Attualità e Viaggi

DAY 7 03/10/2017 La zolfo è la nostra radice

La regione del Myvatn ci fa riscoprire tutti i colori dell’Islanda
di Mattia Antico \ 17-11-2017 \ visite: 736
Islanda

 
Mi sento riposato, così mi sveglio tranquillamente prima del tintinnare del telefonino. Ho poggiato la testa su di un letto vero, non capitava da giorni. Il caldo, il cuscino morbido, la tranquillità e… il cileno che russa. Vabbè sono i compromessi dell’ostello.
Vado in bagno, mi sciacquo i denti e mando due messaggi in famiglia per far capire che sono vivo.
Sì, avevamo bevuto, il giusto per dire cazzate, ma poco per rischiare di dimenticarle. Abbiamo promesso a due canadesi di andare con loro per uno sterrato pericoloso e solitario. Il problema in realtà non è tanto la pericolosità, quella è secondaria, si può gestire con taniche di benzina e una buona scorta di cibo e coraggio; i punti cruciali sono due: su tutti la questione tempo, seguire loro rovinerebbe i nostri piani e dovremmo saltare tappe obbligatorie di un viaggio in Islanda; la seconda è la questione “boria”, onestamente fare uno sterrato solo per girare dei video mentre guadiamo i fiumi mi sta sui coglioni altamente. Ora bisogna parlarne con il collega, lo conosco da una vita, non credo si farà dei problemi.
“Oh Pù, buongiorno…”
“Ciao Luca! Senti…”
“… Mattì co’ quei due non ci andiamo, se no ci tocca saltare Husavik e il lago!”
Basta poco. Problema risolto.
 
Andiamo in cucina a fare colazione con caffè e un po’ di frutta. Scopriamo nel breve che gli amici Canadesi si sono cacati sotto per il meteo e faranno un altro giro, cioè lo sterrato che dovremmo fare domani pure noi. Per fortuna la vodka e il whiskey non hanno fatto i danni previsti.
Lasciamo l’ostello, mettiamo in ordine la macchina e giriamo la chiave. The Smiths. Porca troia.
 
Islanda
 
Decidiamo sin da subito che dormiremo ad Husavik, così da andare a vedere le balene l’indomani. Nella nostra dimora possiamo arrivarci tranquillamente in serata per cenare e dormire. Ora il grosso obiettivo è tutto ciò che ruota attorno al Myvatn, il quarto lago naturale d’Islanda, ad un centinaio di chilometri da Aukureyri.
Arriviamo in zona e notiamo subito un ragazzo intendo a riempire una tanica di benzina per il suo Super Jeep, chissà se toccherà anche a noi domani. Intorno al nostro Jimny una palese instabilità geologica fa sì che il paesaggio cambi ad ogni angolo, circumnavigare il Myvatn vuol dire vedere un pezzo di terra quasi sempre differente. Come ad esempio il bellissimo campo lavico che ci porta su di uno squarcio di lago blu ciano. Il gioco continua ad essere il solito: fare il giro del Myvatn, seguire le strade che lo circondano e vedere la splendida avifauna, oltre al notare subito questo fascino aspro e quasi ultraterreno. Di quest’ultimo caso ce ne accorgiamo nella parte est del lago, dove andiamo a visitare la grotta Grjòtagjà, per intenderci quella dove Jon Snow e Ygritte copulano in GOT (che educazione a ‘sto giro), ecco, nell’acqua che fu culla d’amore per loro due non ci si può bagnare, contiene qualcosa che può far venire la cacarella, non che a noi ci importi molto, ma onestamente c’erano, in primis, troppi turisti e poi i giri oggi sarebbero stati lunghi, aggiungerci ulteriori capatine al bagno anche no grazie. Fatto sta che entriamo all’interno della caverna dopo aver superato una fila ordinata di Giapponesi, no, non abbiamo fatto i soliti italiani, cazzo, la fila era semplicemente inutile. Entrate per Dio, si può e ci si sta! Comunque, l’interno è magico, l’acqua riflette sulla roccia ed è semplicemente molto affascinante; bisogna muoversi con cautela anche se il rischio di cadere non esiste realmente.
 
Ci spostiamo di poco per andare a visitare Hverjall, un vulcano spento che in molti descrivono come luogo affascinante oltre che maestoso. Prima però vediamo un’aerea di servizio con il solito giochino del “paghi una volta, riempi la tazza quanto vuoi”, inoltre lo scontrino ha un codice a barre che apre il bagno sotto il vulcano. Non funziona. Ci avete sfidato. Noi scavalchiamo come fosse una metropolitana.
È ora di mettersi in cammino, sembra essere un trekking faticoso e lungo. Lo è. È stupefacente. Dall’alto si vedono tutti i colori di questa terra, capaci di concentrarsi intorno ad un lago. Il cratere, o “crepaccio” come piace definirlo al nostro amico Lorenzo, è grigio verso il nero, la sua maestosità ci da l’angoscia, ma non per forza nella sua accezione negativa, quasi come se fossimo troppo piccoli e troppo frivoli per stare lì in questa botta naturale e vera. Sarebbe superlativo utilizzare altri aggettivi, siamo qua in alto, ogni tanto passa qualche turista mentre noi attorniamo la bocca del vulcano per poi riscendere verso la macchina.
 
