Arte e Letteratura

Ti racconto l'Elettroshock

Le testimonianze di chi lo ha subìto in prima persona
di Klejdia Lazri \ 21-01-2015 \ visite: 3062
elettroschock

Foto di Klejdia Lazri

Sabato 17 gennaio, presso la libreria Modo di Bologna, si è tenuto un incontro con alcuni membri del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa. L’argomento trattato è stato il libro “Elettroshock”, un testo che ripercorre la storia delle shock terapie attraverso la raccolta di testimonianze di persone che sono state sottoposte a questa pratica. Lo scrittore Ivan Guerrerio ha introdotto due membri del collettivo: Pierluigi dell’Aquila e Diego Baldini, i quali hanno spiegato che il libro è dedicato al compagno Roma, uno dei fondatori del Telefono Viola, un servizio che permette la tutela dei pazienti psichiatrici contro abusi di potere e diritti negati. Roma fu anche uno dei fondatori del collettivo, nato nel 2005 a Pisa grazie a volontari che decisero di informarsi sulle pratiche utilizzate nelle strutture psichiatriche, interrogando spesso gli utenti e cercando di approfondire la tematica, in collaborazione con altri collettivi che avevano mostrato lo stesso interesse in altre città, non solo verso i centri psichiatrici, ma anche verso le carceri.

Nel libro si cerca di tracciare un quadro il più possibile completo, approcciando la psichiatria moderna. Durante l’incontro si è parlato della figura giuridica dello psichiatra, che può legalmente limitare la libertà di un soggetto, senza passare per giudici o avvocati. Pur essendo previste delle regole a tutela di chi viene internato (ad esempio la legge 180, che stabilisce che sia il sindaco a emanare il provvedimento di TSO), molto spesso non vengono rispettate ed è lo psichiatra a decidere. Pierluigi dell’Aquila ha ricordato che l’Italia è stata la prima nazione a fare una legge per abolire i manicomi. In realtà ciò che in seguito è avvenuto è stata una trasformazione di questi centri, che ha portato la psichiatria in tutte le famiglie. Sono nati i centri di igiene mentale, gli psicofarmaci (il Tavor risulta il secondo farmaco da banco più venduto dopo l’aspirina), la videosorveglianza che ha reso le città simili a grandi manicomi. Inoltre la psichiatria pubblica presenta modalità omologate che non tengono in conto delle specifiche individualità. Diego Baldini ha spiegato che i membri del collettivo non sono contrari all’uso degli psicofarmaci, ma alla loro imposizione, alla coercizione e alla minaccia di un TSO. Il libro esiste perché in Italia non si sa che l’elettroshock (rinominato “terapia elettroconvulsiva”) viene ancora utilizzato in 91 strutture, tra pubbliche e private. Il dispositivo di questa istituzione è venuto fuori dalla narrazione di chi, volontariamente, ha scelto di raccontare la propria esperienza. I testimoni hanno riferito un uso spesso punitivo dell’elettroshock, ad esempio davanti al rifiuto di una determinata terapia. Tutti quanti hanno mostrato di sapere perché si trovassero nei centri, ma convivono con amnesie e pezzi di vissuto assenti.

Uno studio del 2010 ha mostrato che anche a distanza di sei mesi la memoria in molti casi non torna, contrariamente a quanto si era precedentemente sostenuto. Eppure, nonostante ciò, anche se un tempo veniva considerata come terapia ultima, quando nemmeno i farmaci funzionavano, ora è diventata una terapia elettiva, praticata anche su donne incinte. Per quanto venga definito un “presidio terapeutico di provata efficacia” e le morti sotto i ferri siano rare, il provocare una crisi epilettica indotta elettricamente crea delle microlesioni, ed è impossibile sapere quale sinapsi sia stata distrutta. Molti psichiatri hanno sostenuto l’efficacia di questo metodo, ma non sono mai stati finanziati degli studi sugli effetti. A livello di costi-benefici spetterebbe al paziente stabilire l’efficacia dell’elettroshock, ma essi non vengono presi in considerazione. Le persone portate in cura sono per la maggior parte condotte lì dai famigliari, dai quali vengono gradualmente isolati. Spesso c’è una tale infantilizzazione del paziente che vengono messe in pratica cure per le quali non è mai stata data l’autorizzazione. Il collettivo si è posto l’obiettivo di creare una rete tra i malati e una connessione con i loro parenti, cercando di ridare a entrambi un potere decisionale.

Attualmente il collettivo ha lanciato una campagna per la chiusura degli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari), che raccolgono soggetti che hanno commesso un reato se vi è il sospetto di una malattia mentale e se vengono ritenuti pericolosi socialmente. La critica viene rivolta al fatto che un individuo venga privato della libertà per quello che si suppone sia e non per quello che effettivamente fa, ma soprattutto al fatto che i tempi di detenzione spesso non vengono definiti, arrivando ai cosiddetti ergastoli bianchi. Il collettivo propone che nelle future REMS (residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria) , che dovrebbero prendere il posto degli OPG, “la durata della misura di sicurezza non potrà essere superiore a quella della pena carceraria corrispondente al medesimo reato compiuto”, alla fine della quale, secondo la legge, saranno previsti percorsi e programmi terapeutico-riabilitativi individuali. Spesso però il procedimento di reinserimento sociale è molto lungo e legato a “sentieri coercitivi, obbligatori, contenitivi”.
Tramite la campagna si chiede quindi che possano essere create reti sociali autogestite e spazi autonomi di intervento, oltre a una modifica degli articoli del codice penale e di procedura penale relativi al “folle reo” e al percorso di invio nelle OPG. Si mette inoltre in discussione il ruolo di gestione esclusiva da parte degli psichiatri e l’utilizzo di trattamenti psicofarmacologici debilitanti, volti a un isolamento e un’esclusione dell’individuo dalla società. Il collettivo si auspica che si possa avviare lo “sviluppo di una cultura non segregazionista, capace di praticare principi di libertà, solidarietà e valorizzazione delle differenze umane, contrapposti ai metodi repressivi e omologanti della psichiatria.”

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