Cultura e Spettacoli

Il Jazz secondo Bollani

Prima del soundcheck al Teatro Comunale di Ferrara, abbiamo parlato con il pianista.
di Federico Branchetti \ 16-05-2016 \ visite: 1139
Bollani
Fotografia di Nicoleta Dracea

Enrico Rava, Richard Galiano, Paolo Fresu, Gato Barbieri e Richard Galliano sono solo alcuni dei grandi musicisti con cui ha collaborato, come la Scala di Milano e il Town Hall di New York sono soltanto due tra i prestigiosi palchi su cui si è esibito. Pianista e compositore di fama internazionale, Stefano Bollani, ha portato al Teatro Comunale di Ferrara Piano Solo, il concerto che nella sera del 14 maggio lo ha visto giocare in piena libertà con il pubblico e con la musica attraverso i tasti dei suoi strumenti a corda. Prima del soundcheck abbiamo parlato con il jazzista che, a poco più di sei mesi dall’uscita di Arrivano gli alieni, pubblicherà a fine di maggio il suo nuovo progetto musicale, Napoli Trip.
Come si è avvicinato al Jazz?
“Ho iniziato a suonare all’età di 6 anni, con l’idea di essere come Celentano, Ray Charles o Carosone, ma mal sopportavo la musica classica ed il modo in cui mi insegnavano il pianoforte dei grandi, fu una sofferenza. Per fortuna a 11 anni scoprì il Jazz, questa mistura molto interessante che alle orecchie suonava molto allegra, leggera, divertente e al tempo stesso raffinata. Non era una canzonetta e mi misi a studiarla; nacque in me la voglia di suonare la musica che mi aveva colpito, quella da improvvisare in ogni momento, quella con cui giocare dal vivo: ero felicissimo. Era il Jazz anni ’50, era Charlie Parker, era il pianoforte degli anni ’20 e ’30, metteva allegria. Crescendo ci si accorge che si può improvvisare anche su tante altre cose ma in quel momento pensavo di aver trovato la mia musica, la più bella del mondo.”
Com’è cominciata l’amicizia con Enrico Rava?
“Mi ha chiesto il numero di telefono, come si fa con le donne. Nel ’96, ormai vent’anni fa, era stato ospite di un gruppo con cui suonavo e poco dopo mi chiamò chiedendomi di suonare insieme: era un musicista che già da bambino ascoltavo molto per cui fu una bellissima sorpresa, per me era una star assoluta.”
Cosa l’ha colpita del Brasile?
“È una terra enorme e di conseguenza è piena di musica. Dai musicisti con cui ho collaborato ho imparato a conoscere i suoni delle grandi città come Rio, il choro e la samba, ma c’è così tanto altro da scoprire che vorrei tornarci in continuazione.”
Molti artisti tendono ad essere più conosciuti all’estero, perché? Pensa che eventi come Sanremo possano essere un buon mezzo per farli emergere anche nel nostro paese?
“In generale per chi fa musica strumentale l’estero è ideale, perché offre un pubblico enormemente più grande e di conseguenza molte opportunità. Ora conosco poco le scene locali, ma quando ero ragazzino se un musicista andava nella capitale francese era perché gli piacevano un certo tipo di suoni, se un altro sceglieva Amsterdam probabilmente era più attratto da cose più radicali, più fricchettone. Se uno voleva fare fatica invece poteva decidere di rimanere in Italia sapendo che sarebbe stato molto più difficile costruirsi poi una carriera internazionale. Ci sono riusciti in pochi, ed uno è Rava, che ad un certo punto ha vissuto a New York e poi a Buenos Aires. Diciamo che c’era la necessità di uscire, mentre adesso, specialmente grazie ad Internet e all’evoluzione della scena Jazz italiana non importa più, uno può vivere tranquillamente anche a Macerata. Sanremo è perfetto perché ti dà l’opportunità di farti conoscere da una platea enorme, ne sono stato anche ospite. Non è il massimo per il resto, perché una gara in ambito artistico e musicale è assolutamente senza senso.”
