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Bratislava

Dalla neve di Budapest fino al liquore al the
di Mattia Antico \ 03-02-2018 \ visite: 1029
Bratislava

14-01-2018

“… La mia dannata periferia” urlava Rino Gaetano in una di quelle che considero tra le mie canzoni preferite. Ho sempre cercato la periferia, quell’angolo sociologico che ci allontana da tutto e cresce con le sue personalissime regole. In una città come Budapest, ormai moderna, con la sua chiave malinconica del passato, è difficile notarla in pochi giorni, stiamo pur sempre parlando di una capitale europea.
Kelenfold, stazione dei bus. Ultima fermata della metro, in quel di Buda. Quel pezzo di est che mi mancava. Gli edifici rettangolari, base per altezza ed ecco l’aerea di periferia che volevamo. Siamo qui assonnati ed innevati ad aspettare un Flixbus indicato in quei cartelloni meccanici con i numeri che si girano come un vecchio calendario.

Bratislava

Alle 9 arriva puntuale il nostro autista: stempiato con un codino liscio che accarezza la camicia bianca di ordinanza. Salutiamo l’Ungheria, mentre la neve coccola non solo il finestrino, ma anche il paesaggio brullo intorno all’autostrada. Direzione Bratislava.
La strada bianca ci regala una sosta nella loro versione dell’Autogrill. La pipì viene 50 fiorini. L’autista finisce il suo gulash e siamo pronti per ripartire.

L’impatto con Bratislava è una stazione molto moderna dei bus, qui l’est Europa lo si vede subito usciti dalle porte automatiche.
Cerco di prenotare un Uber per raggiungere i nostri amici che gentilmente ci ospiteranno per una notte. Inserisci la carta. Attiva la posizione. Prenota. Aspetta il codice. Non arriva il codice. Prenota di nuovo. Niente codice. Fa freddo e piove. Bene. Hanno vinto i taxi.
Adriana ci apre la porta e, dopo un bicchiere di vino, andiamo verso il centro della città per pranzare ed iniziare a fare i turisti.

Passiamo vicino al grande stabilimento di Amazon, dove tutti i nostri amici lavorano. Quello è il mio piano, dice lei.
Adriano (no, non ho sbagliato, è l’altro amico, un omonimo al maschile) ci aspetta al ristorante. Per messaggio ce ne aveva proposti due: uno ignorante ed uno meno ignorante. Eravamo nel secondo.
Ci fidiamo di loro per ordinare, lo slovacco lo masticano abbastanza bene ormai. Qualcosa di tipico e birre da botti enormi poste proprio dentro al locale, usanza comune in Slovacchia.

Adriano ci fa da Cicerone, conosce bene la città. Non abbiamo tempo per visitare musei o entrare in luoghi chiusi per molto tempo.
La prima tappa è passare sotto quello che loro chiamano “il piccolo Ponte Carlo” in ricordo di Praga, dicono porti fortuna. Il centro è una città che cerca ancora la sua vera emancipazione da capitale europea, mantenendo quel fascino da grande periferia. Non ci sono tante persone, ma parecchie statue, quasi senza storia, solo una rappresenta un comico famoso del passato, per il resto sono state messe praticamente “a caso”.

Bratislava

Punto interessante della città il quartiere medievale, ben conservato con le sue viuzze strette in mattoni. Arriviamo alla Cattedrale di San Martino dove ci permettiamo una visita veloce, molto bella e suggestiva e, soprattutto, gratis (capito Budapest?). Unica pecca della storia: la solita querelle tra regimi comunisti e Chiesa ha fatto sì che il Ponte Nuovo passi proprio nelle vicinanze della Cattedrale e, per vicinanze, intendo tre metri. Tutto ciò rovina un po’ il suo fascino.

Per Pavese lavorare stanca, ma anche camminare. Lo facciamo ininterrottamente con l’obiettivo di vedere tutte le piazze del centro. Cambiamo strada perché stanno girando un film in un punto della città e, dopo qualche foto, decidiamo di entrare in un caffè per riposarci un attimo. Vin brulè mentre aspettiamo Daniele, fidanzato di Adriana, di ritorno dal turno in Amazon.  

Ricaricate le energie è già ora di rimetterci in moto. Adriano ha un altro impegno, ma lo annulla per noi.
“Vabbè vi porto al Castello e poi a mangiare in quello ignorante!”
Per arrivare nel luogo che ora è sede del Parlamento slovacco bisogna salire una collinetta rocciosa, nulla di faticoso ad essere onesti. Siamo nel centro storico, in una zona ricca vicinissima al Danubio. Inizia a fare buio e, il nevischio, che piano scende, rende fiabesca la nostra salita verso il Castello.

Ora, io in geografia sono sempre stato bravo, uno di quelli che sapeva tutte le bandiere e tutte le capitali. Arriviamo in cima e vedo una bandiera sventolare in alto nel, ripeto, PARLAMENTO SLOVACCO. Lì per lì non ci penso, alla fine è normale ci sia. Vado un pelo più avanti e vedo quella slovacca. Guardo quella di prima. Cazzo, è la Repubblica Ceca. Auto blindate aspettano fuori, zero turisti, nessuno parla. Qualche poliziotto passeggia. Nella nostra testa un solo pensiero: stiamo assistendo alla riunificazione!
L’ingresso è aperto, nessun cartello vieta di andarci. Piano piano passiamo in mezzo alle macchine. Nessuno dice nulla. Molto bene.
Onestamente nulla di eclatante, molto meglio il panorama dall’alto della collina. Usciamo e chiediamo cosa sta succedendo dentro, ovviamente ci dicono di allontanarci.

Bratislava

La fame ci fa arrivare velocemente al ristorante, poco distante dal Castello.
Adriano ci aveva avvertiti: le porzioni sono enormi. E noi, dati i prezzi, decidiamo di abbondare. Siamo pieni, troppo pieni.
Inizio a crollare dal sonno, ma se amici che non vediamo da tempo propongono il bicchiere della staffa come puoi dire di no.
Localino in centro, in una viuzza stretta, ma non quanto lo spazio che separa il bancone del bar da muro. Per entrare si scende. Televisione a volume altissimo con uno che si scompiscia. Ci siamo praticamente solo noi.
Il tipico è un liquore al the, una roba tipo di 60 gradi. Bevuto. Oh, a me è piaciuto una cifra, ma proprio buono.
Ho sonno.

Siamo a casa distesi sul letto. Domani sarà un’altra giornata di corsa, ma a Vienna.
Cosa è Bratislava? Forse un luogo al quale bastano due giorni, non di più, ma, sapere di camminare sopra al Danubio in una città che sta cercando forse ancora la sua vera indipendenza, mi affascina. La fetta di est che, come spesso non immaginiamo, è a due passi da casa nostra.

“… cerco la mia malattia in un bar o nelle carte, la mia dannata periferia!”

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