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No Border Camp

Dal 15 al 24 luglio presso l’Università Aristotele di Salonicco
di Klejdia Lazri \ 18-08-2016 \ visite: 1097
No border camp
Foto di Klejdia Lazri

Dal 15 al 24 luglio si è tenuto presso l’Università Aristotele di Salonicco il No Border Camp, evento al quale hanno aderito più di 2.000 persone provenienti da una ventina di paesi diversi, europei e non.  La finalità dell’iniziativa è stata quella di approfondire la condizione dei più di 50.000 migranti detenuti nei relocation center e nei CIE, in particolare in seguito allo sgombero del campo di Idomeni e alla costruzione di un muro sul confine macedone, ennesimo ostacolo per quella che viene definita la “rotta balcanica”.
Il parco dell’ateneo è stato adibito a campeggio autogestito, mentre all’interno dell’università sono stati organizzati quotidianamente wokshop e dibattiti su temi quali la libertà di circolazione e l’abolizione dei confini, l’accordo UE-Turchia, il regolamento di Dublino, la sospensione dell’accordo di Schengen e i respingimenti attuati da Frontex, con un focus sul coinvolgimento dell’agenzia nei casi di violazione dei diritti umani, emerso grazie ad alcune inchieste giornalistiche.
Numerosi collettivi, associazioni e reti europee hanno partecipato alle assemblee raccontando la propria esperienza e condividendo i progetti di accoglienza locale, mettendo in luce l’esistenza di una rete che può implementare il supporto reciproco. Fra questi anche il gruppo L.E.I.L.A network, un insieme di associazioni dell’Emilia Romagna che, grazie alla presenza di una trentina di attivisti, ha fornito una copertura mediatica all’evento. Vista l’ampia partecipazione, è stato possibile dare vita anche a un confronto su tematiche come il capitalismo, la sicurezza online, la sostenibilità e le discriminazioni di genere. E’ stato perciò realizzato, al centro del campeggio, un Women* Space (l’asterisco sottintende tutte le categorie che subiscono discriminazione di genere), e sulla parete d’ingresso dell’università è stato appeso un grande striscione contro il sessismo e la transfobia.
Grazie alla disponibilità di numerosi volontari che hanno messo a disposizione i propri mezzi di trasporto, è stato possibile per gli attivisti recarsi presso i relocation center di Softex, Vasilika e Oreokastro, nei quali vivono molti dei migranti che abitavano precedentemente il campo di Idomeni, sgomberato a maggio. I campi, finanziati dall’ UNHCR e dall’Internal Security Fund dell’ UE, consistono in grandi capannoni posti in zone periferiche e molto distanti dalla città. All’interno vi sono delle vere e proprie tendopoli, nelle quali i migranti vivono in condizioni igieniche precarie, in attesa di sapere quale sarà il loro futuro. Nella maggior parte dei casi manca l’acqua, il cibo è pessimo e le cure mediche sono scarse. Nei campi vivono assieme donne e uomini, ma soprattutto moltissimi bambini e neonati, la cui condizione delicata richiederebbe un’assistenza specifica. Solamente l’Old Building Fessas di Oreokastro presenta una struttura sanitaria all’interno del campo, grazie al lavoro di un gruppo autorganizzato di medici.
La situazione risulta addirittura peggiore nel caso dei CIE di Paranesti e Xanthi. Nel primo è stato possibile, per una delegazione di soli 30 attivisti, accedere all’interno del centro e verificare le condizioni dei migranti. I detenuti, in molti casi minorenni, hanno spiegato che non comprendono il motivo per cui sono stati rinchiusi. Nonostante in altri campi le procedure siano più rapide, alcuni di loro hanno affermato di trovarsi a Paranesti da più di cinque mesi, senza avere idea di quando saranno rilasciati. Hanno ribadito di non essere criminali e hanno raccontato di trovarsi a vivere  in dieci in una stanza, senza poter contattare i propri parenti e con la possibilità di consumare un solo pasto al giorno. Secondo quanto sostenuto da uno dei detenuti in una conversazione privata con un’attivista che gli ha fornito il proprio numero e il contatto facebook, quella è stata la prima volta che la polizia ha consentito a dei visitatori di entrare all’interno del CIE. Ha inoltre affermato che dopo la protesta degli attivisti alcuni migranti hanno ottenuto l’accesso all’intervista per la richiesta d’asilo.
Nel campo di Xanthi la reazione delle autorità è stata molto diversa: non solo non è stato permesso ai manifestanti di entrare dentro il CIE, ma la polizia ha lanciato lacrimogeni e disperso la folla. Gli attivisti non si sono arresi e hanno trovato il modo di avvicinarsi il più possibile all’edificio, gridando slogan in inglese, francese, arabo e greco per far capire ai migranti che non sono soli e che c’è chi sta combattendo questa battaglia assieme a loro, riuscendo infine a farsi sentire dai detenuti, i quali hanno risposto con entusiasmo affacciandosi alle finestre.
Tra le altre azioni di protesta organizzate dagli attivisti vi sono stati un blitz alla sede dell’OIM di Salonicco, come critica contro la politica dei  cosiddetti “rimpatri volontari”, e le manifestazioni di fronte all’Ambasciata tedesca e al Consolato turco.
Uno dei momenti più significativi del No Border Camp è stato il Migrant’s Pride, un lungo corteo al quale hanno partecipato più di 4000 persone, con i testa i migranti dei relocation center che hanno reso propria la manifestazione, ballando e cantando slogan per chiedere il riconoscimento i dei propri diritti e la tutela della propria dignità. E’ stata inoltre organizzata una protesta a Kastanies, sul confine con la Turchia, durante la quale il corteo di attivisti ha scandito slogan contro l’accordo fra UE e Turchia e contro le politiche criminali di Erdogan.

