Cultura e Spettacoli

Teatro delle Albe, l'epica del bene in Birmania

Il commento del regista Marco Martinelli allo spettacolo "Vita agli arresti di Aung San Suu kyi"
di Licia Vignotto \ 26-01-2016 \ visite: 1904
Foto della compagnia teatrale Teatro delle Albe.
 
«É distante la Birmania?» Questa è la prima domanda che il Teatro delle Albe ha rivolto al pubblico ferrarese, nell'oscurità del Teatro Comunale. Tanti altri interrogativi, espliciti e impliciti, hanno punteggiato la rappresentazione di "Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi", nessuna retorica.
Lo spettacolo è esattamente ciò che promette di essere: mette in scena la vita dell'orchidea d'acciaio, figlia di un padre della patria assassinato in un colpo di stato, Nobel per la pace nel 2011, donna fortissima che per poter parlare al popolo del proprio Paese – vessato dalla dittatura militare - ha sopportato e superato ventun'anni agli arresti domiciliari, pressioni e minacce continue, un attentato organizzato per ucciderla. Una favola truce, dove si intervallano incubi e realtà, visioni magiche dettate dalla solitudine e dialoghi surreali, seppure riportati fedelmente.
Sul palco, a interpretare quella che ad oggi è l'unica donna seduta nel parlamento birmano, il regista Marco Martinelli. Ermanna Montanari infatti, l'attrice che assieme a lui ha ideato questo lavoro, ha dovuto rinunciare alla parte per motivi di salute - e nonostante quanto ci si sarebbe potuti aspettare, ascoltare un uomo pronunciare le parole di Aung San Suu Kyi non scalfisce la grazia delicata del personaggio, nemmeno intacca o indebolisce la sua chiara identità.
«Abbiamo optato per una soluzione antica, continuare la rappresentazione con l'autore che legge sul palco il proprio testo. Lo leggo come anni fa lo lessi ai miei attori. Non sarà utile all'immedesimazione, probabilmente anzi questa soluzione creerà della distanza. Verrà sicuramente meno la fascinazione dell'attrice ma probabilmente si avrà più concentrazione sulla drammaturgia, più attenzione sulla parola. Questa è la vita, rispondere ai momenti di difficoltà, al buio».
Così Marco ha spiegato la scelta operata dalla compagnia, condivisa con il direttore del Comunale, per poter onororare l'impegno preso. Altri commenti da parte sua sono arrivati a siparo chiuso, stimolati dalla curiosità dei presenti. Occhiaperti.net li riporta perché forse, più di una recensione, catturano e spiegano l'anima di un'opera così complessa, costruita con tanta cura da apparire semplicissima, capace di alleggerire ciò che è pesante senza mai perdere di vista le domande intime e profonde che una storia esemplare come questa inevitabilmente pone.

DIETRO LE QUINTE: L'ideazione dello spettacolo è comune. Io e Ermanna partiamo da una scintilla, da un sogno, da un'immagine. Iniziamo a lavorarci su e condividiamo tutto ciò che ci sembra utile. A un certo punto ci separiamo, io di solito mi chiudo in solitudine. Per "Vita agli arresti" ho passato quindici giorni a Marradi, in mezzo alle montagne. Io scrivo il testo, lei pensa alle scene e ai costumi. Siamo autori entrambi.

IN VIAGGIO: Non potevamo non andare in Birmania, ci siamo stati quando la liberazione era già avvenuta ma era sconsigliato parlare di Aung San Suu Kyi. Per osservare la sua casa sul lago, quella dove è rimasta reclusa, ci siamo nascosti. Del popolo birmano ci ha colpito la mitezza e l'ospitalità, la spiritualità legata alle radici, il monachesimo inteso in senso completamente diverso da quello a cui siamo abituati qui.

ANTAGONISTI: Le figure dei generali sembrano grottesche ma non abbiamo inventato nulla. "Adesso ci chiedete i diritti umani, e poi? I campi nudisti?". É una frase vera, come è vero che il generale ha detto in televisione di aver parlato con Gesù. Battute assurde, e dietro un castello degli orrori peggio di quello del Marchese De Sade. La chiave del grottesco da un lato è consonante con il nostro fare teatro, dall'altro risponde alla storia della Birmania, alla sua anima. "Ridiamo di tutto, anche di quello che fanno i nostri generali".

MUSICA: Le musiche sono state realizzate da Luigi Ceccarelli, che ha riletto sonorità tradizionali del sud est asiatico rendendole più metalliche. Ci piaceva suggerire attraverso la musica l'idea delle sbarre, della prigione. Un solo brano è occidentale ed è il Canone di Pachelbel, del Seicento. Aung San Suu Kyi l'ha chiesto per la premiazione del Nobel, alla quale non ha partecipato. Il pezzo rap che si sente all'inizio l'abbiamo trovato in un cd comprato in Birmania.

RELAZIONI: Come esseri umani siamo materiali grezzi, ma se ci mettiamo in relazione possiamo diventare oro, dare un senso alla vita, far nascere la bellezza e capire quello che siamo. Quando dimentichiamo questo diventiamo mestieranti, timbriamo il cartellino e pensiamo a quello che mangeremo dopo. Ma in teatro non si può essere così.

POTERE E PAURA: Il rapporto col potere è un tema centrale nei nostri lavori. Il concetto di fondo è semplice, basta rileggere il Vangelo, studiare il buddhismo, dicono la stessa cosa: non è il potere che corrompe ma è la paura. Chi decide di non servire più è libero. Un concetto antico come le montagne ma vale ancora oggi, nonostante la società globale sia diventata sempre più complessa. La sostanza è che non siamo nati per essere schiavi, non di un generale ma nemmeno della prima voce che gira in rete. Mi viene inmente Dante nel limbo, dove incontra gli ignavi, una mandria costretta a correre e inseguire una banderuola. Alla mattina un tweet sbagliato ci cambia la giornata, ma è possibile?

RESISTENZA SPIRITUALE: L'arte è qualcosa che passa di cuore in cuore, da persona a persona. Quello che avviene a teatro non avviene in rete e nemmeno in televisione. Credo sia una forma primitiva di resistenza spirituale. É fatto da noi e da voi.

EPICA DEL BENE VS BERTOLD BRECHT: Abbiamo voluto rompere un tabù del Novecento e rappresentare un eroe positivo. Mettere in scena spudoratamente il bene, contrapposto anche a Brecht, con il quale ho voluto saldare un conto personale. Sono nato lo stesso giorno in cui lui è morto, il 14 agosto 1956 ed è sempre stato un maestro, da quando ero al liceo, ma non mi è mai piaciuto il suo cinismo, il fatto che lo spettatore non avrebbe dovuto essere sedotto ma indotto a pensare. É giusto dar retta alla testa, ma il cuore? Dobbiamo lasciarlo fuori? Il marxismo si è rivelato inutile, è crollato come ideologia totalitaria perché è rimasto solo un piano materiale. Il capitalismo si muove solo sull'orizzonte del visibile, per combatterlo serve una mossa erratica ed eretica, bisogna sorpassarlo. La vera rivoluzione è lì.

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