Attualità e Viaggi

A Si Misma (An Sich, a Valencia)

Quasi un ready-made
di Irina Aguiari \ 23-11-2015 \ visite: 1591
lucia a valencia
Foto inviate da Lucia

Come allestiresti il museo di te stessa per rappresentare la tua personalità? Prova a metterti in mostra.
L’esposizione di Lucia è una collezione privata, allestita in uno spazio intimo dove non serve accalcarsi per osservare un quadro. Anche perché in questa mostra, di quadri non ce ne sono. Dadaismo, pop art, nouveau réalisme: una serie di oggetti di uso quotidiano vengono presentati al pubblico come opere d’arte. Ready-made: traducibile come già fatto, preconfezionato, pronto. Sono oggetti di uso comune, isolati dal loro contesto abituale, che vengono selezionati dall’artista, senza tenere in considerazione le loro caratteristiche estetiche, e defunzionalizzati: privati della funzione che svolgono nella vita di tutti i giorni.
In un angolo, c’è una boccia di vetro. Potrebbe sembrare il casco di un astronauta, di un palombaro o un’insalatiera. È la casa di Miguel, il pesce rosso di Lucia. Quando si è trasferita a Valencia, per l’Erasmus di design, ha trovato il compagno di stanza ideale: è spagnolo, le tiene compagnia e non occupa molto spazio. “Avevo bisogno di affezionarmi a qualcosa”, per sentirsi come a casa, a Ferrara.
La sala successiva è occupata solo da una bicicletta nera, da uomo. “La tipica bicicletta ferrarese, hai presente?”. A guardarla non ha niente di speciale: due ruote, due pedali, una sella. “Mi manca perché è la mia compagna di viaggio, mi mancano quei setti minuti in bicicletta per andare in università tutti i giorni”. Valencia è una città bellissima: l’estate non è ancora finita, il verde pubblico è curato e riempie le strade, ma Ferrara è piena di storia. È la città di Lucia, quella che ancora sente come sua.
Quando ha deciso di intraprendere un’esperienza di vita all’estero, l’ha fatto con l’intenzione e l’obiettivo di tornare più indipendente, più matura, più donna. Aveva la necessità di allontanarsi da Ferrara, ma non di staccarsene, non di spezzare le sue radici.
E se per sentirsi a casa bisogna circondarsi delle persone che si amano, Lucia ha deciso di portarle con sé in Spagna con una bacheca e un diario. Sughero, per poter appendere le fotografie dei sorrisi degli amici alle pareti e cellulosa, per raccontare i suoi ricordi. “Scrivo il mio diario Erasmus soprattutto per me, perché questo è il mio percorso. Ma ho anche fatto scrivere una pagina alle persone che mi sono venute a trovare qui dall’Italia”.

lucia ferrara

Valencia non ha potuto sostituire in tutto e per tutto Ferrara, ma non è “un altro pianeta”. Se in un pomeriggio di sole, quando è estate anche a novembre, ci si siede sul muretto del Ponte di Alameda che passa sopra al letto del fiume Turia trasformato in un parco, si può osservare la vita dei valenciani e capire che non c’è niente di cui preoccuparsi.
“Quando l’ho capito, ho deciso che volevo conoscere Valencia più introspettivamente”. E a questo, forse, basta una Canon 1000D.
Ma quelli di Lucia non sono veri ready-made: la rifunzionalizzazione di ognuno di quegli oggetti a simbolo e opera d’arte della sua vita non può essere prosciugata da ogni sentimentalismo e dall’affezione. Quello che trasforma questi oggetti da semplici strumenti del vivere ad opere d’arte non è tanto la funzione che svolgono quanto il riconoscimento, da parte del pubblico, del ruolo dell’artista. Il significato intrinseco di questa rappresentazione è costituito dall’intuizione artistica da cui nasce il processo di rivalorizzazione: è il lavorio mentale ed emozionale che ti porta a sentire la mancanza di una bicicletta, ad affezionarti ad una boccia di vetro, a vedere nel sughero e nella cellulosa un punto di appoggio.
 

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