti sui palchi del festival raccontando le loro storie, le storie delle loro opere, dando spazio, finalmente, alla potenza del segno, linguaggio universale capace di racchiudere tutte le lingue del mondo in un tratto di matita. 
 
Un linguaggio così semplice e al contempo così complesso da racchiudere in sé mille sfaccettature, mille colori che s'intrecciano tra loro, sfumando il confine tra il cuore e la carta, al punto di renderlo  impercettibile. Quasi invisibile. 
 
Tra gli ospiti di queste conferenze incontriamo Alice Pasquini, street artist, il suo collega Agostino Iacurci, i fumettisti Mana Neyestani e Manuele Fior, l'illustratrice Gabriella Giandelli e il vignettista sudafricano Zapiro. 
 
A fare da sfondo, i muri. 
 
I muri della prigionia di Neyestani, che nel suo ultimo (e al contempo primo) Graphic Novel “Metamorfosi Iraniane” racconta i giorni trascorsi in carcere in Iran, sua patria natia, a causa di una vignetta che l'ha portato a scappare dal suo paese per rifugiarsi a Parigi, dove adesso vive e lavora.
Strabiliante è, in Neyestani, l'utilizzo del tratteggio. Un tratteggio così fitto da sembrare esso stesso una gabbia, mimetizzando i personaggi negli ambienti in cui si trovano, velando lo sguardo del protagonista le cui pupille riflettono le sbarre della cella e trasmettendo al lettore un senso di assoluta claustrofobia e di oppressione. 
 
I muri su cui si esprimono Alice Pasquini e Agostino Iacurci, che trasformano i non-luoghi in luoghi, rendendo un'arte così contemporanea“reincarnazione” della pittura tradizionale, fatta di ricerca di panorami e scenari sempre nuovi. É la stessa Pasquini ad affermare che sono proprio i muri e ciò che li contorna a darle la principale ispirazione: la forma, il colore, i palazzi del circondario, gli abitanti del quartiere sono gli ingredienti principali delle sue ricette. E lei, così come Iacurci, da sempre firma le proprie opere con il suo vero nome, rivelando così l'estremo coraggio e la grande consapevolezza di creare Arte, di non sentire la necessità di nascondersi dietro a uno pseudonimo. 
Iacurci sottolinea anche l'inutilità di utilizzare altre firme, quando il lavoro lo si realizza sul campo, per giorni, alla luce del sole, in una vera e propria performance pubblica. 
 
C'è poi chi come muri preferisce quelli del proprio laboratorio, della propria anima, come Gabriella Giandelli, le cui opere sono frutto di un intimissimo lavoro di analisi delle proprie emozioni. Un lavoro strettamente personale ed introspettivo che non lascia spazio ai riflettori. Almeno fino al completamento dell'opera. La Giandelli lavora nel suo tempio, dove in totale solitudine si protegge dall'idea di mondo che tanto la terrorizza, e che “cerca di portare dentro si sé restandone fuori”, una sorta di esorcismo delle proprie paure attraverso il disegno. 
 
Esorcismo attuato in un certo qual modo anche da Manuele Fior, che nelle sue storie spesso riprende momenti dolorosi del suo passato per poi dar loro un epilogo diverso, come succede in uno dei racconti (“La Gita di Classe”) del suo ultimo libro, “I Giorni della Merla”.
Se in Neyestani era il tratteggio a farla da padrone nell'opera, Fior sperimenta invece, continuamente, nuove tecniche di disegno. Nella sua ultima opera utilizza una tecnica strettamente pittorica a tratti intervallata da chiazze di china ad esaltare il contrasto grafico. I muri di Fior sono i muri delle sue città futuristiche (ma non fantascientifiche) in cui a volte tutto ritorna in una nebbia quasi ancestrale, come nella Venezia de “I Giorni della Merla”, Venezia che, in seguito alla distruzione del ponte della libertà, torna a essere un'isola-rifugio per profughi, dove le calli vengono attraversate da personaggi sbandati e stravaganti, legati tra loro da una grande forza telepatica. 
Fior dice di “parlare per metafore”, scelta stilistica pienamente azzeccata. Metafore piacevoli, che si contrappongono a quelle estremizzate delle vignette che Neyestani creava in Iran, che sfioravano il limite dell'ermetismo per poter passare incolumi all'atroce censura imposta dal governo e dalla società costellata di agguerrite minoranze in cui l'autore doveva in qualche modo destreggiarsi, come a districarsi da un groviglio di laser, cosa che l'ha portato spesso all'autocensura, da cui -dice- è difficile staccarsi anche lavorando in un Paese come la Francia. 
 
Ed ancora ritornano i muri, questa volta dell'Apartheid, nelle vignette di Zapiro, e quelli ormai sempre crescenti del vecchio continente che si chiude al resto del mondo, illustrati nelle geniali opere della mostra “Una vignetta per l'Europa”, un concorso di illustrazioni satiriche dedicate a temi europei che quest'anno più che mai gravita attorno all'emergenza migranti, alla paura del “terrorismo cieco”, allo shock della Brexit e alle conseguenze di tutti questi fenomeni politici, economici e sociali. 
 
Un Festival genuinamente impregnato d'arte, insomma, quello del 2016, in cui i vari artisti hanno cercato di portare all'attenzione del pubblico l'importanza della comunicazione non verbale, comunicazione che si fa comunione attraverso la forza unificatrice dei colori. Forza che scala i muri come un rampicante, li scavalca, li abbatte. Un tratto di matita che è subito “trait d'union”.

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