Una volta concluso il No Border Camp, gli attivisti non si sono fermati. Il 25 luglio molti di loro si sono diretti verso la penisola Calcidica per unirsi alla protesta dei locali contro la multinazionale canadese Eldorado Gold, la quale sta distruggendo i 26.400 ettari dell’area forestale di Skouries per sfruttarne le risorse aurifere.
Secondo quanto riportato da alcuni degli attivisti rimasti a Salonicco, all’alba del 27 luglio la polizia ha fatto irruzione presso tre spazi occupati: l'Orfanotrofeio, esistente già da molti anni e immediatamente demolito dopo lo sgombero, Il Nikis, il quale ospitava numerose famiglie di rifugiati, e il Kinotita Hurriya, una palazzina di otto piani abbandonata da tempo e occupata dagli attivisti internazionali durante il Migrant’s Pride del 21 luglio. Lorenzo Velotti, un attivista italiano presente durante lo sgombero di Kinotita Hurriya, ha raccontato che all’interno dell’edificio si trovavano una sessantina di attivisti europei, di cui due greci, e due famiglie di migranti composte ognuna da 6 persone. Le famiglie sono state liberate non appena concluso lo sgombero; non rischiano nessuna ripercussione legale, ma sono state riportate nei campi governativi. Gli sgomberi hanno suscitato forti reazioni a Salonicco, portando molti attivisti ad occupare la sede di Siryza per chiedere il rilascio dei propri compagni.  Agli attivisti sono stati imputati 2 capi d’accusa: violazione della pace domestica e danni per un ammontare di 50.000 euro. Gli avvocati avranno il compito di dimostrare che è stata la polizia a danneggiare la struttura, poiché gli attivisti avevano cercato invece di migliorarne le condizioni, permettendo ai rifugiati di vivere in un ambiente più accogliente rispetto a quello dei campi. Il processo, inizialmente fissato al 5 agosto, è stato rinviato al 26 gennaio 2017.
Ciò che rimane, a distanza di un paio di settimane dalla conclusione del No Border Camp, sono le storie che i migranti ci hanno raccontato. Essendo la maggior parte di loro provenienti dalla Siria, molti dei racconti presentano tratti comuni: c’è chi ha raccontato di aver vissuto per anni ad Aleppo separato dalla famiglia, essendo la città divisa in due dai militanti di Daesh; c’è chi ha spiegato di essere arrivato in Turchia a piedi, attraversando campi minati, e sempre a piedi è riuscito a raggiungere la Grecia; c’è chi ha trascorso interi mesi a Idomeni, per poi ritrovarsi ad attendere ulteriori mesi nei relocation center di Salonicco, sperando di poter raggiungere amici o parenti in uno dei paesi dell’Unione Europea, con la consapevolezza di finire probabilmente in uno Stato differente, oppure di dover tornare indietro; c’è chi ha cercato di superare il confine macedone almeno cinque volte, venendo ogni volta arrestato, rinchiuso in isolamento senza cibo né acqua, per poi essere rilasciato in mezzo al nulla; c’è chi ha visto uccidere tutta la propria famiglia, come nel caso di un ragazzo iracheno, il quale non ha voluto spiegare come è arrivato in Grecia e ha preferito starsene seduto in disparte, portando negli occhi ricordi il cui peso per noi sarà sempre incomprensibile.
E poi ci sono i bambini, i quali hanno accolto gli attivisti con gioia e con entusiasmo, i loro sguardi pieni di speranza, di curiosità e di domande incalzanti. E’ prima di tutto a questi bambini che dobbiamo delle risposte, che partano dalle nostre azioni e da un intervento mirato, riconoscendo loro non solo i diritti sanciti, ma la dignità che i nostri muri, i nostri fili spinati, le nostre chiusure e i nostri pregiudizi stanno contribuendo a violare.  

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