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I pericoli del TTIP

Perché il TTIP e il TPP rappresentano una concreta minaccia alla democrazia
di Klejdia Lazri \ 06-05-2016 \ visite: 1268
TTIP

In data 2 maggio Greenpeace ha diffuso 248 pagine tratte da documenti segreti inerenti le trattative in corso sul Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP)
Equo Garantito, l’associazione di categoria delle organizzazioni di Commercio Equo e Solidale italiane, ha inoltre diffuso il testo “Free Trade vs Fair Trade: Perché il TTIP è il contrario del commercio equo”, nel quale viene spiegato in maniera chiara il modo in cui il TTIP, attualmente oggetto di negoziati, potrebbe influenzare l’economia europea e statunitense. 
La divulgazione dei documenti ha avuto un forte impatto mediatico, tant’è che il giorno successivo si è subito tenuto un incontro a Bologna, presso ExAequo Bottega del Mondo, che ha visto come ospiti Alberto Zoratti, presidente dell’ONG Fairwatch e coordinatore della campagna nazionale Stop TTIP – Italia, e Francesco Luca Basile, coordinatore del comitato locale STOP TTIP Bologna, i quali hanno dato vita a un interessante dibattito, cercando di fare maggiore chiarezza.

Il trattato riguarda “qualsiasi cosa abbia valenza economica” (merci, alimenti, servizi, investimenti), creando così la più grande zona di libero scambio del pianeta, con al suo interno circa 800 milioni di consumatori. Con questo accordo, Stati Uniti e Unione Europea gestirebbero il 46% del PIL mondiale. L’obiettivo principale di questo trattato è quello di abolire i dazi ancora presenti e le barriere non tariffarie, cioè le regolamentazioni, in particolar modo quelle del settore agricolo. Le restrittive regolamentazioni vigenti all’interno dell’ Unione Europea hanno finora tutelato i consumatori, garantendo un’alta qualità dei prodotti. Ma Stati Uniti e Unione Europea gestiscono in maniera differente il rischio: nell’UE esistono il principio di prevenzione e di precauzione, inseriti all’interno della Costituzione europea, eppure mai citati nei documenti segreti divulgati da Greenpeace. Secondo il principio di precauzione, se ci sono indici, anche non provati scientificamente, che fanno sospettare la pericolosità di un prodotto, la sua diffusione può essere bloccata finché l’evidenza scientifica non ne accerta la sicurezza. Negli Stati Uniti, dove viene preferito un approccio costi-benefici, affinché venga attuata una qualunque protezione nei confronti dei consumatori, deve essere provata scientificamente la pericolosità del prodotto o del servizio. Se tale evidenza non sussiste, il prodotto viene comunque commercializzato. 
Secondo quanto riportato dall’ONG Grain, citando i calcoli pubblici del Centers for Disease Control and Prevention in riferimento agli Stati Uniti, “ogni anno almeno 48 milioni di persone si ammalano per aver mangiato cibo contaminato (in pratica un cittadino ogni 6) e 3mila muoiono per le conseguenze. In Europa nel 2011, ultimo dato disponibile, sono state 70mila le persone che si sono ammalate per la stessa causa, e 93 sono morte. Dimensioni talmente lontane che non permettono di essere sottovalutate.” E’ importante quindi tenere conto della forte spinta, da parte statunitense, a introdurre nel mercato europeo prodotti OGM, pollo clorinato, carne contenente ormoni e antibiotici e pesticidi attualmente vietati dall’Unione Europea.

Ciò che il TTIP promette è un aumento del PIL dello 0,48% annuo. Non viene tuttavia specificato che questa è una previsione media, la cui attuazione si avrebbe a partire dal 2027. 
In uno studio pubblicato dalla Bertelsmann Stiftung si fa riferimento alla trade diversion, la distorsione di mercato, che comporterebbe un aumento degli scambi transatlantici e una drastica riduzione del commercio fra i Paesi membri dell’UE. Nel caso degli scambi fra Germania e Italia, per esempio, si avrebbe un crollo del 29%, mentre fra Germania e Regno Unito addirittura del 40%. Da ciò si evince che si assisterebbe a una ristrutturazione profonda del mercato, che causerebbe un aumento della disoccupazione e un crollo del PIL europeo, comportando la necessità per lo 0,5% dei cittadini (cioè per almeno 460 mila persone) di cambiare lavoro. Ancora più grave è il fatto che nel settore agroalimentare l’aumento del 60% delle esportazioni europee verso gli USA si accompagnerebbe a un aumento del 120% delle importazioni entro il 2025.  
Attualmente le esportazioni italiane vantano un surplus di 7 miliardi di dollari rispetto alle importazioni; con il TTIP si passerebbe a 800 milioni, quindi non solo si andrebbe in perdita, ma si assisterebbe a un’invasione di prodotti statunitensi a basso costo, cosa che farebbe sparire molti prodotti locali dal mercato, poiché i primi ad essere colpiti sarebbero i piccoli produttori e commercianti. 

