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DAY 11 07/10/2017 Il gran finale

Termina il nostro viaggio in Islanda. Malinconia e ricordi ci portano verso il gate
di Mattia Antico \ 07-12-2017 \ visite: 591
Islanda aurora boreale

“A che ora han detto che passano?”
“Verso mezzogiorno”
Sono le 10. La macchina dobbiamo riconsegnarla con il pieno di benzina oltre che svuotarla delle nostre cose. Al telefono hanno aggiunto che non serve lavarla, ci pensano loro. Per fortuna, perché sarebbe stato impossibile. Andiamo a fare il carburante dall’altra parte della strada.
 
So, if there's something you'd like to try
If there's something you'd like to try
Ask me, I won't say no, how could I?

 
Basta! Tappati quella voce Morrissey. Due pugni allo stereo. Oh Pù che cazzo fai, mica la vogliamo rompere ora, eddai. Scusa Suzuki Jimny scusa. La benzina c’è, maledetti spilorci. I sacchi a pelo, merda! È sempre facile tirarlo fuori e dormirci, mai rimetterlo al suo posto nel sacchetto. Tu spingi da quella parte. No, devi tener fermo lì. Oh io ne ho due, arrangiati. Ecco, più o meno ci siamo. Cosa manca? Delle briciole chissene frega, ci pensano loro. La gavetta devo metterla in valigia. Minchia questi panni avranno fatto la muffa! Vabbè, dentro in valigia. Guarda là davanti, nel portaoggetti. Il CD dei The Smiths! Brucialo! Spaccalo! Non li sopporto più, non li voglio più sentire. (Ovviamente è stato riposto in valigia).
Chiamalo è in ritardo! Ha detto che tarda di due ore. Oh, ma che palle!!! Come di due ore???
Andiamo a pranzo.
 
Ovviamente ci avanza un sacco di cibo che non avremmo mai potuto finire. Una parte la lasciamo nella dispensa dell’ostello per chi vorrà, il riso invece ce lo mangiamo. È veramente troppo.
“Ueh, parlate inglese? Molto bene, avete fame? Molto bene, tenete ‘ste due ciotole di riso funghi e zucchine! Bono eh?!”
Pranziamo con una coppia di tedeschi, ci ringraziano per il buonissimo cibo. Bagno e doccia veloce.
 
Ora si pone un piccolo problema: ci sono due gocce di catrame e parecchio fango sulla macchina. Paranoia. Sicuro che ci chiedono dei soldi sti maledetti. Come sempre siamo i soliti italiani abituati al nostro modo di fare. Arriva il ragazzo islandese, giovane, barba incolta e molto magro.
“Ciao, la macchina è perfetta. Grazie ragazzi! Divertiti? Bene, ciao!”
Apposto. Risolto.
Invece esiste un briciolo di malinconia. Vediamo allontanarsi quella che per noi è stata casa e mezzo di mille avventura, mentre diventa sempre più piccola nell’orizzonte si trasforma in semplice automobile. Ciao Casa.
 
Oggi giriamo un po’ per Reykjavik, abbiamo appuntamento con alcuni ragazzi della comunità di Couchsurfing. Una canadese ci scrisse qualche giorno prima della nostra partenza, lei è arrivata oggi e vorrebbe passare il pomeriggio in compagnia nel suo viaggio solitario.
Ci incontriamo nei pressi del centro dove lei parcheggia la sua macchina appena noleggiata. Insieme andiamo a comprare qualche cartolina, oltre agli svariati regali da portare a casa. Torniamo in uno dei bar della sera passata dove ci raggiunge un altro ragazzo canadese. Ordiniamo delle birre. Le loro sono piccole. Ecco, lo sapevo. Ora se ne ordiniamo altre tre ci prendono per alcolizzati. Vicino a noi, in un tavolo, giocano a Magic. Paese che vai usanze nerd che restano.
Raccontiamo le nostre avventure ed i luoghi visitati, ci invidiano molto poiché hanno alloggi prenotati su più giorni, questo implica spostamenti minori e nessuna 4x4. Il nostro compromesso ha vinto: abbiamo patito il freddo, ma ciò che è stampato nelle nostre teste batte qualsiasi temperatura.
 
Islanda
 
“Oh, ma il “panino” che ci resta si fa con loro?”
“non mi sembrano i tipi!”
Ce ne andiamo, si stava facendo tardi, avevamo poche ore di sonno a disposizione.
Reykjavik di sabato, al crepuscolo, continua ad essere quello che peggio sanno fare gli islandesi: cioè una città. La terra è là fuori, l’abbiamo vista e toccata con mano. Ci manca, è inutile negarlo. Finisce qua, in questi passi verso l’ostello, dove arrivati prenotiamo il pullman per il mattino seguente, direzione aeroporto. Ceniamo. Ci buttiamo sul letto. Due righe, due messaggi, un po’ di musica. Si chiudono gli occhi.
 
