Attualità e Viaggi

La Kabul delle donne

Cosa rimane da fare in Afghanistan
di Chiara Ricchiuti \ 30-09-2016 \ visite: 813
lakabuldelledonne
Foto di Chiara Ricchiuti
Quando si parla di donne si deve sempre prestare attenzione a non perdere l’equilibrio, scivolando su un luogo comune o su quella che viene semplicemente scambiata per libertà e che, invece, non è altro che l’ennesima imposizione. Lo vediamo nella cronaca quotidiana del nostro Paese, sforziamo la nostra mente immaginando quello che può accadere nel resto del mondo.
Hijab si o no, come un tempo fu minigonna si o no, diventano temi caldi, di cui la cronaca si riempie la bocca, lasciando che l’esperto del momento possa dire la sua.

Horia Mosadiq, attivista afgana, durante il suo intervento “La Kabul delle donne” ha stupito i presenti accennando alla situazione femminile dell’Afghanistan, ma concentrando la discussione su un tema più ampio: i diritti umani. Perché ad oggi l’Afghanistan è considerata la nazione più pericolosa al mondo per le donne, che per anni hanno subito pesanti limitazioni, non hanno potuto frequentare le scuole e sono state sottomesse alle figure maschili dominanti. Anche se le libertà delle donne sono state mutilate, non sono state le uniche a dover modificare il loro modo di vivere. Durante gli anni Novanta, quando i talebani iniziarono a prendere potere, a Kabul chiusero i cinema. La possibilità ad avere un’istruzione era limitata e le persone iniziarono a sparire per i motivi più disparati, come il dialetto parlato o il quartiere di provenienza. Perché si parlasse della violazione dei diritti perpetrata in Afghanistan si è dovuto avere un segno di distruzione nel mondo occidentale. L’11 settembre 2001 ha dato il via, infatti, ad una serie di campagne contro la dittatura talebana, molte delle quali avevano come oggetto le donne, esempio dell’estremismo a cui alcuni miravano.

Gli effetti di questa sensibilizzazione si iniziano a vedere solo ora, con sei milioni di bambini, di cui circa il 35% sono femmine, che possono frequentare la scuola. Le donne di Kabul lavorano, possono diventare medici, ingegneri o ministri, poiché anche il governo afgano ha decretato le famose quote rosa, per cui i 25% dei parlamentari deve essere composto da donne. Quante di queste donne, però, sono realmente interessate alla situazione del Paese e a sostenere i diritti umani?
Purtroppo, conferma Horia Mosadiq, molte di loro non sono che fantocci nelle mani degli uomini, marionette che, dalla loro poltrona, osservano e riferiscono a chi di dovere, per dar voce ad un pensiero imposto da altri. Non è raro, infatti, trovare anche nelle alte cariche, come tra le ministre o le poliziotte, donne che portano in volto i segni delle violenze subite. Fortunatamente, molte altre parlamentari, così come le volontarie o anche coloro che lavorano in ambiti distanti da quello politico, lottano perché il Paese cambi, perché le limitazioni che oggi subiscono le donne vengano eliminate. Sono consapevoli che esponendosi rischieranno molto, probabilmente saranno messe alla gogna dai loro stessi famigliari, che le marcheranno come portatrici di immoralità e le eviteranno.

Se le donne iniziano a conoscere i loro diritti - grazie a numerose campagne di sensibilizzazione a loro indirizzate negli anni - gli uomini finora non sono stati istruiti e questo ha portato alla creazione di ulteriori fratture all’interno del Paese. L’obiettivo che le associazioni e le volontarie si pongono ora è proprio quello di creare altre campagne, stavolta indirizzate ai mariti, ai fratelli e ai padri, perché possano loro per primi difendere i diritti delle donne che hanno accanto. L’educazione della popolazione deve essere capillare, non può limitarsi alle città ma deve estendersi alle provincie e ai paesi isolati, perché si abbia la consapevolezza del ruolo della donna in quanto portatrice degli stessi diritti dedicati agli uomini.

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