Islanda
 
La prossima tappa è il campo lavico di Dimmuborgir, non eccessivamente segnalato dalle guide, ma facile da raggiungere e molto piacevole da girare per il solito motivo che circonda tutta questa parte d’Islanda: il luogo contiene tutti i colori e tutte le sfumature della terra. Iniziamo con il muschio verde e finiamo con la roccia. Si sono create delle dune interessanti che decidiamo di cavalcare fino a quando ci rendiamo conto di non riuscire più a scendere, o meglio è più difficile che salire. In un modo o nell’altro tocchiamo la strada e siamo di nuovo in careggiata per l’ultima tappa prima che faccia buio.
 
Di Nàmafjall se ne è già sentito parlare, è un’aerea geotermale, quella del “seguite i sentieri segnalati se no vi si possono sciogliere le suole delle scarpe”. La ragione è molto banale e semplice: lo zolfo. Il fumo lo si può vedere in ogni sua forma. Può uscire semplicemente da una terra marroncina ed umida, urlare forte ed essere intenso mentre scappa da un cumulo di rocce oppure semplicemente da minuscole pozze d’acqua. Ci piace molto per ragioni familiari, mando un video a mia madre e mi sento rispondere con un audio da parte di mia nonna 93enne che, dopo avere più o meno capito la funzione di whatsapp, mi racconta degli anni ‘40 e della miniera marchigiana, del fatto che quell’effetto della natura non sia nulla di nuovo per i suoi occhi e di come riesca a sentirne ancora l’odore. L’emozione è tanta anche per questo motivo qua, come per Luca: suo nonno ha mantenuto la memoria storica delle nostre origini fondando un Museo nel nostro paesino sperduto ed ora, in Islanda, odoriamo e vediamo le nostre radici.
C’è un monte da scalare. Andiamo. Si scivola molto. Cazzo son caduto, non è che mi si scioglie il culo vero? Arriviamo in cima. Troviamo una coppia di italiani, lei qui per studio, lui per farle visita nel periodo finale del tirocinio. Due chiacchiere e qualche consiglio per il viaggio, ma il sole si abbassa ed è meglio tornare indietro, prima però qualche foto, il panorama è fatato, si abbassa ai nostri occhi e ci riporta su per farci seguire il fumo dello zolfo che fuoriesce dalla terra.
 
Islanda

Islanda
 
Siamo di nuovo in macchina e…
 
Shyness is nice, and 
Shyness can stop you 
From doing all the things in life 
You'd like to…
 
Porca miseria, comunque sì, la timidezza per fortuna mi impedisce di prendere a pugni questa radio, se no mi tocca pure ripagarla. Proviamo a ribellarci, ma non prende nessuna stazione.
Direzione Husavik, intanto prenotiamo il Whale Whatching per la giornata di domani, era una delle spese preventivate, non costa poco, ma avevamo deciso di farla da mesi. 
La strada si fa parecchio buia e, alla nostra sinistra, intravediamo un piccolissimo accenno di verde nel cielo, non riusciamo a capire se si trattasse di Aurora Boreale o meno, tempo di pensarci che è già andata via. La cosa strana succede verso nord, dove noi ci stiamo dirigendo, il cielo si fa rosso solo in un punto sulla nostra destra, un colore sempre più intenso e non può essere il tramonto. La magia di questo posto. No aspetta mi fermo a fare delle foto, è incredibile. Woooow quanto è strano zoèèèèèè. Avvicianiamoci. È UNA CAZZO DI SERRA! UNA STUPIDA SERRA! Ma porca miseria ci siam fatti fregare.
 
Husavik è estremamente piccola, loro la chiamano città, ma a Pontelagoscuro per andare da casa mia al Patchanka forse ci metto più tempo che finire questa “metropoli”.
Posteggiamo davanti ad un lotto di case, vicino ad un campo sportivo. Ammetto di essere in imbarazzo nel dormire qui, ma per fortuna ho un bravo amico con me: “eh non rompe i coglioni, non succede niente, al massimo gimo via!”. Siccome ha iniziato a tirare un forte vento con una leggera pioggia il posto viene confermato per la presenza di un camion che ci protegge dalle tenebre.
Ricreiamo la situazione giusta per cucinare. Gavetta. Gas. Zuppe pronte. Un po’ di curcuma e di curry. Finiamo le patate e il riso va’, che ci stanno. Forchette e si mangia. Oh, si manda giù perché le spezie fanno sempre magie e perché siamo affamati, ma le zuppe pronte fanno cagare, che sia chiaro.
Fa freddo, il vento continua ad esser forte e, con l’iniziare impetuoso della pioggia, comprendiamo l’impossibilità di dormire in tenda. Si dorme in macchina. Sacchi a pelo e cuscini ci sono. Tiriamo giù i sedili. Oggi abbiamo visto un bellissimo luogo, abbiamo riscoperto i colori di questa meravigliosa terra. Domani bisognerà correre un po’ per non rimanere bloccati in mezzo all’Islanda. Domani tocca alle balene. Domani sarà un gran giorno. Chiudo la penna e spengo la solita torcia sulla mia testa. Buonanotte. 

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