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Di calcio femminile, di freddo, di SPAL, di crescita

Il settore femminile della SPAL e le sue piccole calciatrici
di Giulia Paratelli \ 21-12-2016 \ visite: 1229
Spal femminile
Foto di Giulia Paratelli
Un gran rumore di tacchetti si avvicina, sa un po’ di marcia ma, è una marcia disordinata, non a tempo, con un ritmo tutto suo. Infagottate in giacche blu spesso troppo grandi per loro, arrivano le piccole calciatrici della Spal. Sono tutte Under 14 ed il loro sogno è giocare a calcio.
 
Il rumore dei tacchetti cessa non appena entrano nel bellissimo campo sintetico di allenamento della Spal in via Copparo, il ritmo viene subito sostituito da quel “pum” sordo che solo un pallone da calcio fa.
L’allenamento è cominciato.
Un minuto dopo arriva Rebecca, giacca con logo Spal sul petto, scarpette con i tacchetti e pantaloncini corti, lei non allena, è la responsabile ma la voglia di scendere comunque in campo non se la toglie di dosso.
“Abbiamo scelto la sera più fredda delle ultime settimane per vederci!” comincia così la mia chiacchierata con Rebecca Bottoni, ex calciatrice di serie A che adesso ricopre il ruolo di responsabile organizzativo del settore femminile di Spal.
 
La recente promozione in serie B della squadra ferrarese ha risvegliato nei cittadini il grande amore per il pallone e anche la Spal si è attivata creando un settore femminile per le sue piccole calciatrici.
“Le scuole calcio sono divise in categorie che vanno dai piccoli amici (4-8 anni) ai pulcini (8-10 anni) fino ad arrivare alla Primavera (17-18 anni). Ovviamente anche le dimensioni del campo e il numero di giocatori cambiano a seconda dell’età. Tutte queste categorie sono possibili in un contesto in cui il calcio viene praticato da migliaia di ragazzi e quindi per ogni età esistono circa 20 ragazzi per ogni squadra che poi fanno un loro campionato. Per le bambine tutto ciò è diverso. Secondo il regolamento le femmine possono giocare con i maschi fino ai 14 anni, quelle che decidono di giocare con loro quasi sempre vengono messe  in porta un po’ perché c’è l’idea diffusa che in porta siano più difese per il concetto di “non voler fare loro male” un po’ perché i bambini tendono a passare la palla ai loro amici maschi.
 Io stessa da bambina volevo giocare a calcio ma dopo un paio di allenamenti decisi di cambiare per passare al tennis perché nella squadra femminile in cui giocavo all’epoca io avevo 11 anni mentre le mie compagne 30 e questo non mi faceva essere a mio agio.
Le bambine che vogliono giocare a calcio sono poche e spesso vengono convinte dai genitori a scegliere un altro sport per questo è molto difficile trovare tante ragazze dai 4 anni ai 18 per farci 7 squadre per ogni società!
Spesso nel femminile capita ciò che è accaduto a me: già a pochi anni giochi con chi ne ha quasi 40 con tutte le difficoltà che ci possono essere.”
 
“Pum” arriva un pallone e subito partono un paio di passaggi in cui finisco coinvolta anche io nonostante il freddo, i vestiti e le scarpe non adatti a questo. Ci sto prendendo gusto.
“Sai, sono stata di recente a Lugo, dove giocavo in serie A, mi dicevano che negli anni ’80 quando hanno cominciato a lavorare col settore femminile non esistevano nemmeno le divise per le ragazze, ci si doveva adattare a giocare con le maglie dei maschi, poi, con gli anni sono arrivati a vincere la Coppa Italia! Ci vuole perseveranza e pazienza in generale ma credo che qualcosa nel calcio femminile si stia muovendo, sono fiduciosa per il futuro e credo che la società Spal si stia impegnando parecchio per far conoscere e crescere il settore. Già le mie giocatrici sono scese in campo ad accompagnare i giocatori nella partita di serie B Spal-Carpi (partita del 3 ottobre 2016, terminata 3-1 per la Spal ndr) portiamo bene forse?
Di recente hanno partecipato alla Maratona Orlando, hanno letto un canto dell’Orlando Furioso a Palazzo dei Diamanti durante l’iniziativa di lettura no-stop di 40 ore consecutive. É stato emozionante vederle leggere oltre che essere un ottimo modo per far sapere in giro che c’è questa attività.”
 
Arriva un bimba verso di me, palla al piede, dribbla i coni sull’erba a tutta velocità, avrà 7 anni, un cappello in testa decisamente troppo grande per lei che quasi le cade sugli occhi ma non ha nessuna intenzione di fermarsi per sistemarselo. “Scusa!” mi dice quando mi gira attorno con la palla come se fossi l’ultimo ostacolo da evitare. Rebecca sorride, si vede che ci sta mettendo tutto in questo progetto. “lei ha tutte le qualità per diventare una vera calciatrice ma non dirglielo, non lo deve sapere ancora..”
Mi spiega che nel femminile si parla sempre e solo di dilettantismo, che anche se si gioca in serie A, non si percepisce mai uno stipendio sufficientemente alto da poterci vivere per cui le ragazze che giocano alla domenica di lunedì mattina devono alzarsi e andare a lavorare nonostante la stanchezza e tutti i dolori del post partita. La disparità di retribuzione, sponsor, visibilità con il maschile è impressionante e se si pensa ad altri paesi del mondo dove il calcio femminile è riconosciuto e florido il divario si fa ancora più netto. “Quando ho iniziato a giocare non trovavo gli scarpini. In pratica Nike, Adidas e le altre ditte producevano gli scarpini per il femminile ma in Italia i distributori non li importavano per cui se avevi il piede piccolo tentavi con i modelli per bambini che però non sono in pelle ma in plastica e se invece volevi una scarpa professionale dovevi sperare di trovare il numero più piccolo possibile tra quelli da uomini e in un qualche modo arrangiarti. Se ci pensi sono tutte piccole cose ma che fanno capire come il calcio femminile non solo non venga incoraggiato ma anzi, venga spesso snobbato dagli stessi addetti al settore. Come glielo spiego a queste bambine che vogliono solo giocare? Spero che qualcosa si muova, noto che di calcio femminile si parla sempre di più, che i preconcetti stanno piano piano cadendo e mi sembra già un sogno vedere così tante bimbe venire ad allenarsi 2 volte a settimana in una struttura professionale come questa dotata di tutti i comfort.”
 
Il freddo vince, io devo gettare la spugna e chiedo a Rebecca di accompagnarmi verso la struttura per finire il discorso al caldo.
Passiamo di fianco a Samantha Clemente, la giovanissima allenatrice della squadra, sta impartendo le direttive per il prossimo esercizio le bimbe la osservano impettite e attente avvolte nelle loro giacche oversize. ”Sai, lei ha 26 anni, ha alle spalle una carriera calcistica in serie A e adesso vuole rendere la sua passione per il calcio il suo lavoro. Ha già conseguito diversi attestati per poter allenare e questa esperienza nel settore giovanile della Spal di certo le tornerà utile per raggiungere il suo obiettivo.”
 
Entrando nei corridoi dello spogliatoio ci imbattiamo in un signore che ha tutta l’aria di aver passato tanto tempo in quell’ambiente, vede Rebecca, le allunga la Gazzetta e sorridendo in modo beffardo le dice “Conservalo questo, non capita spesso!” Il titolone dice che l’Inter ha vinto l’ultima partita disputata, fatto molto raro di questi tempi, la sua espressione del resto, parla da se. Essere interisti è sempre dura, di questi tempi ancora di più ma, questa è un’altra storia.
 
 

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