Cultura e Spettacoli

FFF – day 3: il magico mondo messicano di Carnesecchi e De Sarmiento

Due chiacchiere con i registi del bel documentario che ci porta tra la popolazione del deserto del Wirikuta
di Chiara Ricchiuti - Giacomo Borgatti \ 24-03-2017 \ visite: 708
Just Right Here

Negli ultimi anni, sembra che il cinema documentaristico stia tornando in voga, voluto sia dai registi che dal pubblico, alla ricerca spasmodica di storie vere. Durante la terza giornata del Festival, ad essere al centro dell'attenzione, anche a causa della cancellazione della proiezione serale, è il docufilm Just Right Here, realizzato da Simone Carnesecchi e da Tommaso Lusena De Sarmiento. La vita di un ex soldato che decide di intraprendere un percorso sciamanico.

Quali temi affronta il film?
Simone Carnesecchi: Il film è un’esperienza di vita vissuta attraverso gli occhi di una persona che fa le veci di una sorta di grillo parlante. Non parla mai in prima persona, racconta come dovremmo approcciarci ad una terra magica, come arrivarci, abbandonando le nostre certezze per poter comunicare e ricevere qualcosa da questo luogo. Il protagonista maschile ci ha raccontato un piccolo pezzo della sua vita precedente, in cui è stato per sette anni paracadutista nei corpi speciali dell’esercito francese. ha però capito che doveva cambiare, iniziando un percorso sciamanico tra Perù, Brasile fino al deserto di Wirikuta. Arrivato lì non è più riuscito ad andarsene. abbiamo voluto raccontare la loro storia e di come agiscono contro corporation canadesi, miniere, giganti.

Tommaso Lusena De Sarmiento: Il messaggio del film è cercare di intraprendere un cambiamento nel nostro percorso di vita. La storia accade in un momento in cui le terre sono state vendute a compagnie minerarie canadesi  e quindi si affrontano queste linee parallele, la storia di questo sciamano e di queste terre. Non una condanna, perché si cerca di comprendere anche il bisogno di lavorare degli operai ma, semplicemente, un'idea di cambiamento. E il deserto ti cambia, soprattutto se vissuto intensamente per 4 anni.

Quali sono state le difficoltà?
SC: La difficoltà è che parli di un argomento estremamente complesso ma anche di sentimenti ed emozioni. Quello di mantenere un filo logico è stato più difficile. Anche la difficoltà di esprimersi e capirsi in tante lingue diverse, dal francese all'italiano.

TL: La scelta di raccontare solo quella terra ha aiutato il racconto a circoscrivere sempre di più l’area del girato. Lo spazio ci ha aiutato tantissimo, ci si perdeva in questi orizzonti. Perderti è un secondo ma prima o poi ti ritrovi (ride).

Perché un’opera del genere?
SC: Non è iniziata perché volevo iniziare un film. E’ stato un percorso di vita e una volta che ho conosciuto queste persone e la loro protesta in questa zona difficile ho deciso di provare a mettere tutto questo in un film. Più che altro per far sì che la loro protesta fosse sulla bocca di tutti, che mi sembrava una cosa bella.
TL: All’inizio è stato difficile, le temperature arrivano fino a 60 gradi, però quando vedi quello che queste persone tirano fuori umanamente capisci che non c’è limite all’essere umano. Il film è nato per aiutare quelle persone, per capirle e per dare anche coraggio a chi fa cose simili in altre zone di questo mondo.

La situazione del documentario in Italia e nel mondo: che ne pensate?
SC: Io penso perché è il modo di vivere delle persone, tutti sempre vogliono sapere di più i cavoli degli altri.

TL: E’ anche un tipo di linguaggio narrativo che è cambiato. Tanto è vero che sempre di più anche nei film si raccontano storie vere. Il documentario nasce proprio per questo e speriamo che il pubblico di questa tipologia di prodotti aumenti, considerando che è quasi una cerchia ristretta, di nicchia. E’ anche un discorso legato alle possibilità, economiche e pratiche.

SC: Esatto, il fatto è che anche le produzioni sono sempre di più low budget e quindi il documentario va anche in contro a questa esigenza. Non ci sono i soldi e quindi vado con la macchina a mano e faccio un documentario.

TL: Ma spero sempre anche in un discorso più poetico (ride). Spesso molti film che vediamo sono bruttini, incassano un sacco di soldi e si pensa che sarebbe stato meglio farne un documentario.

Insomma, una notevole opera prima e seconda per due registi sicuramente da tenere d’occhio. Uno dei regali che questo Ferrara Film Festival ci ha consegnato in questa seconda edizione, assieme al bellissimo Still Life, film minimalista francese ambientato in un macello dalla fotografia impressionante. Purtroppo l’inconveniente serale ha lasciato comunque una piccola macchia sul buon andamento della manifestazione.

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