Attualità e Viaggi

Sull’Erasmus e il razzismo

Riflessioni amare su un mondo sempre più xenofobo
di Valentina Chendi \ 10-07-2016 \ visite: 1006
say no to racism

Emmanuel Chidi Namdi, 36 anni, nigeriano richiedente asilo, è picchiato a morte a Fermo, in Italia, da un uomo italiano, un ultrà, fascista e razzista.
All’indomani del referendum inglese sulla Brexit, mentre moltissimi giovani britannici protestano per rientrare nell’Unione Europea, una marea di aneddoti razzisti vengono raccontati su Twitter da inglesi proRemain e stranieri nel Regno Unito: abbiamo votato Leave, quindi gli immigrati se ne devono andare, non li vogliamo.
Dagli Stati Uniti arrivano le notizie di alcuni afroamericani uccisi dalla polizia e delle conseguenti proteste.
Infine, durante il mese del Ramadan giungono le notizie dell’esplosione all’aeroporto di Istanbul, dell’attentato di Dacca e quello ancor più sanguinoso di Baghdad.

Stento a credere che questo sia lo stesso mondo in cui milioni di giovani, come me, hanno fatto e continuano a fare l’Erasmus, investono sul volontariato all’estero, sognano di diventare cooperanti, viaggiano ed espatriano. Stento a credere che questa sia la stessa Italia in cui ho insegnato italiano agli stranieri, pachistani nigeriani ucraini e gambiani tutti nella stessa aula. Non sono sufficienti i finanziamenti europei e le campagne a favore dell’integrazione, basta salire su un autobus di una qualsiasi città italiana per assistere a scene di odio verso la donna senegalese o il ragazzo marocchino. Abbiamo tutti paura di essere invasi, di essere derubati di qualcosa, dimenticandoci ovviamente il numero elevatissimo di connazionali che sono in giro per il mondo a cercare prospettive migliori: gli altri a casa nostra non li vogliamo, ma nostro figlio a cercare fortuna in Australia ci va benissimo. La xenofobia, poi, va a braccetto con il pregiudizio secondo cui l’albanese e il rumeno rubano, il senegalese stupra, il marocchino prega lo stesso dio dei militanti dell’Isis e così via. No, io non ci credo che questo sia lo stesso mondo in cui delle semplici borse di studio hanno dato la possibilità a me e a tantissimi studenti europei di viaggiare, muoversi, vivere, amare e stringere amicizie eterne con giovani di paesi diversi. Non può essere lo stesso mondo in cui un turco, una brasiliana, un italiano, una svedese e un ungherese vivono sotto lo stesso tetto, frequentano per un semestre la stessa università straniera, e studiano gomito a gomito allo stesso corso di lingua per poi andare a ballare alla stessa festa Erasmus. Il razzista non riconosce il fantasma della generalizzazione e della categorizzazione, secondo le quali tutti gli asiatici sono tranquilli e innocui, coloro che hanno tratti arabeggianti sono sicuramente dei terroristi e gli zingari rubano i bambini; il razzista crede a quello che gli viene detto senza approfondire, ha un bisogno disperato di un nemico da incolpare, verso cui lottare e di cui lamentarsi. Ma io, ai tempi dell’Erasmus, non ricordo nessun razzismo, nessun odio, nessuna paura del diverso. L’Altro aveva solo qualcosa da insegnarmi, e io ero disposta ad imparare. E come me milioni di universitari che oggi sono ancora in giro per il mondo a raccontare come l’Erasmus gli abbia cambiato la vita. Mi rifiuto di credere che un mondo che è capace di unire, accogliere e mescolare etnie diverse in pace, sia lo stesso in cui si uccide l’Altro perché ha la pelle nera e si costruiscono muri per tenere lontani i profughi. E no, non si tratta di buonismo, è chiaro che l’integrazione e l’accoglienza siano due cose complesse, ma sono necessarie, oggi più che mai. 

    Condividi questa pagina:

Altri articoli in Attualità e Viaggi