Cultura e Spettacoli

Live Report: Mogwai

Come dovrebbe suonare un'esplosione atomica?
di Alessandro Orlandin, foto di Sara Tosi \ 07-07-2016 \ visite: 1134
Considerato che sono in circolazione da ormai vent'anni, i Mogwai sono la classica band che non ha più un tubo da dimostrare al pubblico e alla critica. Fare post-rock per due decadi e continuare a essere rilevanti è già di per sé prova più che inoppugnabile della loro caratura. Per cui non sorprende che questo manipolo di quarantenni di Glasgow negli ultimi anni si sia dedicato a progetti musicali alternativi, come la realizzazione di colonne sonore. Hanno iniziato nel 2006 col singolare progetto di video-arte "Zidane: a 21st century portrait" per poi mettere la firma addirittura su una più tradizionale serie televisiva francese, "Le Revenants". 

D'altra parte lo ha detto lo stesso Barry Burns - polistrumentista della band - in una recente intervista a Vice: "Siamo sempre alla ricerca di cose che non siano la solita routine 'scrittura-disco-tour', per cui se c'è qualcosa che ci interessa lo facciamo". Così, ad un certo punto nel 2015, i Mogwai hanno deciso che mettere la propria musica su un documentario riguardante le conseguenze dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki poteva essere interessante. Così è nato "Atomic", album eseguito per intero durante la serata conclusiva di Ferrara Sotto le Stelle 2016. Accompagnato dalle immagini del documentario in questione, ossia "Atomic: Living in Dread and Promise", realizzato dal regista Mark Cousins. In sostanza si è trattato di una proiezione cinematografica in piena regola, con tanto di seggiole posizionate in piazza Castello, con colonna sonora eseguita sul momento. Va da sé che in un contesto del genere, con i musicisti tutti seduti composti al loro posto e nessuna interazione col pubblico, venga da chiedersi se è il caso di recensire il documentario o la performance musicale. 

E' presto detto: l'album sta in piedi benissimo anche senza il documentario mentre il documentario, senza la musica dei Mogwai, diventerebbe quasi insopportabile. Tanto da essere definito da Pitchfork (quindi gente che se ne intende): "an obtuse high-art music video". In effetti è così: a rendere suggestivo il maniacale collage visivo realizzato da Cousins (esclusivamente con materiali d'archivio) è il tappeto sonoro dei Mogwai, impeccabili nel rendere dal vivo le atmosfere che contraddistinguono il percorso narrativo in tre blocchi tracciato dal regista nord-irlandese. 

L'introduzione sognante di "Ether" lascia presto spazio all'angoscia di "Fat Man" e "Scram", usate per raccontare il bombardamento atomico del 1945 su Hiroshima e Nagasaki. "Bitterness Centrifuge" evoca in pieno la paura - fisiologica, ma anche indotta dalla propaganda occidentale - del dopo-Hiroshima, con la corsa agli armamenti, i video istruttivi degli anni Cinquanta à la Troy McClure su come preparare la propria casa in caso di attacco atomico e le proteste dei cittadini per un mondo senza armi nucleari. "U-235", col suo ritmo costante e ipnotico, potrebbe essere tranquillamente uscita dalle sessioni di Rave Tapes e non è detto che non sia così, visto che la maggior parte del materiale di "Atomic" i Mogwai lo avevano già in casa, solo da rifinire in neanche due settimane di lavoro in studio. La solennità di "Pripyat", quasi da marcia funebre, porta gli spettatori in Ucraina, nei dintorni dell'omonima città ucraina abbandonata frettolosamente nell'aprile del 1986 dopo il disastro alla centrale nucleare di Cernobyl. Ed è da qui che il regista segna una linea di demarcazione netta, tra il male e il bene, tra la distruzione - reale o potenziale (Dread, terrore) - e il progresso (Promise, sempre per stare sul titolo) in campo soprattutto medico, figlio della ricerca sulle particelle subatomiche. Ci pensano ampie parti di "Little Boy", "Roof" e "Are you a dancer?" ad accompagnare segmenti che sembrano usciti da vecchie puntate di Super Quark, ma senza Piero e Alberto Angela a spiegare di cosa si sta parlando. 

Il gran finale è affidato all'accoppiata da brividi formata da "Tzar" (forse il pezzo che più ha fatto venire la pelle d'oca ai fan dei tempi di Young Team) con tanto di viaggi a tutta velocità (ma non abbastanza per i gusti del bosone di Higgs) dentro il Large Hadron Collider del CERN di Ginevra e modelli atomici da scuole superiori, e da una reprise di Fat Man che conduce tutti prima sulla superficie solare - dove avvengono di continuo brillamenti che sprigionano quantità di energia equivalenti a milioni di bombe atomiche, poi su delle slide in cui si fa rapidamente il punto sul numero di vittime causate dagli ordigni atomici e sulla quantità di testate ancora esistenti sul pianeta. 

I Mogwai scendono dal palco di Ferrara sotto le Stelle dopo un'ora e dieci di esibizione, a titoli di coda praticamente conclusi, senza aver pronunciato nemmeno una parola. Il compito di fare "ciao" con la mano al pubblico di piazza Castello è affidato a Stuart Braithwaite e al già citato Barry Burns. Il pubblico applaude, fischia, qualcuno inizia col "fuori! fuori!", sperando anche solo in un inchino, ma l'unico ad apparire sul palco è il tecnico del suono a cui frega il giusto della fama riflessa della band per cui lavora. Per cui si torna a casa senza neanche un po' di fastidio all'udito, di norma uno dei marchi di fabbrica di casa Mogwai. Fuori dai cancelli c'è già un campeggio improvvisato formato da ragazze giovanissime determinate a essere in prima fila per il concerto della sera seguente (organizzato da qualcun altro) di Benji e Fede, idoli delle adolescenti di oggi. E se già state pregustando un accostamento tra i disastri del nucleare e un fenomeno del genere, siete brutte persone. 

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