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Unioni Civili e matrimonio: diritti e privilegi

Lettura critica della futura normativa Cirinnà
di Giulia Cabianca - Irina Aguiari \ 21-04-2016 \ visite: 1363
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Il 26 febbraio 2016 la Camera è stata chiamata ad avviare l'esame del c.d. DDL Cirinnà, in materia di regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze, già approvata dal Senato.
In quest’articolo parleremo delle Unioni Civili e tenteremo, con il contributo di Giulia Cabianca, di informare sul contenuto strettamente giuridico del DDL e, con il contributo di Irina Aguiari, di rendere note al lettore quali siano le rivendicazioni politiche sul tema.

Il DDL esordisce con una definizione di unione civile tra persone dello stesso sesso qualificandola quale formazione sociale costituzionalmente garantita. Il punto, a nostro avviso controverso, sta nel fatto che la Costituzione Italiana si pone da garante da una parte, all’art.29, della famiglia e dall’altro, agli artt.2 e 3, delle formazioni sociali ove “si svolge la personalità del singolo” cittadino.
Il DDL, tuttavia, non ricomprende le Unioni Civili sotto l’alveo della famiglia ma nella seconda categoria, più ampia, delle formazioni sociali. Questo aspetto, se dal punto di vista giuridico ha poca rilevanza, suscita notevoli dibattiti dal punto di vista politico. L’utilizzo preciso di questa definizione, infatti, ha il solo scopo di non equiparare i nuclei composti da coppie omosessuali a quelli eterosessuali declassandoli in qualche modo ad un rango inferiore di quello di famiglia, il cui concetto viene ridefinito nei limiti irrealistici della cosiddetta famiglia tradizionale.
L’Unione Civile verrà costituita tramite una dichiarazione dinanzi all’Ufficiale di stato civile ed alla presenza di due testimoni: esattamente “come” nel matrimonio! L’ufficiale di stato civile provvederà poi alla registrazione degli atti nell’archivio dello stato civile.
Viene di fatto realizzata un’equiparazione dell’unione civile al matrimonio senza però arrivare a definirla tale. E anche su questo punto, il ddl Cirinnà ha perso un’altra grande occasione: perché non istituire le unioni civili per tutte le coppie (etero ed omosessuali) invece che regolare le convivenze dei primi e non approvare il matrimonio per i secondi? È un modus operandi che lascia un po’ perplessi, perché in qualche modo sembra affermare che le coppie eterosessuali (che sono quelle “normali”) non abbiano bisogno di altre istituzioni perché possono accedere liberamente al matrimonio sia civile che religioso, mentre quelle omosessuali, (le c.d. “formazioni specifiche”), hanno necessità di un’istituzione ad hoc, stante il fatto che a loro il matrimonio non viene concesso.
Il testo prevede, una serie di diritti e doveri della coppia ed in particolare l'obbligo reciproco all'assistenza morale e materiale e alla coabitazione, alla contribuzione ai bisogni comuni, la possibilità di assumere un cognome comune o aggiungere al proprio quello del partner.
Si potrà ereditare dal partner o essere obbligati a versargli gli alimenti in caso di scioglimento dell'unione civile. Inoltre, lo straniero unito civilmente avrà diritto al ricongiungimento familiare e alla cittadinanza italiana.
L’analogia con il matrimonio è evidente, salvo un particolare non da poco: l’assenza dell’obbligo di fedeltà. Non è infatti menzionato quello che tradizionalmente è sempre stato considerato il caposaldo dell’unione affettiva italiana.
Si potrebbe aprire un grande dibattito parallelo su che modello sociale e di relazioni affettive e sessuali propina l’obbligo di fedeltà imposto per legge, ma non è questa la sede. Il fatto che tale obbligo non venga ribadito anche nella regolazione delle unioni civili sembra suggerire di nuovo l’inferiorità di queste ultime e delle coppie a cui sono rivolte. Se la fedeltà è considerata base fondante dell’unione tra due persone eterosessuali, il fatto che non lo sia altrettanto per due persone dello stesso sesso significa che per l’ennesima volta viene sancita l’inferiorità o, per lo meno, la specificità delle coppie omosessuali rispetto alla “norma sociale”. O peggio: si potrebbe affermare che quest’obbligo non venga imposto per la natura promiscua, instabile e quindi non esclusiva, infedele appunto, addebitata  alle coppie omosessuali.
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Le parti dell'unione civile inoltre hanno diritto di ricevere informazioni sullo stato di salute dell'altra parte e, in caso di decesso, possono decidere sulla donazione di organi, sul trattamento del corpo e sulle celebrazioni funerarie del partner.
