Attualità e Viaggi

Algoritmi controversi

Come le grandi aziende informatiche puliscono la rete per noi
di Federico Branchetti \ 24-11-2016 \ visite: 941

 “Quando non sono trasparenti possono ridurre l’ampiezza dell’informazione, distorcendo la nostra percezione” ha detto ai Medientage München Angela Merkel parlando dei modelli matematici che i colossi della Silicon Valley usano per soddisfare le nostre esigenze online.
A due settimane da quelle parole, gli algoritmi sono tornati ad occupare uno spazio importante sui giornali con l’inaspettata vittoria alle presidenziali di Donald Trump: Prima che le schede finissero di essere contate decine di articoli ed editoriali hanno infatti cercato di giustificare il successo dell’imprenditore newyorkese, o l’insuccesso delle previsioni, parlando di una “esplosione incontrollata di notizie false in rete" e arrivando ad accusare Mark Zuckerberg, Larry Page e soci di aver deliberatamente appoggiato la campagna elettorale repubblicana.
Tralasciando il fatto che tutti i giornali, italiani compresi, hanno cavalcato e cavalcano bufale di ogni genere per intercettare parte dei profitti di chi le sciocchezze sui social le scrive per mestiere, quello della mancanza di un serio fact-checking negli algoritmi dei social network è in realtà un problema secondario.
Potenzialmente molto più pericoloso è il modo in cui questi sistemi utilizzano la profilazione (Un esempio qui) per agire sui feed, nascondendo agli utenti le informazioni che sono in contrasto con i loro punti di vista ed isolandoli così in una bolla culturale ed ideologica.
Il tutto non è poi così drammatico quando si tratta di rilevare ed utilizzare preferenze semplici per proporre pubblicità mirata, ma comincia a preoccupare quando l’oggetto in questione diventa politico: Come un utente che ascolta soltanto smooth jazz di fine anni ’60 continuerà a vedersi suggerita soltanto musica di quello specifico genere, un altro utente che ha simpatia per un movimento politico o addirittura per una particolare corrente al suo interno costruirà un like ed una condivisione alla volta un muro virtuale in grado di respingere tutte le idee diverse dalla sua e tutto quello che può minarla.

Facebook ha fatto quello che prometteva, unire le persone con interessi simili, senza accorgersi delle ombre che proiettano delle finestre sul mondo piene di pixel tutti uguali.
Il racconto dei media è fazioso per definizione, ma in edicola si può scegliere un giornale conoscendone la linea editoriale e la stessa cosa accade per la televisione che ci consente di cambiare canale. Invece, nascondendosi dietro ad un’artificiale neutralità e non accettando il ruolo di editori che di fatto hanno, motori di ricerca e social network mantengono una linea ambigua impedendo agli utenti di farsi un’idea sulla distorsione che, anche se involontariamente, producono.
Si fa così spazio la convinzione di poter conoscere una realtà oggettiva dei fatti legittimata dall’utilizzo di un mezzo ritenuto imparziale, in una spirale di posizioni sempre più estremiste e sempre meno legate ad un’analisi logica che tanto hanno a che fare con il tragicomico e poco con un dibattito democratico e produttivo.
Zuckerberg, per rispondere alle critiche, ha da poco annunciato una strategia in sette punti per contrastare la disinformazione sul suo sito, ma sembra voler colpire esclusivamente bufale e incassi di chi le diffonde: nelle sue parole nessuna intenzione di far scoppiare le confortevoli bolle che, come l’onnipresente blu, evocano sicurezza, affidabilità e serenità negli utenti.

Se, per declinare ogni responsabilità e difendere i profitti, si sceglierà di cavalcare soltanto l’emotività gli autori di Oxford Dictionaries avranno giustamente assegnato il premio di parola dell’anno a un aggettivo che indica come i fatti oggettivi siano meno influenti delle emozioni e delle convinzioni personali nella formazione dell’opinione pubblica: Post-truth, post-verità.

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