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Il mondiale di chi non ce la poteva fare. Puntata 3: Egitto

Politica, religione, Hector Cuper: non le premesse migliori
di Alessandro Orlandin \ 04-07-2018 \ visite: 584
salah
Dopo aver visto l'Italia farsi sbattere fuori dalla Svezia, non sapevo come mi sarei accostato al mondiale. Evitare di guardarlo era fuori discussione, tifare per qualcun altro non avrebbe avuto molto senso. Anzi, ho un sacco di ragioni valide per provare un sottile senso di diffidenza per ciascuna delle 32 partecipanti, per dire quanto sono antipatico. Così ho deciso di seguire il mondiale con un occhio di riguardo per chi non ce la può fare. Noi italiani ne sappiamo qualcosa, quindi tanto vale fraternizzare con chi uscirà dopo tre partite e fargli "pat pat" sulla spalla.
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PUNTATA 3: L'EGITTO
(nella puntate precedenti: Marocco, Australia)
 
Nell'estate 2011 Hector Cuper passò per Ferrara ed entrò al Paolo Mazza, non fosse altro perché si giocava una sorta di derby (amichevole) tra squadre con le pezze al culo come SPAL e Racing Santander. Finì 0-0, una vittoria sarebbe sembrata troppo per entrambe. Dieci mesi dopo la SPAL retrocedette in C2 per poi avviarsi al dissesto finanziario, il Racing salutò la serie A spagnola a causa di analoghi problemi. Già allora l'hombre vertical mi sembrò un uomo che aveva esaurito le alternative. Preso per i fondelli dal mondo calcistico per la lunga lista di finali perse e le brucianti sconfitte assortite (Lazio-Inter 4-2 del 2002, chi se la dimentica più), ha dimostrato di avere huevos in quantità o forse solo mutui da pagare, perché ha continuato imperterrito a cercare sfide da perdere puntualmente. Già ai tempi di Santander aveva alle spalle una sconfitta in finale di Coppa del Re (1997), una in finale di Coppa delle Coppe (1999), due in Champions League (2000 e 2001), un disgraziato biennio all'Inter (scudetto 2002 perso all'ultima giornata) e addirittura un secondo posto nella Coppa di Grecia (2010) con l'Aris di Salonicco. E che le fonti ufficiali non contemplano le sconfitte in finale in tornei parrocchiali e partite di truco e altri giochi di carte sudamericani. Però, come insegna il maestro Malesani (un altro che in Grecia ha lasciato bei ricordi) "tu devi guardare al percorso" e il percorso dice che gli egiziani saranno grati a Cuper per l'eternità, visto che con lui la nazionale è tornata al mondiale dopo 28 anni. In mezzo ci sarebbe anche una finale di Coppa d'Africa (2017) persa in rimonta contro il Camerun, ma suvvia, una in più o una in meno non cambia granché. 

Il ritorno al mondiale dell'Egitto ha significato molto per il paese. Perché quattro anni prima - con l'americano Bradley in panchina - era andato vicino alla qualificazione a Brasile 2014, salvo poi vedersi travolto negli spareggi da un Ghana oggettivamente più forte. E da allora nelle cronache internazionali si è parlato dell'Egitto che per vicende non proprio edificanti come le ripetute violazioni dei diritti umani sotto la presidenza di El-Sisi, la misteriosa esplosione di un aereo pieno di turisti e il drammatico caso di Giulio Regeni. Non sorprende quindi che il rigore segnato da Mohamed Salah contro il Congo - davanti a 75mila spettatori - abbia mandato in delirio una nazione intera, compresi i commentatori televisivi. La stagione clamorosa dello stesso Salah (44 gol in 52 partite) ha creato discrete aspettative in patria, malgrado Cuper avesse a disposizione un gruppo non esattamente traboccante di talento: a parte un paio di onesti mestieranti (Hegazy, Elmohamady, Elneny) che giocano in Inghilterra, c'era poco altro su cui fare affidamento. A meno di considerare particolarmente valido Mahmoud Ahmed Ibrahim Hassan, attaccante del Kasimpasa (Turchia) che ad un certo punto della sua carriera ha deciso arbitrariamente di farsi chiamare "Trezeguet". Considerata la media di 5 gol a stagione in squadre non proprio di grande caratura, io mi sarei scelto un soprannome diverso, poi veda lui. Per carità, è ancora giovane, ma alla sua età Trezeguet aveva già segnato 52 gol nel campionato francese e chiuso il suo primo anno alla Juve con 14 palloni messi nel sacco. 

