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La lunga notte del Sudafrica: La vita è meglio all’inferno

Parte seconda
di Antonio Vergoni \ 02-12-2017 \ visite: 320
carcere sudafrica

C’era una volta Elia, uomo non giovane e non vecchio, con tante dimore, nessuna fissa, con tanti lavori, nessuno legale, con una vita sulla strada e un’attitudine naturale al fare criminale.
Già incontrato in un racconto passato, si era un po’ detto della sua esistenza, della sua giornata, della sua sopravvivenza nella giungla metropolitana di Cape Town (vedi articolo “ Cape Town Hobo ”). Una gran fatica vivere così, la possibilità di finire male di giorno per colpa delle guardie o mal conciati da qualcuno per colpa della notte. In tanti come lui, come animali si cercano un rifugio dal freddo e dalla malattia, sono abbandonati e dimenticati randagi d’umanità sparsi ad arredo urbano, a mobile immondizia della strada. Il quartiere e le sue tirannidi, gli affari loschi e le amicizie d’interesse, le fratellanze malsane e il pericolo che si nasconde dietro ogni nuova faccia, la lotta per la vita peggio che in una savana, il valore dell’esistenza, poco più che un numero in un conteggio infernale.
In questo mondo la libertà è per questi molti non altro che una scommessa rischiosa, un deserto d’opportunità da attraversare senza speranza d’oasi, una corsa dei ratti alla quale non vale la pena partecipare. “ Il carcere è come una casa, lì dentro ti conoscono e ti rispettano, mangi e ti lavi tutti i giorni. La prigione è un inferno certo, ma la vita per molti che conosco è meglio di quella fuori ”.         
È così che mi diceva il vecchio Elia, povero diavolo, braccato dagli sbirri, dai negozianti del quartiere e dagli spacciatori nigeriani della zona. Una notte di troppo il carrozziere al quale continuava a rubare batterie che poi rivendeva a chissà chi, l’aveva trovato abbarbicato mezzo fuori mezzo dentro il negozio che intendeva ripulire, una volta catturato e menato era stato preso e infagottato allo scopo di dargli una lezione definitiva. Eccolo allora scomodamente sistemato in un bagagliaio di una vecchia Rover, il corpo livido e le gambe un po’ rotte, portato lontano dal centro, nel cuore della notte e del più cupo degli incubi. Ormai spacciato continuava a pregare e imprecare contro i suoi rapitori filando a tutta velocità verso una morte certa. Proprio quella folle corsa l’avrebbe salvato attirando l’attenzione di una volante della polizia che fermata l’auto lo liberava arrestando i banditi carrozzai.
Quella volta, ancora sulle gambe sane m’intratteneva al solito angolo con il racconto della sua vita, un allegorico vicolo cieco verso il nulla. A quel gradino della taverna e al rosso di un’insegna mi raccontava entusiasta di Pollsmoor, il carcere di massima sicurezza di Cape Town, di come, nel periodo in cui era stato detenuto per omicidio, avesse imparato la vita nell’essenziale e in tutto ciò che gli permetteva ora di vivere libero sulla strada. Era sopravvissuto grazie a quel qualcuno che era dentro, guadagnato sul campo e con il sangue. Ricordo che mi raccontava tutto fiero cose di cui non andare per nulla fieri ed io in mezzo sorriso ad ascoltarlo pensavo solo all’inferno di carcere al di là della Table Mountain.
Pollsmoor è un mostruoso monolite di pietra che si stende a occupare un’entrata in valle appena fuori da Città del Capo. È nella discesa che porta verso la località di Hout Bay, dove le palme si rincorrono verso l’oceano, dove le piante di quest’angolo di mondo danno sfoggio a tutta la loro magnificenza. Il verde è ovunque, tranne lì dove inizia lui, con la sua multipla cinta muraria plurieletrizzata, accanto a un boschetto di Eucalipto brutalmente scannato per far posto alle garitte e ai camminamenti delle guardie armate proprio sul confine con un verdissimo campo da golf. Davvero orribile e marziano per quell’ambiente, il carcere accoglie prigionieri da tutto il Sudafrica, con preferenza per i peggiori e i più pericolosi. I detenuti di Pollsmoor sono tra le più inumane belve della terra del Capo, maniaci adoratori di sangue e di morte che scontano condanne che ammucchiano a quelle che acquistano in carcere, per le azioni che le meritano, perché così è comandato da chi comanda lì dentro. L’unico atto di forza per sopravvivere almeno un po’ è affiliarsi il prima possibile, al primo piede dentro. Pollsmoor è il paradiso dei gangster, la casa dei Numbers, 26, 27 e 28, le più pericolose gang del Sudafrica.

