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Verità di stampa

Marie Colvin, leggenda del giornalismo di guerra
di Elena Bracchi \ 05-12-2018 \ visite: 341
under the wire

Foto tratta da Under The Wire

Le fake news sono il nostro pane quotidiano. Dai post di Facebook a quelli di Twitter, nessuno sembra essere più padrone delle proprie parole, sbriciolate nel calderone del web, perse nei fumi della disinformazione e rigettati sotto forma di pensieri distorti dai troppi passaggi di testimone. C'è che dice anche che il giornalismo puro non esista più e che gli articoli in prima pagina sui giornali siano news ingigantite per far colpo sui lettori. Vero, falso, vero, falso... Quindi è vero o è falso?
Nella mia brevissima carreria di redattrice ho sempre cercato di narrare i fatti in modo obiettivo e trascrivere ciò che gli intervistati mi raccontavano, evitando di dare giudizi personali troppo marcati. Per quanto naive, il mio credo si basa sulla verità di stampa, sull'essere uno strumento per dare voce alla realtà dei fatti.

Della verità di stampa ne fece capolsaldo Marie Colvin, giornalista statunitense che lavorò per il quotidiano britannico The Sunday Times dal 1985 fino alla sua morte, avvenuta nel 2012 mentre seguiva l'assedio di Homs in Siria. Una reporter divenuta leggenda che ha dato la vita per amore della verità – anni vissuti con passione per il proprio lavoro e la spasmodica necessità di descrivere gli orrori delle guerre in Cecenia, Kosovo, Sierra Leone, Zimbabwe, Sri Lanka, Timor Est (dove perse l'occhio sinistro in seguito all'esplosione di un RPG), poi Iraq dove seguì le Primavere Arabe, la guerra civile in Libia e infine la mai conclusa guerra in Siria. Nel 1986 fu anche la prima giornalista britannica ad intervistare Muammar Gaddafi dopo l'inizio dei bombardamenti degli Stati Uniti in Libia.
Morire sul campo per un corrispondente di guerra pare ironico quanto inevitabile, data l'elevata esposizione al pericolo e l'essere un vero e proprio bersaglio, forse ben più del soldato nemico. Questo è il motivo per cui, a distanza di sei anni dalla morte della Colvin, la sorella Cathleen ha chiesto giustizia ed intrapreso una causa civile presso la corte distrettuale di Washington. Marie Colvin «è stata uccisa dalle forze del regime di Assad, in un'operazione che aveva un solo target: silenziare i giornalisti, secondo quanto riferito nella testimonianza dell'intelligence siriana» recita lo stesso Sunday Times. E non si tratta più solo di vite umane date in pasto alla follia umana, ma della penna della verità che è stata soffocata ancora una volta nel sangue. Un tema, questo, che si ritrova anche nelle due trasposizioni cinematografiche dedicate a Marie Colvin nel 2018: il documentario Under The Wire di Chris Martin presentato a Ferrara durante il festival Internazionale e il film A Private War diretto da Matthew Heineman uscito da poco nelle sale. Due proiezioni molto diverse tra loro e che contribuiscono a dare un'immagine completa di Marie Colvin. Una donna che, grazie alla splendida interpretazione di Rosemound Pike in A Private War, si mostra consumata ed ossessionata dal proprio lavoro, con quell'unico occhio vibrante e la benda da pirata, la sigaretta stretta fra le labbra ed un corpo su cui la guerra ha lasciato troppe cicatrici.
Marie Colvin non era una donna facile, anzi era una vera «rompicoglioni», tanto testarda e spavalda da mettere a repentaglio la propria vita e di chi la circondava per amore del lavoro... Ma sul campo brillava più di chiunque altro. La sensibilità e la devozione con le quali raccoglieva le storie dei superstiti erano uniche, aveva un talento capace di rendere i lettori di tutto il mondo partecipi alle richieste di aiuto di chi non aveva mai conosciuto la normalità. Pensate che Marie Colvin fosse folle nell'esporsi a tal punto solo per sete di verità? Ebbene anche la follia ha un prezzo e si mostra nel suo lato più fragile e subdolo, fatto di incubi e dubbi. "Ha senso ciò che faccio? Devo continuare a farlo?" Marie sognava una famiglia, la maternità, forse una vita felice, ma non ha avuto nulla di tutto questo ed ha vissuto sulla sua pelle più guerre di qualunque altro soldato americano. Ha sofferto di stress post traumatico che l'ha debilitata nel fisico e nello spirito ma infine, come una drogata che ha bisogno della sua dose, è tornata nelle zone di guerra per raccontare le atrocità dei conflitti a fuoco. La risposta a questa impavida decisione sta nel discorso che tenne alla St. Bride Church di Londra nel 2010, durante una funzione per i caduti di guerra. "Andiamo nelle più remote zone di guerra per raccontare ciò che sta accadendo. Il pubblico ha il diritto di sapere ciò che il nostro governo e le forze armate stanno facendo in nostro nome. La nostra missione è quella di dire la verità, d'inviare a casa una bozza della storia. Possiamo fare la differenza esponendoci agli orrori della guerra e alle atrocità che subiscono i civili."
Under the Wire è il documentario che, attarverso le videoregistrazioni di Paul Conroy, storico collega e amico della Colvin, racconta la tragedia dei civili intrappolati nella città di Homs e gli ultimi attimi vita di Marie sul campo - di come abbia cercato di fare la differenza ancora una volta, tanto da pretendere ed ottenere un collegamento con la BBC in un momento in cui avveniva un bombardamento proprio sulla sua testa, perché sentiva l’urgente esigenza di dire la verità su quello che stava accadendo in quelle terre dalle quali, fino a quel momento, giungevano notizie enormemente filtrate.

La famiglia Colvin ha istituito un fondo commemorativo in onore di Marie. Il fondo indirizzerà le donazioni ad organizzazioni caritatevoli ed educative che riflettono la dedizione di Maria a favore dell'aiuto umanitario, dei diritti umani, del giornalismo e dell'educazione.
mariecolvin.org

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