Uno dei più inquietanti pericoli rappresentati dal TTIP è la possibilità di denuncia verso gli Stati qualora essi scelgano di emanare normative volte a tutelare l’ambiente o la salute dei propri cittadini, cosa che dalla prospettiva delle aziende potrebbe ostacolare o danneggiare il potenziale profitto derivante dagli investimenti fatti sul loro territorio. Ad esempio, se gli Stati Uniti scegliessero di investire in oleodotti nel Mediterraneo, ma l’Italia approvasse normative che non permettano le estrazioni nel suo mare al fine di tutelare l’ecosistema, gli Stati Uniti potrebbero denunciare lo Stato italiano e pretendere un risarcimento su quella che sarebbe stata l’aspettativa di guadagno. L’Italia si troverebbe quindi costretta a usare i soldi dei contribuenti per pagare le penali.
 
Per quanto riguarda la gestione delle controversie fra Stati e multinazionali, è stata prevista l’istituzione dell’ISDS (Investor-to-State-Dispute Settlement), strumento volto ad aggirare le corti nazionali ed europee, spostando così i processi presso le corti di arbitrato commerciale (cioè tribunali privati internazionali composti da collegi di tre membri, presso i quali il processo si svolge a porte chiuse e senza possibilità di appello), ogni qualvolta le multinazionali denuncino il fatto che i propri profitti e interessi siano stati danneggiati da leggi in materia di salute pubblica, ambiente e protezione sociale. La decisione dell’inserimento dell’ISDS è competenza esclusiva della Commissione Europea, istituzione non eletta, la quale attraverso il settore DG Trade porta avanti le negoziazioni tramite tecnici e funzionari. Il Parlamento europeo ha la possibilità di ratificare i trattati di libero scambio, ma solo a trattativa conclusa e con un approccio “prendere o lasciare”, senza poter partecipare attivamente alla fase dei negoziati. Sono stati in molti i deputati che hanno denunciato la mancanza di trasparenza del trattato e delle negoziazioni, ed è intervenuto addirittura l’Ombudsman dell’Unione Europea (Il Mediatore europeo che si occupa delle denunce contro le istituzioni e gli organi dell'Unione europea) la quale ha portato avanti una consultazione pubblica sull’argomento. 
Mai era successo che per un accordo di libero scambio si mobilitasse persino l’Ombudsman. Gli incontri che il DG Trade tiene con la società civile sono esclusivamente informativi, come spesso avviene con i meeting del Civil Society Dialogue. Da una ricerca svolta dal centro studi indipendente CEO (Corporate Europe Observatory) dei 154 meeting organizzati dalla Commissione Europea sul TTIP: 113 si sono svolti con le lobbies delle industrie (74%), il 12% con gruppi che si occupano di interesse pubblico (19), un altro 12% con altri e un 2% non identificato.

Il trattato viene tenuto segreto usando come giustificazione il fatto che l’Unione Europea può rendere pubblici solo i propri documenti, non quelli degli Stati Uniti. Questo escamotage non è riuscito a impedirle, davanti alle pressanti richieste sorte recentemente, di mostrare almeno i testi europei consolidati, dai quali si evince che vi sono ancora forti distanze negoziali, soprattutto in ambito agricolo. Vi sono quindi speranze che l’accordo non venga concluso, ma è importante che i cittadini si informino e pretendano di essere tenuti in considerazione, facendo sentire la propria voce e insistendo affinché i propri diritti vengano rispettati. 
Sarà necessario unirsi per far sì che non sia solo il TTIP ad essere fermato, ma anche il suo gemello TPP, sul versante Pacifico. E’ evidente come gli Stati Uniti, con questi due trattati, diretta conseguenza del NAFTA, stiano cercando di tutelare la propria economia, in opposizione ai BRICS, garantendosi la possibilità di spostare il proprio asse commerciale sull’Atlantico o sul Pacifico. Tali scelte potrebbero comportare fondamentali cambiamenti nell’assetto geopolitico e influenzerebbero il commercio internazionale.  Si sta quindi venendo a formare una società moderna spogliata di quella democrazia che l’aveva fatta avanzare rispetto alla precedente Lex mercatoria e si sta propendendo per una tutela crescente verso il privato, con la graduale eliminazione del ruolo degli Stati. 

E noi, in quanto cittadini, che cosa possiamo fare?

Il 7 maggio, a Roma, è prevista la prima manifestazione nazionale contro il TTIP. Il corteo si ritroverà alle 15 in Piazza della Repubblica, per proseguire fino a Piazza San Giovanni, dove si terrà il presidio serale. Numerose città si sono mobilitate per mettere a disposizione pullman che permettano a chiunque desideri essere presente alla manifestazione di raggiungere la capitale. 
Per maggiori informazioni:
Manifestazione del 7 maggio 2016: https://stop-ttip-italia.net/7-maggio/
Raccolta firme STOP TTIP: https://stop-ttip.org/sign
Facebook: https://www.facebook.com/StopTTIPItalia

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