Cultura e Spettacoli

​Ferrara Film Festival day 4

Giovanni Labadessa e Luca Severi, due talenti italiani emigrati negli Stati Uniti
di Chiara Ricchiuti e Giacomo Borgatti \ 05-06-2016 \ visite: 769
Michele Placido

Molti dei corti e dei lungometraggi presentati durante il Ferrara Film Festival sono produzioni realizzate da registi e attori giovanissimi, che portano sullo schermo il loro modo di fare cinema, usando linguaggi nuovi e sperimentando nuove tecniche. Alcuni di loro sono presenti durante le giornate del Festival per presentare le loro opere in concorso, prime italiane o mondiali. Tra questi abbiamo incontrato Luca Severi, produttore e regista del corto Scarner, e Giovanni Labadessa, produttore di The Lonely Italian. Entrambi giovanissimi, hanno lasciato l'Italia circa 10 anni fa e hanno scelto di lavorare nel mondo del cinema e dello spettacolo trasferendosi nell'occhio del ciclone: Los Angeles.

Qual è stato il percorso che vi ha portato negli Stati Uniti?

Luca: "Io sono veneto, un giorno ho avuto come un'illuminazione e ho deciso che avrei lavorato nello spettacolo, non che avrei fatto il regista ma che sarei stato in quel mondo. Il mio era un piccolo paese, per questo mi sono trasferito a Milano, in cui sono stato quasi 4 anni e dove ho avuto la possibilità di lavorare: ho iniziato nel mondo della moda, come documentarista, in televisione come assistente di vari registi, tutto mentre frequentavo l'università. Sono tornato a fare il documentarista e l'agenzia giornalistica per cui lavoravo decise di mandarmi a Los Angeles per espandersi. Una collaborazione si è chiusa entro sei mesi, ma che mi ha catapultato in un altro mondo. Ero lì, nel frattempo in Italia era iniziata la crisi e ho deciso di restare per vedere se si poteva fare qualcosa. Ho iniziato a muovermi e ho aperto una piccola società che lavorava come service anche per clienti italiani come la Rai, con cui ancora collaboriamo. Dopo ho aperto un'altra società, la mia casa di produzione, attiva ancora oggi, con cui ci occupiamo di produzione cinematografica a 360°, partendo dai documentari fino ai corti d'animazione. Tra i vari progetti, la collaborazione con Michele Placido".

Giovanni: "Sono originario del sud, vengo dalla Calabria, ma sono cresciuto in giro per l'Italia, tra cui Bergamo, dove ho passato molto tempo. Dopo due anni di università ho deciso che non era la mia strada e mi sono trasferito in America per frequentare un corso di cinema e lì è iniziata la mia avventura. Da questo corso sono passato altri fino alla UCLA, dove ho frequentato dei corsi di produzione, per capire cosa fare delle mie sceneggiature, e dove ho conosciuto quello che è stato il mio mentore e che dopo è diventato il mio writing partner, il regista australiano Boris Damast. Prima di rivolgermi a lui, avevo fatto il giro di centinaia di case di produzione proponendola semplicemente con "Leggetela per favore". Conservo ancora una mail di una casa di produzione tedesca che mi chiese cortesemente di smetterla di comunicare con loro! Dopo 1 anno dal nostro incontro ho deciso senza vergogna di mandarla a lui, che ci ha messo un mese per leggerla. La mia collaborazione con lui è iniziata nel 2007, lui stava lavorando su un progetto di identità italiana su Vivaldi e io avevo una sceneggiatura adatta. Mi stavo pagando il college facendo lavori atroci dissi ai miei insegnanti che avrei lasciato il college. Quindi ho lasciato l'università per ben due volte! Oggi collaboro con un'associazione che si chiama Mechanicks, lavoro come freelance, come scrittore e produttore creativo e abbiamo diversi progetti. Continuano ad assumermi come produttore, probabilmente perché la gente ha la tendenza di darmi moltissima fiducia, ma a me piace scrivere e preferisco fare quello".

Quanto è stato difficile all'inizio trasferirsi in un altro Paese e diventare una professionalità affermata?

