Attualità e Viaggi

​DAY 10 06/10/2017 L’Islanda non è una città

È l’ora del riposo post natura selvaggia, gli ultimi due giorni nella capitale senza nessuna aspettativa
di Mattia Antico \ 30-11-2017 \ visite: 579
islanda birra
 
Sono le nove. C’è un maledetto gatto incazzato sulla mia pancia.
Da bambino avevo paura dei cani, più una questione ereditaria che una fobia, con il tempo ho imparato ad apprezzarli, ma se c’è un animale che domina i miei timori, è il gatto! Quel loro sguardo fermo, la schiena che si alza e le unghie affilate mi rendono sconfitto in partenza. Quello sopra di me in questo momento avrà sicuramente leccato tutta la speed e la coca che si trova in questa maledettissima casa (prima di darmi del tossico leggete il DAY 9), quindi sarà pure nervoso. Mi scruta. Ho una paura assurda. Ora mi attacca sicuramente. Sento il padrone russare nella sua stanza. Chiamo Luca, non si sveglia.
Ok ciccio, io contro di te. Ora mi alzo di scatto. Lo faccio. Cade. Mi guarda. Se ne va. HO VINTO IO!!!
No, la cucina non la uso. Ho degli Oreo e dell’acqua nello zaino. Bene, colazione fatta. Si sveglia Luca, i “panini” li abbiamo ancora. Lasciamo una lettera a ‘sto matto in cui grazie, bla bla, in bocca al lupo, bla bla, saluta tutti e tante belle cose.
“Oh fottiamogli sti soldi”
“Ah Pù ma mille corone so’ equivalenti ad 8 euro, che te stai a dì?”.
Si scherza ovviamente.
 
Ce ne andiamo di corsa in macchina, dobbiamo fare poca strada, siamo già a Reykjavik. Verso la città, verso l’ostello. La nostra casa per le ultime due notti si trova in una rotonda, ha una reception molto minimal e le stanze ben pulite e sicure. Siamo in una camerata da dodici, poggiamo le nostre cose. Sono pronto per farmi la doccia. Dove sono le mie ciabatte??? Erano qui!!! No, non ci credo. Le ha prese la mia vicina di letto.
Luca la vede fuori e glielo dice. “Ah sì, mi sembravano un po’ larghe infatti”.
Vabbè, ci laviamo e siamo pronti per uscire. 
Venti minuti scarsi a piedi ed eccoci in pieno centro.
Senza tanti giri di parole: Reykjavik è brutta, ma lo sapevamo già. L’Islanda è la natura selvaggia, non certo la città. Un terzo degli abitanti dell’isola si trovano nella sua capitale, quindi circa 120mila persone. Quello che notiamo sin da subito è il suo essere cosmopolita: giapponesi, vichinghi, spagnoli, centroeuropei, tutto ciò la rende un pelo affascinante e diversa dal resto.
Il centro è diviso in pochissime vie fatte di negozi di souvenir, vinili e locali. Una chiesa bruttina e a punta fa capire cosa intendono loro per “piazza”.
 L’Islanda è una nazione costosa, ma Reykjavik ha avuto l’idea geniale per fottere i turisti: fare l’Happy Hour dalle 10 alle 20, in sostanza le birre costano come in Italia (una media 5€). Bene. Sono le 12. Siamo sbronzi.
 