E’ utile segnalare che, in presenza di alcune circostanze non potrà essere costituita l’unione civile. Si tratta delle “classiche” cause che impediscono di celebrare il matrimonio, ad esempio, la preesistenza di un altro vincolo matrimoniale o unione civile, l’interdizione di uno dei due e la condanna per reato perpetrato contro l’altra parte.
Anche qui, tuttavia, è presente una particolarità: a differenza del matrimonio, che può essere dichiarato nullo nel caso in cui vi sia una anomalia o deviazione sessuale dell’altra parte, l’unione civile in tale ipotesi non è annullabile. Questo passaggio ripropone esattamente le stesse questioni poste dall’obbligo di fedeltà. Innanzitutto, dovremmo interrogarci sulle definizioni di “anomalia” e “deviazione sessuale” le quali postulano il concetto di “normalità sessuale”. Di conseguenza tutto ciò che non corrisponde ad esse diverrebbe, per definizione, considerato deviante o anormale, anomalo. Senza approfondire questo punto della questione, le differenze sancite tra matrimonio eterosessuale e unioni civili omosessuali ribadiscono l’inferiorità implicita che si riconosce alle seconde.
Il disegno di legge omette completamente di disciplinare la genitorialità. Questo non significa che sia impossibile o vietata, bensì che sulla concessione dell'adozione al genitore sociale per i bambini che sono presenti nelle coppie omosessuali, avranno voce in capitolo solamente i giudici, dopo una valutazione caso per caso.
E’ necessario ricordare, tuttavia, che la Corte europea dei diritti dell'Uomo di Strasburgo, nell'ambito del caso Oliari, ha condannato il nostro Paese poiché “la protezione legale attualmente assicurata in Italia alle coppie dello steso sesso … si dimostra non abbastanza affidabile, in quanto” pone un ostacolo verso l’ottenimento del “rispetto della loro vita privata e familiare”.
Lo scopo principale di questa legge doveva essere, colmare quel vuoto che ci ha garantito la condanna da Strasburgo. Avrebbe dovuto risolvere il problema della carenza riconoscimento e della protezione legale non solo alle coppie omosessuali, ma soprattutto le famiglie omogenitoriali con particolare attenzione ai loro figli. Un’altra grande occasione mancata.
E’ importante rassicurare sul fatto che, pur essendo disorganico ed apparentemente non coordinato con le norme preesistenti, il disegno di legge contiene una cosiddetta “norma di garanzia”: una sorta di conclusione onnicomprensiva, ove si stabilisce che ovunque ricorrano nelle leggi  le parole «coniuge», «coniugi», «marito» e «moglie», la relativa disciplina si applicherà anche alla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. Significa che le parole "coniuge"e "unito civilmente" saranno considerati sinonimi.
In conclusione, con un decennio di ritardo sulla scena politica europea è approdato al Parlamento Italiano un testo di legge incompleto e inadeguato praticamente sotto tutti i punti di vista. Un testo che, anche se completamente privato della sua natura, non è riuscito ad unire le diverse formazioni partitiche.
Nessun riconoscimento dell’omogenitorialità, un vuoto legislativo persistente, una contrattazione al ribasso per tutte le coppie omosessuali italiane: una sconfitta per tutte e tutti.
Un ulteriore aspetto negativo che vale la pena di mettere alla luce, consiste nell’ideale dissimulato nel DDL. Lungi dall’essere una normativa che finalmente elimina il dislivello della discriminazione sulla base delle scelte di tipo sessuale, il DDL nasconde l’idea che l’Unione Civile altro non sia che un contratto, esattamente come la convivenza di fatto, disciplinata nel medesimo articolo. Questa idea sorge naturale sin dal momento in cui l’Unione Civile non viene considerata famiglia, bensì specifica formazione sociale, diversa, inferiore.
E’ deludente leggere nel testo del DDL che i due amanti sono definiti “parti” e “contraenti”.
Auspichiamo che questo sia solo un primo passo verso l’uguaglianza sostanziale nel nostro paese. Purtroppo, è un primo passo minuscolo e probabilmente più dannoso che benefico. Non si può gioire per una legge che non sancisce il matrimonio egualitario, che non riconosce le famiglie omogenitoriali e che non protegge i loro figli. La strada da percorrere è ancora molto lunga, soprattutto se l’obiettivo non è la concessione di un numero limitato di diritti, ma il riconoscimento culturale oltre che legale che in amore non esistono differenze. Di nessun tipo. 

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