Luca:"Il percorso dell'immigrato a mio avviso è molto personale, cambia per ogni individuo. Per me è stato difficile, in maniera diversa dall'Italia. Quando ho avuto l'occasione di andare fuori ero già diventato allergico al sistema di Milano, ho toccato con mano cosa significasse tentare di lavorare a 19 anni in Italia e non mi ci sono trovato. Sono stato accolto a braccia aperte a Los Angeles. Non ho avuto nessuna difficoltà ad incontrare persone che avessero fiducia in me, forse perché ho lavorato bene io o perché c'è più apertura. Lì non esiste il problema giovani, tu sei un professionista e basta, non importa l'età. Vi faccio un esempio: la prima volta in cui mi trovai a dover assumere delle persone misi degli annunci sui siti dedicati, ho compilato il modulo e inserito l'annuncio. Questo è stato bloccato e ho avuto delle segnalazioni dall'amministrazione del sito che mi intimava di cambiarlo, perché avevo inserito il range d'età e in America questo è un elemento discriminante. In Italia invece, anche se sono passati 10 anni, ancora oggi mi ritrovo ad affrontare questo scoglio. Non mi viene detto solo "tu sei giovane", non ti affidano i lavori perché non vieni considerato. Negli Stati Uniti, però, inizialmente sei considerato un extracomunitario, un immigrato. Sta a te farti valere come una risorsa e, se hai delle carte da giocare, non hai problemi a mostrarti come tale. Si parte da zero, partendo da produzioni piccole per poi andare in crescendo, c'è però moltissima competizione. Basti pensare che Los Angeles è una città da 12 milioni di persone e quasi 12 milioni di persone fanno cinema! È quasi difficile trovare un architetto. La grande differenza con l'Italia è che lì 
l'entusiasmo è tangibile, mentre qui manca del tutto".

Giovanni: "Sono arrivato negli stati uniti a 21 anni, senza esperienza di alcun tipo. Penso di essere stato estremamente fortunato, il mio mondo è cambiato dall'andare a scuola a sedermi al tavolo con Virginia Madsen (Joy, Number 23), o telefonare a Giancarlo Giannini in Italia per offrire una parte in un mio progetto. Quando ho venduto la mia sceneggiatura avevo 25 anni e non esistevo prima, non avevo partecipato a nessun concorso o altro. Mi sono trovato ad avere a che fare da subito con professionalità enormi e sono stato accolto come se avessi fatto quello da sempre. Le persone a cui è piaciuto il mio lavoro erano personaggi importanti da inserire in un personale curriculum, per questo pensai di tornare in Italia. Ho avuto privilegi immensi, ho alzato il telefono e, pieno di entusiasmo, ho chiamato tutti: Fandango, Cattleya..tutti! Ho partecipato ai meeting e mi sono reso conto di quanto fossi fortunato a vivere all'estero. Sono stato guardato con gli occhi pieni di finta tenerezza, come se fossi stato solo fortunato. Qui io non ho concluso nulla, per anni ho proposto le mie sceneggiature, non mi è mai stato negato un incontro e non penso che siano andati male, ma ti scontri contro questo muro di diffidenza perché sei giovane. Questa grossa diffidenza crea nei giovani delle sensazioni estremamente dannose, la consapevolezza che in Italia non si possa fare nulla. È una zavorra psicologica, perché ti convinci di dover volare basso. Mentre da noi ti chiedono il budget, ci pensano e valutano, non ti senti mai insultato o svalutato. Sono felice però di vedere che i giovani stiano venendo fuori da soli, stiamo vivendo un piccolo rinascimento in cui alcuni hanno scelto di parlare il loro linguaggio e fare i prodotti che piacciono a loro. Matteo Rovere (Veloce come il Vento), che ho incontrato personalmente, sta facendo questo, così come altri ragazzi, ad esempio Lo chiamano Jeeg Robot. Non è facile. Quando avevo 28 anni mi era stata commissionata una commedia per Massimo Boldi, e ho provato a rinnovare stile e linguaggio, per non ripetere tutto ciò che per anni era stato fatto. Ho proposto una sceneggiatura completamente originale e con un linguaggio moderno ma mi è stata bocciata".

Quindi avere un curriculum di spessore all'estero non aiuta?

Giovanni: " A me non ha aiutato. Anzi, è stato un fardello, perché ti da la possibilità di entrare nella stanza ma non sei rispettato come professionista. Mi è stato detto "ma stai tanto bene in America". È una cosa che non riesco ad accettare e come me altri giovani che oggi stanno buttando giù i portoni. Oggi ci sono strumenti di distribuzione fantastici e i prodotti riescono a venir fuori. Per questo il mio consiglio è quello di girare sempre, di raccontare una storia, senza fossilizzarsi sul budget, trovate il linguaggio che funzioni in base agli strumenti e alle possibilità che avete perché ad oggi ci vuole solamente il coraggio".