pollsmoor

La storia narra che un giorno di fine ‘800 due criminali di origine Zulù fossero in cerca di lavoro presso le miniere del nord quando s’imbatterono in un mistico barbuto il cui nome era Po. Questo consigliò loro di rinunciare al lavoro in miniera per darsi ad altro e fu così che i tre diventarono amici decidendo di intraprendere la strada del crimine in un fiorire di classici del repertorio: assalti a diligenze, rapine in banca, assassini e violenze diffuse. I due fratelli sotto la guida dell’illuminato Po decisero di mettere su due bande, Nongoloza con i suoi otto briganti e Kilikijan con i suoi sette, diedero così vita rispettivamente alle gang 28 e 27, sopravvissute nei secoli fino a oggi. Nel regno di Pollsmoor sono i 28 che gestiscono la cucina lavorando principalmente nella mensa e sono i 26 che organizzano le pulizie all’interno del penitenziario. 28 e 26 con il 27, la gang degli assassini, pronta a servire l’una o l’altra. Il sistema è semplice ed efficiente, quando l’ordine è recapitato, la gang assolda e il povero diavolo assolve. Lo fa perché non può fare altrimenti, lo fa per legge non scritta, perché se si fa parte di una gang si devono eseguire gli ordini e senza una gang semplicemente non si può esistere. Appena voltato le spalle alla libertà, il galeotto deve avere le idee chiare e decidere in fretta se non vuole diventare la “ femmina ” di un colonnello criminale. La pena per un rifiuto ad affiliarsi è la sodomia, il rifiuto della sodomia vuol dire morte. “ E le guardie? ”, chiedo all’amico Elia, “ le guardie cadono come mosche, se l’ordine arriva muoiono anche loro, senza scampo, sono troppo pochi e gli altri sempre di più ”.
Le mura di Pollsmoor contengono a fatica i loro dannati, il carcere è ben oltre la sua capienza massima ma continua ad accogliere ondate di quei Giona senza destino, la fuori. Perché se sei un habitué del posto, se hai tatuato il giusto numero, nel carcere ti senti a casa, al contrario del mondo esterno ti senti qualcuno, qualcuno bada a te e sei utile a uno scopo. - Dentro sono Elia, fuori sono Straccio -
In un paese come il Sudafrica dove il sistema macina nuova ricchezza per nuovi ricchi, dove si sopravvive grazie alle comunità di appartenenza, dove si vive meglio o molto peggio secondo la tendenza maggiore o minore verso il colore nero, è facile sentirsi esclusi perché è facile sentirsi nulla. La catena della povertà è difficile da spezzare per chi non ha possibilità di ricominciare, per questo motivo qualcuno preferisce la prigione. Elia non è così, si trova bene dietro le sbarre ma continua a preferire mille volte la vita da straccio pur con tutta la sua povertà, la vita fuori sulla strada, la sua sola idea di libertà.  

http://it.euronews.com/2013/12/06/come-mandela-salvo-il-sudafrica-dalla-guerra-civile

http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/sudafrica-gauteng-guerra-gang-tre-adolescenti-2276084/

http://www.agoravox.it/Numbers-Gang-la-gang-piu.html

Per chi si fosse perso la prima parte:
La lunga notte del Sudafrica

     
 
 
 
                 
 
 
 
       

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