Attualità e Viaggi

DAY 8 04/10/2017 La quiete dopo la tempesta

Il vento forte scombina i nostri piani, ma ci dona la possibilità di immergerci nella Terra
di Mattia Antico \ 22-11-2017 \ visite: 447
islanda

Sono le 7.30 e il rumore della pioggia che sbatte sul vetro ci fa capire che è giunto il momento di aprire gli occhi. Ancora assonnati sentiamo squillare un cellulare, il numero è particolare.
“Pronto!”
“Salve, buongiorno. Siccome il mare è forza 12 ci troviamo costretti ad annullare il vostro Whale Watching. Vi rimborseremo quanto prima.”
E ora che le balene non si possono vedere che facciamo???
Sia chiara una cosa, abbiamo imparato ad improvvisare, ma ieri avevamo organizzato tutto nei minimi dettagli: i cetacei ci avrebbero portato via l’intera mattinata, dopo di ché avremmo pranzato con calma, fatto la solita piccola spesa essenziale e via verso Reykjavik. Ora invece ci troviamo sotto la pioggia nella cittadina di Husavik, senza sapere cosa fare.
Seduti al bar del centro commerciale, sopra il tavolino due caffè fumanti, faccio cadere le zollette di zucchero, mi diverte molto buttare questi quadratini e saperli sciolti. Ci dispiace per le balene, ma non ci abbattiamo, sapevo che Luca lo stava facendo un po’ per me, per mantenere una promessa fatta mesi prima, ero perfettamente conscio che a lui non andava quanto al sottoscritto. Ciò che mi incuriosiva era il mare a Nord dell’Islanda, per noi mediterranei è qualcosa di mai visto, solo osservarlo al porto sembra qualcosa di spaventoso, sai che al di là ci sono solo ghiaccio ed acqua gelida.
Finiti i caffè compriamo la nostra sopravvivenza: pane, verdure, scottex e… un mio capriccio: il Harðfiskur, cioè il tipico pesce essiccato islandese, uno snack simile ai nostri ciccioli, ma è merluzzo, non maiale. Luca è vegano, io no e, per rispettare la sua scelta, ma soprattutto per il portafoglio, abbiamo sempre fatto una spesa unica, quindi mi sono adeguato senza problemi; in questo caso volevo provare qualcosa di tipico. Bene. Fa schifo. Provato.

Usciti dal centro commerciale c’è una giornata di pioggia e vento, il porto è grigio, ma allo stesso tempo misterioso ed affascinante per i motivi già elencati. Forse spesso non ci rendiamo conto della maestosità della terra e sapere che, dopo la foschia, oltre questa “siepe” resa pioggia, c’è il Polo Nord, è seducente.
Finito questo attimo poetico vediamo sbarrate le due agenzie di Whale Watching, tutto ciò ci riporta alla cruda realtà e alla fatidica domanda: “e adesso, che si fa?”.
Parte il piano di riserva. Va spiegata una cosa che non ho mai scritto: avevamo alcuni aiuti cartacei ed interattivi; vale a dire un’ottima guida Loney Planet regalatami per il compleanno da amici, il blog di Uberti e l’ottimo sito islandese riguardante meteo e strade curato nei minimi dettagli (en.vedur.is). Scopriamo che, nel pomeriggio, andando verso sud, il vento avrebbe iniziato a calmarsi un po’ e, nella parte centrale dell’isola, ci sarebbe stato un piccolo rischio neve con alcuni sprazzi di sole. Inoltre, tra un richiamo e l’altro a svariati siti internet, veniamo a conoscenza dell’esistenza di una pozza geotermale gratuita proprio in mezzo all’Islanda.
Chiamiamo il numero di riferimento per le strade. Ciao possiamo fare la F35? Abbiamo un Suzuki Jimny 4x4. Sì, con quella andate ovunque. Minchia, quanto ce la tiriamo.
Cosa è la F35? La linea blu nella figura.

