Attualità e Viaggi

Lo spettacolo della vita va in scena alla World Press Photo Exhibitions

Visita alla mostra che ci accompagna in un percorso di scoperta della realtà che ci circonda.
di Giulia Masoli \ 30-09-2017 \ visite: 550
World Press Photo Exhibitions
“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.” L’articolo 21 della nostra Costituzione comincia proprio così, sottolineando quanto la libertà di espressione sia fondamentale all’interno di un sistema democratico come il nostro. Nonostante l’evidente correttezza della prima affermazione, manca, tuttavia, un chiaro riferimento alla libertà passiva, una sfaccettatura che risulta fondamentale per comporre il complesso quadro dell’informazione. Infatti, in questa nostra libertà e in questo nostro diritto di ricevere ed essere destinatari di informazioni, tutti ci ritroviamo immersi quotidianamente, in ogni singolo momento della giornata. E questo avviene non solo quando, distrattamente, ascoltiamo i pettegolezzi della vicina di casa, ma anche quando accendiamo la televisione, ascoltiamo la radio o, gesto sempre più comune, scorriamo con il dito la home di Facebook. Siamo perennemente circondati da una nuvola di notizie, siamo rasserenati dal pluralismo di voci e di fonti ma alla fine ci riscopriamo deboli e frastornati nel momento in cui ricerchiamo la verità, quella pura e semplice. E allora, cosa si può fare? Abbandonare subito i giochi convincendosi che il pensiero relativista sia la risposta che fuga ogni dubbio o proseguire nella propria ricerca? Nel caso in cui si decida di andare avanti è utile sapere che esiste un punto di partenza, un mezzo che trascende ogni parola scritta o pronunciata: la fotografia.
Sono proprio le fotografie le protagoniste indiscusse della mostra “World Press Photo”, in scena dal 29 settembre al 29 ottobre presso il Padiglione d’Arte Contemporanea. Ferrara ha quindi l’onore di ospitare gli scatti vincitrici dell’edizione 2017, ovvero le fotografie che, tra le oltre 80 mila esaminate, hanno convinto la giuria ad assegnare uno dei più importanti premi fotogiornalistici del mondo.
Una volta entrati all’interno del palazzo sono due gli elementi che colpiscono subito: le pareti bianche, che risaltano ancora di più le sottili cornici nere e i colori vividi delle foto, e il silenzio, nonostante il grande afflusso di visitatori. Il silenzio è facile da spiegare: è la risposta più spontanea (e forse anche l’unica) che l’essere umano può dare allo stimolo visivo che riceve durante la visita. In queste fotografie non esiste il mondo edulcorato che i giornali e la televisione spesso vogliono farci vedere, non esiste bontà e non esistono filtri per il sangue e la violenza. E’ tutto reale, talmente reale che risulta asfissiante. Un vero e proprio “schiaffo” alla nostra quotidianità occidentale, caratterizzata da relativa tranquillità e pace; un quadro triste della brutalità che ci circonda. La vita, vista attraverso gli obiettivi, si mostra in tutte le sue sfaccettature, dalla nascita alla morte, dalla guerra alla pace, dalla disperazione alla speranza. Sono proprio queste le magie che compie la fotografia: mostrarci, in maniera immediata, quello che mille parole non saprebbero farci nemmeno immaginare; coinvolgerci in un processo emotivo, farci sentire parte di una realtà che siamo abituati a vedere attraverso gli schermi.
Le fotografie appese ai muri sembrano prendere vita una volta sottoposte allo sguardo dello spettatore: urlano la paura silenziosa della bambina di Mosul o dei padri che tengono i neonati in braccio tra le macerie di Aleppo; urlano la forza di volontà di Lindsay Hilton che, nonostante sia nata senza braccia e senza gambe, pratica il CrossFit; urlano la voglia di libertà di una tartaruga marina impigliata in una rete da pesca abbandonata.
Urlano tante cose diverse e in una maniera talmente impressionante che non è facile convincere la propria mente che non si tratta di scene tratte da un film.
Sensazione che colpisce già alla prima serie di foto che hanno permesso di vincere il premio “foto dell’anno” a Burhan Ozbilici, il quale ha immortalato l’assassinio dell’ambasicatore russo Andrey Karlov. La dimostrazione del fatto che, la realtà, prima ancora che essere letta e spiegata, va osservata attentamente in ogni elemento, in ogni colore e in ogni movimento del volto.
Solo così risulterà, magari non del tutto compresa, ma perlomeno ricordata.
 

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