DAY 12 08/10/2017
 
Qualche francese torna in branda palesemente sbronzo. Mi sveglio e controllo l’orario: sono le tre di notte. La sveglia l’ho puntata giusta? Sì, cinque e dieci. Provo a richiudere gli occhi.
Non riesco più a dormire. Rientrano altre persone ed iniziano a suonare sveglie a chi, come noi per differenti motivi, deve partire in mattinata.
 
Sono le cinque. Luca non è nel suo letto, lo trovo in cucina che prepara un caffè. Lo bevo anche io. Prendiamo tutto e andiamo ad aspettare il bus. È buio pesto. Siamo noi ed una logorroica ragazza olandese. No, io alle sei della mattina non ho voglia di parlare.
“Oh Pù, i “panini” tocca buttali via! Ci manca solo di essere sbattuti in cella!”
Lo faccio.
 
Arriva un pulmino arancione, via verso l’aeroporto. Una sola fermata per caricare altri viaggiatori.
Quaranta minuti di strada e siamo a Keflavik.
Silenziosi, quasi fosse una routine che non vorremmo mai fare. Vediamo pezzi di cielo artico. Ci mancherà. Mandiamo la valigia in stiva. Passiamo i controlli senza nessun tipo di problema. Ancora non è annunciato al gate il nostro aereo. Caffè e muffin, ci trattiamo da nobili oggi!
“Luca, le monetine che ci avanzavano?”
“Vabbè dai, gliele ho lasciate come mancia!”
“Ma le volevo per ricordo!”
Siamo proprio spilorci, fino al midollo.
 
Ora sono a Bristol. Nell’Aeroporto di Bristol. Ho due tramezzini, l’unico cibo spazzatura da viaggio che adoro. Di quelli ai gamberetti e maionese, oppure uovo e tonno.
Cosa dovrei scrivere? Che siamo entrati nell’aereo, che questa volta non ero solo, ma tutti i posti erano occupati quindi non potevo distendermi e dormire? Oppure l’abbraccio di saluto atterrati in Inghilterra? Siamo romantici che trattengono dentro le loro emozioni, siamo fatti così. Ci conosciamo da troppo tempo. Un abbraccio di una manciata di secondi per noi dice tutto.
Abbiamo visto posti mozzafiato, guidato in sterrati al limite, cavalcato fiumi, cambiato una gomma ad una coppia inglese che voleva persino pagarci (sì, ho dimenticato di raccontarlo), abbiamo annusato lo zolfo e dormito sotto le stelle nel gelo più totale. Siamo fuggiti da due americani, dormito in divani scomodi circondati da speed e da un gatto malvagio. Restano delle foto vecchie che scorrono nel mio iPhone, le riciclerò in questa pagina di diario, non ne ho molte dell’11, solo un murales.
L’Islanda non è Reykjavik, è quel pezzo di terra che aleggia tra zolfo e ghiaccio, alle volte, se va di culo, capita di vedere del verde nel cielo e, se proprio la fortuna decide di concedere tutta la sua gentilezza, può spuntare uno sputo di rosa in quell’ammasso di luce colorata. A noi è successo tutto, questo non ce lo toglierà nessuno. Siamo riusciti a spendere il meno possibile, forse un terzo della media, abbiamo patito il freddo, perso e ritrovato una bottiglia di whiskey che forse era meglio non comperare mai.
Sì, in quei pochi secondi di abbraccio c’è tutto questo.
“Se perdi il volo chiama, stasera se spaccamo a Bristol in caso!”
“Seeee! Ci vediamo nelle Marche!”
Si torna alle abitudini serene, alle frenesie che rincorrono il tempo di un orologio. Libri, penne, cerca un lavoro, sii dolce, oggi devi passare in posta, la chitarra dal liutaio.
Finisco i tramezzini e mi sgolo l’acqua. L’aereo per Venezia imbarcherà al gate 23. Ci siamo.
Rimane qualche foto, una cicatrice sul dito di Luca e un Moleskine ormai consumato. Non so più dove scrivere. Morrissey ti odierò per un po’, so che capirai, scusami tanto. Ferrara arrivo. 
  
Good times for a change
see, the luck I've had
can make a good man
turn bad
 
So please please please
let me, let me, let me
let me get what I want
this time
 
Haven't had a dream in a long time
see, the life I've had
can make a good man bad
 
So for once in my life
let me get what I want
Lord knows it would be the first time
Lord knows it would be the first time
 
(Please, Please, Please Let Me Get What I Want – The Smiths)

islanda cascata

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