Arte e Letteratura

Il celebre autore Guido Barbujani incontra gli studenti

L’ottantesimo anniversario delle leggi razziali fasciste si celebra in maniera originale
di Andrea Farina Matilde Mezzadri, Marco Maccanti, 5L \ 17-12-2018 \ visite: 932
copertina libro guido barbujani
Foto tratta da "Gli africani siamo noi. Alle origini dell'uomo" di Guido Barbujani

"Gli italiani devono proclamarsi razzisti.
È con questa semplice frase che si possono riassumere tutte le incongruenze della società dell’epoca. Una citazione in un contesto apparentemente scientifico. Si tratta del settimo punto illustrato ne “La Difesa della Razza”, il famigerato documento che mancava di scienza e fondamenta logiche, pubblicato nel lontano 1938, promotore di un sentimento razzista nei confronti degli stranieri, in particolare degli ebrei.
È così che l’autore, genetista e professore Guido Barbujani apre l’incontro, sottolineando come la scienza, agli inizi del Novecento italiano, fosse piegata alla propaganda politica. I politici miravano ad una catarsi della razza umana, alla purificazione completa che alienava ogni traccia esterna. Si parla di lontananza storica, ma in realtà l’ignoranza persiste nel tempo, rivelandosi come lo specchio del pregiudizio e dell’inesattezza culturale.
Come se proiettarsi nel 1938 non fosse abbastanza, l’autore effettua un ulteriore passo indietro, riportando i presenti a milioni di anni addietro, quando il concetto di razza ancora non era stato concepito. Il mondo era predominato da diverse popolazioni: in Asia si trovava l’homo Erectus, in Europa l’homo di Neanderthal, in Indonesia l’homo di Flores, in Africa l’homo Sapiens. È su quest’ultimo che Barbujani si sofferma con particolare interesse. Ma allora perché provare sentimenti razzisti nei confronti di individui che, all’interno del loro corpo, sono identici a noi? La risposta si può rilevare nuovamente nel 1938. Le aspirazioni razziste derivavano da un unico credo: l’unione tra le razze equivaleva ad un attentato alla purezza della propria razza. Eppure, durante il corso della storia diversi filosofi e pensatori hanno individuato tipologie di razze. Alcuni esempi sono rilevabili grazie a Linneo, che nel ‘700 divise la specie umana in quattro parti riferendosi agli elementi della natura (fuoco, terra, acqua, aria). In seguito sono rilevabili in Blumenbach, con l’introduzione del termine caucasico. Poi Kant, che incluse i calmucchi. Quindi nel ’900 con Frank Livingstone si afferma la non veridicità scientifica del concetto di razza. Gli studi più recenti hanno confermato che gli esseri umani condividono il 99,9% di DNA, ed il restante 1‰ è formato da più di 3 milioni di variabili che ci rendono diversi dagli altri, spesso addirittura più simili a persone provenienti da continenti diversi che ai nostri connazionali. Il punto a cui l’autore vuole giungere è che la scienza dell’epoca era mezzo di diffusione del razzismo, un tramite secondo il quale tale ideologia doveva assumere corporeità e realizzarsi sfogandosi sugli stranieri, solamente per salvaguardare la purezza di un singolo popolo a scapito degli altri. Inoltre, Barbujani effettua un interessante paragone tra le singole razze umane e quelle animali. Perché attribuire una categoria per esempio ad un cane, ad un gatto, ad un cavallo, e non classificare gli uomini? La soluzione a tale quesito è semplice: il concetto di razza, così come tutte le sfaccettature che implica, è un mero costrutto artificiale, che non è presente nel resto delle forme di vita.
Come sosteneva l’illustre Charles Darwin, nessuna specie è innata e non esiste alcuna razza che non sia inventata dall’uomo stesso.
Di conseguenza, la conclusione moderna a cui arriva Barbujani, l’unica accettabile dal punto di vista logico e scientificamente provata, è che non esistono razze, bensì sfumature e l’uomo è accomunato da un singolo tratto universale: l’essere umano è, in quanto tale, diverso e al contempo uguale ai singoli individui del suo stesso gruppo. 

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