Il bar prevede gente sul nostro stesso livello, anzi sono sicuro che il cameriere è più ubriaco di noi: si improvvisa dj mettendo i Clash e rovescia pure una birra. Quanto spreco.
Abbiamo fame. Cambiamo pub ed ordiniamo hamburger e birra, ci omaggiano di una salsa piccante e aggiungendo di stare molto attenti. Oh ciccio, io ho origini siciliane, non prendermi per il culo dai.
BRUCIA UNA CIFRA!!!!!
Luca sente l’inferno nella sua bocca, io piango. Finiamo alla svelta il tutto e ce ne torniamo in ostello a riposare un po’. Svegliati ceniamo in cucina, dobbiamo finire tutto il cibo che ci è rimasto, quindi improvvisiamo pietanze che nemmeno ho il coraggio di descrivere.
Verso la città per la serata. Birre e cocktail ci saranno di compagnia.
 
islanda da bomb
 
Cerchiamo il pub giusto, uno attira la nostra attenzione più di altri: da fuori riconosciamo un piccolo sound Lo-Fi. Entriamo curiosi. Una band voce, chitarra e batteria suona, sono piacevoli. Prendiamo le nostre birre e andiamo nel cortile all’aperto.
Mentre parliamo con due ragazze americane che woooow io sono americana e conosco il mondo, si avvicina un geek islandese, abbastanza sbronzo, giacca e papillon insieme ad un paio di occhiali. Ci narra la sua nazione ed i suoi studi in architettura, poi, appena ha realizzato la nostra provenienza, dice la super frase per conquistarci.
“What I appreciate the most of you, Italians, is that you hanged Mussolini upside down!”
Yeah fratello! Finisciti la mia birra, te la sei meritata. In ogni caso ce ne andiamo appena la band poggia gli strumenti.
Sulla via si trova un pub caruccio con aria un po’ giamaicana dai colori e dal nome sull’insegna (Bob Marley), entriamo e capiamo trattarsi della quota hipster che volevamo. Si balla buona musica e i Moscow Mule sono ben fatti. Facciamo amicizia con un ragazzo di Reykjavik. È l’una di notte mentre fumiamo una sigaretta all’esterno del locale. Ad un tratto l’islandese se ne esce con il suo personalissimo consiglio per i turisti.
“Vi do un suggerimento se mai doveste tornare: venite quando c’è il sole di mezzanotte, cioè luce anche nelle ore notturne, e ve la vivete al contrario. Dormite di giorno ed uscite la notte, siete soli, mentre il resto del mondo dorme. E vi dirò di più: potete anche tirarvi fuori il cazzo nei fiordi e correre nudi. Siete completamente liberi!!!”
Sarò onesto, non è un consiglio stupido, ok poi è degenerato, ma effettivamente la faccenda è affascinante.
Dopo questa perla decidiamo essere ora per andare a dormire.
“Minchia, ma è lunga!”
“eh sì!”
“ci resta uno dei “panini”, vero?”
 
La strada verso casa, di notte, ha il suo fascino. Vedi un paesotto, chiamato capitale europea, addormentarsi dolcemente in case statiche e fredde; però la luce buia che si confonde con le stelle dona una melodia gotica che di gotico ha ben poco. Giapponesi rientrano nei loro appartamenti affittati ed altri turisti cercano la strada verso le loro alcove. Non vi è ombra di inciviltà, non c’è traccia di paure che scorrazzano per le strade, fatte di taxi sfreccianti o miserabili dell’ultima ora. Non so se quello che sto per dire sia moralmente accettabile, ma forse a me è proprio questa parte che manca in Reykjavik: quelle due righe di Victor Hugo che ogni città possiede, quella panacea per le nostre menti occidentalizzate.
 
Islanda
 
In ostello facciamo uno spuntino, ci laviamo i denti e via sotto le coperte.
È stata una giornata all’altezza? Forse no, l’Islanda è fuori dalle mura cittadine, lo abbiamo capito e lo abbiamo vissuto. Il fatto che la nostra macchina sia parcheggiata al sicuro e noi dentro ad un letto, ci fa strano. Siamo comunque felici, è il riposo che avevamo previsto. Domani sarà l’ultimo giorno, ma non ho grosse aspettative: verranno a prenderci la macchina e faremo un piccolo giro pomeridiano, giusto per due cartoline e poi a letto presto che un aereo ci aspetta.
Sto crollando, spengo la torcia. Poggio la testa sul cuscino bianco.
Buonanotte.

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