Luca ha invece la possibilità di lavorare anche con l'Italia, portando avanti diversi progetti.

" Per quanto sia entusiasta anche io di questo nuovo modo di fare il nostro mestiere, sono scettico sulla prospettiva. Il nostro settore si chiama Industria del Cinema: il 50% è cinema e arte ma il restante 50% è industria e questa cosa è quasi dimenticata in Italia. I progetti di successo che escono sono dati dal caso, dalla follia di alcuni produttori che si convincono di qualcosa che poi funziona, per particolari congetture sul mercato o culturali, si centra il tema del momento, e manca la parte di sistema, la strategia, che circonda l'aspetto creativo. Il sistema industriale è un sistema valido che riesce a replicare se stesso, che ha delle basi molto solide, per cui se un progetto va male si compensa con un altro, studiamo i pubblici innoviamo linguaggi e modalità. Io sono stato anche fortunato, dopo essere andato in America ho fatto due lavori per Dino De Laurentis, storico produttore italiano che lavorava all'estero. In uno dei nostri incontri ho conosciuto Aurelio e Luigi De Laurentis, che si stavano rinnovando, sopratutto nella parte marketing e mi hanno proposto di lavorare con loro. Io sono entrato dalla porta principale, ho avuto da subito a che fare con i più importanti attori registi e produttore del cinema italiano. Ed è esattamente così che nasce il rapporto con Michele Placido, che ho incontrato su un set 7 anni fa. Negli anni ci siamo sempre sentiti, abbiamo progettato diverse cose e qualche anno fa è venuto a Los Angeles per girare un corto su cui abbiamo lavorato insieme, Future Reloaded, presentato per una rassegna speciale al 70° festival di Venezia, , dove ho trovato il mio nome accanto ai giganti del cinema.

Com'è collaborare con una grande professionalità come Michele Placido?

Giovanni: "Placido una volta mi ha detto una cosa che mi ha sciolto il cuore " io la mia carriera l'ho fatta e adesso è il momento di fare la vostra. Qualsiasi cosa possa fare per spronare ragazzi come voi, lo farò". Questo è stato per noi molto importante. Vedere una persona che crede in te per qualcosa che gli hai fatto vedere è esaltante. Avere gente disposta ad investire su di te, che hai progetti, creatività e voglia di fare è bellissimo, molti registi e giovani italiani dovrebbero avere questa opportunità

Luca: Io faccio anche l'imprenditore avendo una casa di produzione e mi affascina l'aspetto economico industriale. Quando uno dice che si deve investire sui giovani la risposta che viene data è spesso è data dalla paura di perdere grandi cifre. Investire sui giovani non è affidare loro budget enormi, ma anche partecipare con piccolissime cose, che per un'azienda sono nulla. Il più grande aiuto che ho ricevuto da Michele Placido in tutti questi anni sono stati i suoi consigli e le sue opinioni. Potrebbe essere anche fornire un aiuto produttivo, come prestare uno studio o l'attrezzatura, oppure fornire dei contatti. L'invettiva e la fame dei giovani aiuta a trovare i modi alternativi per realizzarsi e attraverso piccolo investimento si può generare un enorme effetto domino".

Effetto che si è sviluppato per The Lonely Italian, film in concorso, finanziato attraverso una campagna di crowdfunding che ha raggiunto 35 mila dollari e che vede tra i donatori il regista di Star Wars Rian Johnson, e l'attore e presentatore Joel McHale.

The Lonely Italian ha trovato grande fiducia tra i finanziatori del progetto, ma come nasce?

Giovanni. " Tre anni fa avevo come coinquilino Domenico nesci, protagonista del lungometraggio, che si iscrisse a Tinder e iniziò ad uscire con ragazze conosciute online. I siti di appuntamenti hanno modificato lo scenario di relazioni con l'altro sesso, sia per l'uomo che per la donna. Abbiamo notato un fenomeno e abbiamo deciso di divertirci. Domenico viene da Mtv e radio Deejay, è un comico bravissimo, una persona estremamente divertente. L'abbiamo iscritto a qualsiasi sito d'appuntamento possibile e in America ne esistono 3600 diversi, (farmersonly, , gingerdaiting, talldaiting, lovemeloveemypet). All'inizio il mio giudizio era molto negativo sull'online dating ma mi sono reso conto che ha aperto le porte a mondi sconosciuti e 
ha facilitato gli incontri tra chi condivide passioni molto particolari. È un progetto ironico, una commedia molto irriverente, anche perché gli appuntamenti sono reali. Abbiamo girato per 9 mesi, accumulando una quantità di materiale impressionante per cui sono serviti 6 mesi di montaggio. 

