Cultura e Spettacoli

Live Report: White Lies

Un altro sold out per chiudere l'edizione 2017
di Alessandro Orlandin, foto di Sara Tosi \ 28-07-2017 \ visite: 329
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Attorno al quinto o sesto pezzo della loro scaletta, rivolgendosi al pubblico, i White Lies hanno raccontato di ricordarsi di quando suonarono la volta precedente a Ferrara. "Cos'era, il 2009 o il 2010?" ha chiesto Harry McVeigh al bassista Charles Cave, salvo poi aggiungere che l'altra volta erano "outside" (in piazza) e stavolta no, perché erano su un palco all'interno del cortile del Castello. Non so se sia una buona notizia passare in otto anni da piazza Castello al Cortile - in genere alle band che passano per Ferrara sotto le Stelle, quando va bene, accade l'esatto contrario - né se lo sia il fatto di suonare esattamente come nell'occasione precedente. Come una band che punta su un filone preciso - quello di un indie-rock che strizza l'occhio agli anni Ottanta - e di fatto non fa granché per muoversi da lì. La buona notizia è che la loro presenza è valso un altro sold out al Festival nell'ultima data della stagione 2017 e di fatto tutti se ne sono andati contenti: band, organizzatori e fan. 
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All'epoca del loro primo passaggio ferrarese - luglio 2009 - suonarono col sole ancora alto di fronte a un pubblico che già iniziava a squagliarsi dal caldo in attesa dei Bloc Party. Erano praticamente dei debuttanti ("To Lose My Life" era uscito da qualche mese) e impressionarono per pulizia del suono e capacità di stare sul palco. Quasi un decennio dopo la loro scaletta ferrarese ha incluso 7 pezzi (su 17) dell'album di debutto, malgrado nel frattempo ne siano stati pubblicati altri tre, compreso "Friends" (ottobre 2016). Quasi tutti fatti a pezzi dai settori della critica più severa (es.: Pitchfork, Drowned in Sound, Slant, NME) e promossi da quella più morbida. Che McVeigh e compagni puntino di più al coinvolgimento in stile pop non si è capito solo dal ricorso ai vecchi cavalli di battaglia, ma anche dai ripetuti incitamenti al battimani e al cantato dei fan. Il frontman, decisamente più sicuro di sé rispetto al passato, ha cercato spesso l'intesa col pubblico, accogliendo tutti con aperture alari in stile "vorrei abbracciarvi tutti" o alzando il braccio destro dopo un riff in stile Alan Shearer quando la buttava dentro sui campi di mezza Inghilterra.
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I White Lies erano partiti con un sound cupo e dei temi decisamente in linea con esso ("To Lose My Life", "Death", "Farewell to Fairground"), mentre nell'ultimo album hanno infilato diversi pezzi pieni di melodie a base di synth che di sicuro hanno un certo potere ipnotico. Tipo "Take it out on me", "Hold Back your Love", "Morning in LA". Entrambi i generi comunque vengono apprezzati da una base di fan apparsa fedele e particolarmente preparata quando si è trattato di cantare assieme a McVeigh e scatenarsi in occasione dei passaggi più movimentati. Tra questi diversi over 40, categoria che non ci si aspetta di vedere per un gruppo del genere. Ma evidentemente i richiami ai Talking Heads e più in generale alla new wave parlano anche a quella fetta di pubblico.
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"Me li ricordo quando vennero l'altra volta - mi ha detto un amico (che non vedevo dal 2009, ironia della sorte) - ed erano stati perfetti. Stavolta la voce mi è sembrata un po' meno convincente". Non ne so quanto lui, quindi ho annuito. Mi dispiace solo per i tre che si sono presentati con la tshirt dei Joy Division, che magari si aspettavano un po' più di cupezza e invece hanno visto i White Lies divertirsi, sorridere e congedarsi con un "ci vediamo presto" dopo un'ora e mezza tecnicamente impeccabile. 

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