Faresti mai il giudice per un talent?
“Assolutamente no, non mi interessa proprio l’idea di giudicare qualcosa o di fare delle classifiche, perché con la musica si sprofonda inevitabilmente nella soggettività. Proprio due giorni fa è apparsa una classifica di Jazzit sul mio Facebook, l’ho subito rimossa.”
La musica commerciale secondo alcuni soffoca le novità, è davvero così?
“A cambiare la musica erano in pochi già nel 1700 e sono pochi anche adesso. Quanti cantanti ci sono al mondo? Se su Youtube cerchi quella parola ti appaiono milioni di risultati, ma non puoi aspettarti siano tutti quanti dei Mozart. Il fatto è che non riusciamo a fare il paragone con il passato perché ci ricordiamo solo dei più famosi dimenticando tutti gli altri. Non vedo perché ora dovremmo aspettarci qualcosa di diverso… Tra l’altro credo che in proporzione ce ne siano anche di più.”
Hai dedicato un disco a Frank Zappa, che cosa l’ha colpita in particolare?
“Il personaggio in generale; ha scritto canzoni, ha composto sinfonie per orchestra, ha fatto il rock diventando un idolo senza centrare nulla con quel mondo, e poi quel suo senso dell’umorismo… Mi ha sempre fatto impazzire perché nessuno, in nessun altro genere musicale, è mai stato così divertente e al tempo stesso cattivo. Il comico tipo ti fa molto ridere ma difficilmente se la prende con qualcuno perché potrebbe far arrabbiare una parte del pubblico e perderla: immaginiamo Crozza davanti ad una platea di destra. Zappa invece era cattivissimo e se la prendeva con tutti, i suoi fan lo adoravano mentre gli altri lo odiavano perché lui odiava loro cordialmente. Quando a 16 anni comprai Does Humor Belong in Music? perché mi piaceva la copertina non c’era Internet ed al primo ascolto pensai fosse il solito gruppo rock ’80. Poi cominciarono le vocine, le trovate… le cazzate, i rutti e mi dissi “Ma questo chi è?”. Ho sempre trovato tutto questo bellissimo: un uomo cattivo che usa l’ironia per prendersela con il resto del mondo, divertendosi.”
Il ritorno del vinile è passeggero?
“Non credo, ma non voglio fare il profeta. Anche se è stato sostituito prima dai cd e poi dalla musica liquida, il vinile è rimasto un simbolo per gli appassionati: riuscite a immaginarvene uno che tra 50 anni mette su un cd? Detto questo, le nuove generazioni sono più fortunate, ora potete ascoltare un coro africano con qualche tocco sul telefono mentre io, negli anni ’80, sarei dovuto andare fino a Londra per comprare un disco. Eppure molti, anche tra i giovani, si lamentano di poter avere con un click tutto quello di cui hanno bisogno a portata di mano. Io invece sono contento del progresso e sono convinto che saperlo gestire possa bastare.”
Molti pensano che fare musica possa essere al massimo una passione, che cosa consiglia ai giovani che vorrebbero farne un lavoro?
“In effetti la mia non è una professione, dovesse somigliare anche solo lontanamente a quella di un impiegato la cambierei immediatamente: ho scelto la musica per fare ciò che mi piace, senza padroni. A chi vorrebbe farne un mestiere consiglio di crederci e di spiegare ai genitori che non c’è lavoro per nessuno: Là fuori non stanno aspettando i musicisti come non stanno aspettando gli architetti, quindi tanto vale fare ciò che diverte di più. Un bambino, che al contrario degli adulti riesce a vedere più in là dei soldi, non avrebbe alcun dubbio.”
Che rapporto ha con Ferrara?
“Ho suonato al Jazz Club, tantissime volte in questo teatro, anche con Gianmaria Testa e la Banda Osiris… Poi, siccome da ragazzino andavo in vacanza a Lido degli Estensi, avevo un sacco di amici di Ferrara e già negli anni ’80 la conoscevo bene.”
 

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