Non abbiamo potuto non notare le bellissime magliette indossate da Domenico nel film. Di chi è l'idea?

"Quella è stata una gran fortuna perché un caro amico, Michael Scarpellini, anche lui trasferitosi da Rimini a Los Angeles, è il direttore creativo e il proprietario di Happiness, famoso brand d'abbigliamento, e ha voluto che Domenico indossasse le sue magliette".

Totalmente diverso il progetto di Luca Severi, Scarner, short doc che racconta l'antica usanza romagnola dello scannamento del maiale.

Luca: " Sono romagnolo di adozione e degli amici mi hanno invitato a partecipare allo Scarner, un momento che io conoscevo attraverso i racconti di mia nonna. Anticamente era una festa, in cui le famiglie si riunivano, uccidevano il maiale e finalmente si mangiava la carne, cosa rara in periodo di povertà. Il fatto che questa tradizione sia portata avanti da ragazzi giovani con entusiasmo doveva essere raccontato. Ho messo in piedi una piccola troupe, ho trovato una macchina da presa e ho iniziato a girare. È un progetto stranissimo, sperimentale e anti-mercato, che spero possa avere qualche valore artistico. Prendo in giro lo spettatore catapultandolo in un truculento horror che si rivela essere una festa tra amici. Partecipa al Festival nella sezione Emilia Romagna Film Makers, che prevedeva un progetto realizzato in questa regione.

Tornando a Calipso..

Giovanni: "Luca mi chiese, dopo aver scoperto che le mie sceneggiature erano in inglese, se avessi voglia di lavorare ad un progetto con lui, perché voleva raccontare una piccola porzione dell'Odissea. Follia pura. Il quinto libro, che narra gli anni che Ulisse trascorse con Calipso a Ogigia, sette anni di cui Omero ha raccontato pochissimo. Quello che ho trovato in questa relazione è una storia d'amore estremamente tormentata e forte nelle sue radici, la scelta che la vita di chiede di compiere nel momento in cui ti viene data l'opportunità di diventare immortale. Ulisse si trova davanti all'immortalità offerta dall'amore ma, alla fine, scappa perché non può mettere fine al suo viaggio. Il luogo in cui si svolge la storia è post apocalittico, 
Salton Sea, un lago che ha acidificato dopo due eventi: si è ultra salinizzato ed è stato inquinato dagli scarichi dell'agricoltura. Questo mix ha creato un ambiente invivibile per la fauna locale. Dacché questo luogo era un posto vacanza degli anni 50, in cui Frank Sinastra e James Dean andavano in vacanza, è diventato un luogo spettrale e abbandonato a se stesso, dove i pesci morti vengono ogni giorno trasportati sulle rive. Se penso a cosa possa essere l'isola di Ogigia per Ulisse immagino a questo luogo. Ulisse e Calipso sono naufraghi entrambi, lui fisicamente e lei naufraga di questo amore per lui da cui non riesce a venire fuori e che per lei è l'unica salvezza. Secondo me abbiamo avuto un'intuizione. Noi viviamo in un luogo in cui i rapporti sociali sono un po' confusi, dove la gente non vuole più innamorarsi e tutto è strategico. Io volevo scrivere qualcosa che sfaldasse completamente l'idea dell'amore com'è vissuto oggi, l'amore veloce, dove al primo errore si scappa. Ulisse è alla ricerca di quella vita che ti commuove costantemente.

Luca "vorrei aggiungere solo una cosa. A livello stilistico, dal punto di vista registico non sarà un film d'amore. Per me questo è un film sul compromesso, gigantesco per entrambi, naturalmente raccontato sul livello più coinvolgente, quello di una storia d'amore totalizzante."

Le riprese inizieranno il 26 giugno, dureranno circa 3 settimane (il set dopo sarà occupato dalle riprese del prossimo Mad Max), e vedrà come protagonisti due attori emergenti, lei svedese lui americano.

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