Arte e Letteratura

Ariosto e il suo Orlando

La mostra a Ferrara fino al 29 gennaio
di Valentina Chendi \ 05-01-2017 \ visite: 889
La battaglia di Roncisvalle

La battaglia di Roncisvalle
Arazzo in lana e seta
 

Chiudi gli occhi, immagina di entrare in una macchina del tempo che ti riporti al Cinquecento, alla corte degli Estensi di Ferrara, all’epoca in cui Ludovico Ariosto scrisse il celebre poema cavalleresco in ottave, diviso in 46 canti.

Un consiglio: se prima di mettere piede alla mostra vi sentite di aver dimenticato la trama del Furioso, non cercatela in rete. Perderete tutta la magia! Leggetevi piuttosto il racconto che ne fa Italo Calvino, e arriverete preparatissimi.
 
Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori
Ti ricordi di Angelica? Fugge all’inizio del poema e ciò scatena una serie di eventi che si intrecciano tra loro. Siamo all’epoca di Carlo Magno, e il labirinto del romanzo è costituito dal perdersi e il ritrovarsi dei personaggi, che come noi si trovano spesso ad un bivio, devono scegliere cosa fare un passo dopo l’altro. Studia con attenzione la sala più fotografata, quella con l’armatura di un cavaliere e attorno a lui, sulle pareti, gli studi realizzati sull’intreccio delle storie del Furioso. Vi stanno tornando in mente le letture del liceo, vero? Per evocare le donne del poema, determinate bellissime ed evanescenti, troverai la Venere di Botticelli, e poi Giuditta e la Minerva del Mantegna direttamente dal Louvre. I numerosi oggetti raccolti nella mostra sono pezzi unici e originali: troverai a pochi centimetri dal tuo naso il corno d’Orlando e una spada che ricorda la Durlindana, affreschi e arazzi con scene di battaglia simili a quelli che probabilmente Ariosto vedeva ogni giorno nelle sale Estensi, stampe di ogni tipo (c’è persino un’opera di Leonardo da Vinci!), il più antico elmo da giostra esposto lì, davanti al visitatore attonito.
 
Era come un liquor suttile e molle
La dimensione del meraviglioso è riprodotta nella mostra come nel romanzo: draghi, fate e giganti, l’Ippogrifo e la dimensione di favola del Furioso in cui grandi guerrieri lottano con mostri e bestie feroci. Merito della letteratura arturiana, una delle tante fonti di ispirazione per l’Ariosto, insieme alla mitologia classica (Ovidio, ad esempio). Non dobbiamo dimenticare che l’autore viveva nell’epoca delle scoperte geografiche, come ci ricorda la fantastica carta del Cantino esposta a Palazzo Diamanti. Inoltre, uno degli episodi migliori del poema che tutti ricordiamo è quello che racconta la follia del protagonista Orlando, il quale perde il senno e tocca ad Astolfo andare a recuperarlo sulla Luna. Quella è maggior di tutte, in che del folle/signor d’Anglante era il gran senno infuso;/e fu da l’altre conosciuta, quando/avea scritto di fuor: Senno d’Orlando. Ecco il passaggio in cui viene ritrovata l’ampolla con il senno di quel pazzo di Orlando, e la voce che ci guida durante la mostra ci spiega l’insegnamento più grande del poema (attenzione: SPOILER!): il Furioso parla di noi, della condizione dell’uomo che, spinto dal desiderio, agisce e definisce il proprio destino. E la follia è in ognuno di noi: in definitiva, siamo un po’ tutti come Orlando, che non è solo un eroe, un guerriero, un personaggio su un manoscritto, è capace di farci sentire tutti un po’ simili, anche noi del 2016. Infatti anche Machiavelli espresse il suo giudizio positivo dell’opera in una lettera esposta alla mostra, una mostra che si chiude con un’altra celebre opera cavalleresca, il Don Chisciotte di Cervantes.
 
 
Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio

Torniamo alla realtà. Ariosto ci fa credere che la storia di Orlando e Angelica sia legata alla nascita della casata degli Este. La corte che egli conosceva bene è fedele ad una serie di ideali e ad uno stile di vita elegante, e tutto ciò si rispecchia nel poema in una sorta di commedia umana, ben raccontata anche grazie all’ironia sottile del nostro Ludovico. Dal meraviglioso alla realtà storica di una città, quella di Ferrara, che vale la pena scoprire pian piano. Concludo con una provocazione: quanti ferraresi avranno visitato la casa del grande autore in via Ariosto 67? 
 
 
Si ringraziano i curatori della mostra Guido Beltrami e Adolfo Tura, e si ricorda che la mostra sarà presente a Palazzo dei Diamanti fino al 29 gennaio 2017.
 

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