Il sorteggio per i mondiali sembrava aver detto bene a Cuper e all'Egitto, troppo perché andasse tutto liscio. Girone con i padroni di casa della Russia, l'Uruguay e l'Arabia Saudita per un gruppo che avrebbe visto una serratissima corsa a tre - con l'Uruguay in disparte a sorseggiare il mate - se a dover decretare il vincitore fossero state le classifiche di Amnesty International o Human Rights Watch. Ma sorvoliamo, i mondiali sono un momento di comunanza tra popoli, la politica c'entra nulla. Peccato che la federazione egiziana abbia pensato bene di usare come sede del ritiro la città di Grozny, capitale della Cecenia, la repubblica caucasica a maggioranza musulmana teatro di un paio di sanguinose guerre a cavallo tra i Novanta e i Duemila. Un posto in cui comanda Ramzan Kadyrov, uno che è stato dipinto come una sorta di versione moderna di un tiranno medievale e che nel decennio di presidenza della repubblica (?) Cecena ha collezionato accuse di brutalità che vanno dall'istituzione dei campi di concentramento per gli omosessuali all'approvazione incondizionata del delitto d'onore all'esecuzione degli avversari politici. Un soggetto del genere può avere la sobrietà come tratto dominante? Proprio no, infatti fin dall'arrivo della nazionale egiziana a Grozny Salah e compagni sono diventati figuranti per  diversi eventi di propaganda, compreso un banchetto - dopo la prima partita, persa con l'Uruguay - in cui l'attaccante del Liverpool è stato insignito della cittadinanza cecena. La faccia di Salah la dice lunga su come deve aver vissuto quella serata. Ai compagni non è stata data alcuna onorificenza: si accontentassero di aver cenato a sbafo, avrà pensato il simpatico Kadyrov.

Tutto questo - almeno per quanto hanno riportato i media egiziani - non ha esattamente entusiasmato Salah, che avrebbe addirittura minacciato di chiudere la sua esperienza con la nazionale dopo il Mondiale. Non solo per l'eccessiva (e forse impropria) esposizione pubblica della sua figura per scopi extra-calcistici, ma anche per un ritiro organizzato come una sorta di porto di mare. Pare infatti che la federazione abbia invitato decine e decine di celebrità, imprenditori e politici egiziani - a spese proprie (!) - nella sede della squadra, creando così un clima tutt'altro che tranquillo alla vigilia delle tre importanti partite del girone. Alienato da questo clima da baracconata, sofferente per l'infortunio patito a maggio nella finale di Champions e circondato da una squadra che gli passava la palla sperando accadesse qualcosa, Salah ha passato un mondiale col fiatone, pur segnando gli unici due gol della sua nazionale. L'Egitto è tornato a casa con zero punti. Fino al 93' della partita con l'Arabia Saudita pareva potesse consolarsi con un pareggino, ma poi Salem Aldawsari ha palesato la stessa ingenuità di Tuta in un Venezia-Bari di vent'anni fa, rovinando tutto col gol del 2-1 in pieno recupero. Cuper ha assistito impietrito alla scena, un po' com'era accaduto la settimana prima quando l'Uruguay aveva segnato il gol decisivo nel finale di partita. Le leggi di Murphy con lui non hanno pietà e adesso si ritrova ancora una volta disoccupato. A 62 anni potrebbe anche dire basta, ma perché mai dovrebbe darsi per vinto? Ci sono ancora un sacco di finali da giocare, basta avere la forza di ricominciare il percorso: sarà mica sempre l'allenatore che deve pagare, cazzo (cit.).
 
foto: FIFA.com

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