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#MeToo, testimonianze diretta da Ferrara
di Irina Aguiari \ 25-10-2017 \ visite: 860
MeToo

È spaventoso, ma non inaspettato, il numero di donne che si sono unite alla campagna di sensibilizzazione contro molestie e violenze sessuali simboleggiata dall’hashtag #MeToo (anche io). L’iniziativa è stata rilanciata dall’attrice Alyssa Milano su Twitter dopo l’esplosione dello scandalo Weinstein, ma la sua storia non è così recente. “Me Too” infatti nasce nel 1997 da un’idea di Tarana Burke, come organizzazione non-profit per aiutare le vittime di abusi e violenze sessuali.  Affonda, quindi, le sue radici nella solidarietà e nella sororità perché di fronte alla sistematica riduzione della dignità delle donne attraverso la cosificazione del loro corpo, le uniche parole che dovremmo pronunciare sono proprio “anche io”.

Nelle ultime settimane, queste cinque lettere sono diventate il simbolo dietro il quale tantissime esperienze personali sono state condivise. Quella che è apparsa come una passerella di dolore e sopraffazione deve essere piuttosto interpretata come un’arma per socializzare il dolore e trasformare quell’io, isolato e colpevolizzato da questa società patriarcale, in un noi solidale e combattivo. Un’unità che ha incluso chi ha deciso di rimanere in silenzio, perché è sfiancante dover dimostrare ad oltranza che la violenza di genere è un problema reale, diffuso e profondamente radicato nella nostra cultura e anche tutte le vittime di abusi a prescindere dal loro genere, perché la violenza sessuale è inflitta contro chiunque non corrisponda alla mascolinità egemonica dell’uomo bianco, eterosessuale, violento e virile.

Ferrara non è esente da queste dinamiche, tante donne e ragazze della città si sono unite alla campagna e hanno raccontato ciò che hanno subito sui mezzi pubblici, alle feste, per strada. Non perché le nostre vite e la nostra verità abbiano bisogno di essere rese pubbliche per avere valore, ma perché questa è la quotidianità che devi affrontare giorno dopo giorno se nasci con una vagina e perché sopravvivere a tutto questo non ci rende vittime, ma guerriere. 

Si comincia da piccole come racconta F. con “un compagno di classe che mi aveva insegnato che era normale essere palpeggiate” nella complicità silenziosa degli adulti oppure tornando dal lavoro, ormai donna: “appena mi muovevo, loro si preparavano per scendere insieme a me. Sono scesa e loro stavano scendendo dietro di me. Davanti alla porta del bus il mio ragazzo di allora. Sono risaliti immediatamente”. Come ricorda S. “essere seguita dopo aver parcheggiato l'auto alle dieci di sera dopo la palestra” o ancora, sul posto di lavoro quando “finisce l’incubo del turno faccio per uscire dalla mia postazione, ma il mio capo mi si piazza davanti, lo guardo, mi fa l’occhiolino, abbasso la testa e lo spingo con la mano per riuscire a passare. E mi arriva una bella palpata di culo” racconta V. Succede quando “a diciassette anni un tizio mi mise delle mentanfetamine in una bevanda e cercò di portarmi in un posto appartato. Provai a denunciare portando anche il tossicologico e finii io sotto processo” ricorda K.

Succede a F. nelle relazioni personali ed intime quanto diventi vittima di stalking con “appostamenti sotto casa, messaggi minatori, foto con peni vari” ma “la società semplicemente non lo riconosce. Succede anche a V. quando “mi sono lasciata convincere che non valevo niente, che qualunque sogno avessi seguito non sarei riuscita a raggiungerlo, che qualunque mio desiderio era una stupidaggine, che ero brutta grassa sciatta, che ci avrebbe pensato lui a dirmi cosa fare e non fare e cosa è giusto e sbagliato”. E infine, succede semplicemente online a S. quando rifiuti una richiesta di amicizia su Facebook e ricevi offese o apprezzamenti sessuali, “e in generale gli uomini che continuano a provarci quando tu continui ad inviare dei messaggi esplicitamente negativi per cui sei costretta a nominare un tuo più o meno reale compagno per fargli capire che non ne vuoi sapere. Come dire: della tua volontà me ne frego, mi fermo solo se sei proprietà di un altro”.

Conclude K. “trovo che l’iniziativa serva proprio a questo: a dare coraggio, a non far sentire sole le donne che devono lottare costantemente con un senso di abbandono, vergogna, paura e inadeguatezza”. Dietro a #MeToo c’è tutto questo. Ci sono le nostre vite. Soprattutto, ci sono le vite di tutte quelle donne che non possono più denunciare perché ridotte al silenzio per sempre e tutte quelle che non sono riuscite a farlo: sempre F. dice “mi sono colpevolizzata così tante volte. Alla fine ho capito che la mia non reazione era una sorta di arresa. Di disperazione. Di stanchezza. Perché non si può combattere sempre. Eppure quella resa mi ha fatta sentire morta. Come se avessero rubato una parte della mia anima, della mia rabbia. Forse per questo- più tardi- sono riuscita a riconoscere la molestia al di là della fisicità e a ribellarmi. Mi sono riappropriata di me stessa, da sola”.

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