mappa islanda

Sostanzialmente uno sterrato che taglia in due l’Islanda, rischiosa, ma non troppo come la sua sorella nella parte est, della quale avevamo paventato l’idea di percorrerla ieri con due canadesi. In estate fanno passare anche alcuni autobus di linea sulla F35, fuori stagione invece è meglio informarsi sulle condizioni, soprattutto se il meteo non sembra essere favorevole.
Scoprire di potersi tuffare nell’acqua bollente sulfurea, tra il ghiaccio e la terra, era qualcosa che ci mandava giù di testa. Le sei ore segnalate sapevamo sarebbero potute diventare facilmente otto, se non nove. Inoltre l’arrivo prendeva il nome di Geysir, ossia la nostra prima notte islandese, quella dell’Aurora Boreale. Un modo per dire “torniamo a casa”.
Salutiamo le balene. Mandiamo a quel paese i The Smiths (come ormai solito fare). Partiamo.
La Kjalvegur (detta in maniera più semplice F35) inizia nei pressi di Blönduós (detta in maniera più semplice “cittadina che nemmeno abbiamo visto nel nord-ovest islandese”). Prima di entrare nello sterrato si continua sulla Hringvegur innevata, è la prima volta che succede in questo viaggio, non siamo affatto spaventati, ci hanno detto che con il nostro catorcio possiamo andare ovunque, anche se nelle prime ore del mattino il volante somiglia più ad un vibratore, ma, parafrasando Gigi Proietti, Ar Suzuki Jimny nun je devi cacà er cazzo.
Entriamo nello sterrato. Ogni tanto qualche buca. Si balla. Hai attivato il 4x4? Ah giusto. Intorno è spoglio, brullo, e lo diventa sempre di più man mano che andiamo avanti. Siamo soli. Il nulla. Passiamo praticamente tra due ghiacciai, osservandoli ai nostri fianchi, innevati, fermi.

paesaggio islanda

Ad un certo punto notiamo una indicazione interna alla strada, dovrebbe essere il sito geotermale di cui avevamo letto stamattina. Andiamo. Puzza di zolfo e fumo che si alza, vicino un piccolo rifugio. Un percorso porta a vedere i vapori uscire dalla terra. Leggiamo che fu nascondiglio di un fuorilegge nel diciottesimo secolo, storia da Far West, ma siamo nell’ombelico Vichingo.
Nevica, c’è un grado sotto zero. Cazzo se fa freddo. Prendiamo i nostri asciugamani e il costume, non si sa mai. Fa freddissimo. Eccoci. La pozza. Un tubo porta acqua fredda, un altro porta acqua ad ottanta gradi, entrambe arrivano direttamente dalla terra. Luca si inginocchia e tocca con una mano. Non dimenticherò mai le sue parole.
“Porca puttana Pù, è calda, è perfetta…”
In un attimo siamo completamente nudi come mamma ci ha fatto. Ci mettiamo il costume prima di morire congelati. Entriamo in acqua. Wow.

