Cultura e Spettacoli

Due chiacchiere con Lella Costa

Una costante ricerca di immagini e idealizzazioni per turbare l’animo dello spettatore
di Elia Brunelli, 5F \ 02-12-2016 \ visite: 639
Lella Costa
Foto: Mismaonda
Si presenta così, Lella Costa. Con un sorriso sincero che di volti ne ha visti tanti e pochi ne ha lasciati indifferenti. La location non è delle più sfarzose, giusto il tempo per scambiare due parole quasi come con un’ amica di vecchia data… non dovevamo neanche farla questa intervista; nobile concessione di una donna profonda, che vuol dare a tutti la possibilità di esprimersi per capire in maniera più approfondita ciò che ci è vicino. Basterebbe anche questo umile gesto per introdurre la persona di cui andremo a parlare.
Entriamo nel camerino, non sicuramente quello di un attrice di Hollywood, quello di un artista che agisce sotto voce, che ti lavora dentro e di cui tu nemmeno conoscevi il nome. Sembrava di conoscerla da una vita, con le sue teorie, le sue idee a cui molto più spesso noi dovremmo pensare, ma le narrava con una semplicità disarmante quasi contagiosa.
Quando la mia professoressa mi ha detto: ” Andiamo a intervistare Lella Costa", la mia risposta è stata: ”  Va bene proff. però mi deve dire chi è...”. Andandomi a documentare per svolgere l'incarico  nel miglior modo possibile mi sono imbattuto in un animo combattivo e determinato nell'affermazione dei propri diritti.

Al giorno d'oggi lei sente realizzati questi dirittiI?
Rivolgendomi un sorriso mi interrompe dicendomi: “ queste battaglie  che ho intrapreso le ho fatte per tutti, non per me stessa, in quanto sono una persona estremamente fortunata nel poter fare ciò che ho sempre desiderato” – e di seguito – “io provengo da una generazione che ha lottato tanto per questo, ovvero per consegnare alle generazioni attuali anche delle conquiste da difendere, oltre che delle conquiste da fare. Fa molto piacere vedere che ci sono delle persone giovani che cercano di avvicinarsi a questo mondo, studiando dalla storia”.
 
Quindi ritiene di aver lavorato in un mondo in grado di soddisfare le sue aspirazioni maggiori?
“ Questo non lo posso valutare con esattezza perché il teatro è un’arte molto più immediata, se hai successo la gente ti viene a vedere, altrimenti no. Hai un riscontro diretto nel mondo del teatro a differenza, per esempio, del cinema dove può passare anche un anno dalla pubblicazione di un film e tu nel frattempo ti sei già dedicato ad altro. Io ho sempre cercato di adottare un mio punto di vista, di battermi per una mia necessità etica, di avere una mia posizione e di non farmi scivolare le cose addosso…questo è quello che ho cercato di trasmettere. C’è un esigenza quando Sali sul palcoscenico ed è una cosa che senti nell’aria, ovvero il parlare a tutti; questo spettacolo tratta principalmente di migranti, ma riguarda anche noi, perché il confine è veramente sottile e questo fenomeno non cesserà mai e si può affrontare in due modi: il primo è costruire i muri per non vedere queste persone, mentre il secondo è cercare una fratellanza difficoltosa e non senza conflitti”.

Il titolo di questo spettacolo assume un significato molto forte, con la scritta “human” cancellata da una riga nera. Da dove il motivo di questa scelta?
“ Questa barra vuole negare ciò che è l’umanità da un lato, ma dall’altro vuole anche interrogare, come a voler chiedere fino a che punto siamo disposti a tollerare che i nostri diritti ci siano negati, fino a quanto vogliamo spostare quest’asticella, quali sono i paletti che noi riteniamo inviolabili e che ci dividono da umani a disumani. Quello che facciamo è uno spettacolo, che non è rivolto a fare la lezioncina, bensì a smuovere qualcosa all’interno delle persone, per turbarle e inquietarle, ma sempre con il sorriso, indubbiamente l’arma più efficace. Il teatro ha la stessa funzione della musica dal vivo, perché quando vai ad ascoltare un concerto c’è un’unicità assoluta in quello che si sta facendo, che non potrai vivere da nessun’altra parte; soprattutto in un mondo come quello di oggi, dove puoi filmare, registrare e fotografare tutto, una cosa cosi unica assume decisamente più valore ed è questo che il teatro cerca di trasmettere”.

L’immigrazione è un tema che ci riguarda molto da vicino, del quale leggiamo tutti i giorni. Che sensazioni le evoca vedere questi barconi carichi di speranza e dolore, sbarcare sulle nostre coste per quella che appare come la prospettiva di vita migliore per quelle persone?
“ Il fatto di vedere delle immagini ormai non ci basta più ed è per questo che le persone dovrebbero fare un tentativo di capire realmente cosa voglia dire scappare dalla propria casa. Ma se succede a me che domattina devo scappare da casa mia e in dieci minuti devo decidere cosa portare con me e cosa lasciare? Ecco, sono proprio questi piccoli esercizi di immedesimazione che la gente dovrebbe provare a fare perché solo in questo modo si può comprendere la sofferenza che provano queste persone. Quando non hai altra alternativa che rischiare il tutto per tutto perché è un forse che ti può salvare la vita”. 
 

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