mattia islanda

Mi tengo il berretto perché fuori fa freddo e quella parte del corpo non resta sotto l’acqua, lo dico per giustificarmi dal “bullismo” subìto quando mandavo le foto ad amici e familiari.
È favoloso, che esperienza fantastica. L’acqua calda naturale. L’odore di zolfo. Nevica, la sento sulle mie spalle graffiarmi dolcemente. L’acqua, a volte, è persino troppo rovente, cosicché cambio posizione nuotando. Siamo nel più completo nulla, soli, fino a quando non sentiamo una macchina parcheggiare. Si avvicinano due signori sopra i quaranta, di stazza molto robusta, ci salutano ed entrano in acqua.
Sono due americani, uno con origini israeliane ed ex militare, due persone fantastiche. Imprenditori a Los Angeles. Colti e molto interessati al nostro percorso di viaggio. Parliamo parecchio e ci rilassiamo nella pozza calda. Lo ammetto, inizia un po’ a girarmi la testa. Tra l’acqua calda e lo zolfo l’effetto è quello. Decidiamo quindi di uscire. Il gelo più totale. Ci infiliamo solo le mutande e corriamo fortissimo direzione macchina. Riscaldamento a palla. Siamo vivi.
Facendo due conti siamo stati dentro la pozza per più di un’ora. Esperienza meravigliosa, rientrerei in quell’acqua ogni giorno.
Asciugati abbiamo tempo per farci due passi lungo il percorso, dove la terra ribolle. In alcuni punti bisogna stare realmente attenti ad avvicinarsi perché l’acqua può superare i 100 gradi; insomma, non conviene fare il gallo come ieri. Intorno a me la superficie è di un marroncino bagnato, condita dai piccoli fiocchi di neve che ormai vanno verso la fine delle loro forze. Perdo Luca. Mi scrive che è già alla macchina. Perdo la via del ritorno. La ritrovo. I nostri due nuovi amici ci chiedono cosa avremmo fatto, se fossimo rimasti a dormire nel rifugio anche noi. Costo per la notte: 60€ a persona. No fratelli, andiamo via.
Una coppia di signori anziani esce dal rifugio, apre con le chiavi la camerata e poi eccoli in costume pronti per un bagno. Ci viene un dubbio: ma siam sicuri che quella pozza fosse proprio gratis gratis gratis??? Vabbè, ce ne andiamo prima di diventare anche noi “banditi”, non vorremmo ripetere la storia.
Con gli americani ci scambiamo i contatti Facebook dandoci appuntamento a domani, per grigliare insieme. Sì, sono imprenditori nella Silicon Valley e noi approfittiamo del loro denaro. Siamo stronzi, esatto. Diciamo che avrebbero offerto la griglia e magari buona parte del cibo in generale, perché no qualche birretta, inoltre son simpatici.

Ci rimettiamo in moto e sentiamo già il tintinnare della chat di Messenger in cui si lamentano di esser rimasti soli con una coppia di vecchi canadesi. Ora non abbiamo tempo per rispondere, dobbiamo guidare prima che faccia buio pur essendo consapevoli che sarà pressoché impossibile.
Siamo nella stessa zona a livello naturalistico, ma, il passare delle ore e il mutare del cielo, donano un aspetto differente al panorama già prima osservato.

Islanda paesaggio

Le buche sono di meno, ma il cielo si fa buio. È notte fonda e non ci sono lampioni ad illuminare, solo le stelle. Non siamo spaventati, d’altronde è tutta diritta la strada, ma la fine non la vediamo.
Ad un certo punto, dal nulla, lo sterrato diventa catrame. Ci siamo.
Tempo mezzora e siamo di nuovo a Geysir. Ripassiamo vicini al geyser (esatto, solito vecchio giochetto: Geysir è un geyser). Di notte sta fermo, in silenzio. Non esplode. Non urla.
Nel “nostro” parcheggio altre due macchine dormono, effettivamente sono le undici e mezza. Prepariamo da mangiare velocemente, mentre dietro ad un monte spuntano due schizzi verdi di Aurora Boreale, se ne vanno subito. Ci sentiamo a casa, come se fossimo i padroni che ospitano, ma sappiamo non essere così.
Apriamo la tenda. Giù la scala. Salgo prima io. Poggia le scarpe sotto i sedili per favore. Brrr che freddo.

Il mare era troppo incazzato per mostrarci le balene, lo canta anche mio padre “ventu quannu ti incazzi mi fai paura”, quindi ce ne siamo andati da Husavik. La mattinata è passata, il vento si è calmato ed oggi ho fatto il bagno nella terra, sembra un paradosso, ma non lo è, non c’è nessuna iperbole in questa frase. Ci siamo bagnati nella Terra, ecco, con la maiuscola rende meglio l’idea. Spengo la torcia. Chiudo la penna. Buonanotte.

The lanes were silent
There was nothing, no one, nothing around for miles
I doused our friendly venture
With a hard-faced
Three-word gesture

(The Smiths - I Started Something I Couldn't Finish)
 
 
                 
 
       

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