Attualità e Viaggi

Ultimo sogno d'Africa

Prima parte
di Antonio Vergoni \ 30-03-2016 \ visite: 1321
elefante
Foto di Antonio Vergoni

Si narra che un dì un olandesaccio alto biondo e tosto vivesse a Città del Capo con quel che rimaneva di un'onorata famiglia di vinaiuoli caduta nel tempo in disgrazia.
Campava ora con la piccola madre a cipolle e patate ma aveva spesso vino buono alla sua tavola e resisteva con quel che gli rendeva la locanda ereditata dal padre, prematuramente morto per le troppe amanti. Con le stanze della sua locanda e tre sorelle di professione battone, George non se la passava poi così male fino al giorno in cui conobbe Elizabeth ed ebbero inizio i suoi guai. Lei un giorno era entrata alla locanda per un' informazione sugli imbarchi per l'Europa, lui l'aveva già vista davanti al locale, indecisa se entrare oppure no,visto il postaccio e poi in seguito varcare quella soglia prendendo  respiro prima di porre la domanda. Lui si era perso immediatamente, istantaneamente e semplicemente aveva visto la luce dell'amore rincorrere quella voce d'angelo. I suoi riccioli tradivano quegli occhi azzurri, la sua razza splendeva in un alchimia di perfezione e bellezza, così come sarà per l'incanto di quell'amore, inesorabilmente condannato dalla morale razziale a realizzarsi altrove. Tira in quell'epoca una brutta aria in città, stregoni cardinali aizzano prelati militanti che armati d'un sacro foco redentore scorribandano professando la purezza e condannando gli attentati all'integrità della razza. Il povero George c'era dentro fino al collo, moglie e lavoro erano in pericolo, la violenza intorno a lui aumentava, le fiamme purificatrici ogni notte portavano via qualcosa e qualcuno e quell'ultima luna piena d'inverno si presero anche la sua amata locanda. Il mattino seguente solo pitali ammaccati e cenere di legna e quella faccia d'olandesaccio muto a fissare ciò che era. Ora come ora, anche se con gli inglesi e le loro libertà le cose stavano cambiando, la sua comunità l'aveva messo sotto processo per commercio d'oscenità e con una donna di una razza vietata rischiava pure la galera. Arrivato in quel fondo di novembre, con l'estate ormai alle porte, in un pugno di giorni George prende la decisione: vende tutto quel poco che ha, acquista i biglietti per i suoi e sicuro di una visione si prepara ad affrontare il mare che in poco è certo gli consegnerà il suo sogno. Aveva appena la bianca aurora dato tempo al rilucente Febo di asciugare col calore dei suoi ardenti raggi le liquide perle dei suoi capelli d'oro*, allorchè l'Ultima Dea prendeva il largo dalla città e si preparava ad affrontare l'oceano dopo quell'immensa baia...

cape agulas

Quanto fumo fa, chi stride in un lontano clan -gor clan -gor clan -gor che rompe la pace della foresta? Sbuffi di fumo e sibili intermittenti si disperdono oltre il tetto tropicale della laguna. Knysna, " il luogo irraggiungibile"**, un paradiso terrestre nascosto oltre le Due Teste, le ciclopiche  rocce che chiudono sulla laguna all'oceano e a tutto il resto che per secoli ne è rimasto fuori. E dentro la natura a custodire il segreto nel cuore di quella bellezza con i suoi guardiani per eccellenza, gli elefanti della foresta. Ovunque lì intorno, padroni legittimi di quella terra vivevano lontano da quell'uomo bianco, terribile morbo che iniziava inesorabilmente ad infestare l'Africa. Lontani anni luce dal capire cosa fosse quello sbuffo ritmato da fastisiosi suoni e soprattutto perchè facesse quello che faceva, gli elefanti della laguna compivano la loro esistenza amministrando il loro regno insieme ai bufali, ai lupi, alle scimmie e ad antilopi d'ogni sorta, tutti uniti sotto lo stesso cielo, riuniti sotto il tetto dei maestosi yellowwood. Di questi giganti vegetali, uno, il più vecchio e alto, stava in un luogo sacro, dove tutto ebbe inizio e dove lui, Big Tree vegliava sulla sua fine. Monumentale fino a toccare le nuvole, arpionato a terra da gigantesche radici aeree e d'un colore che in luna piena abbagliava tutt'intorno. In quelle notti la foresta esplodeva di un animarsi bestiale e tra tutto quel vociare appariva e spariva anche quel suono alieno, quel che ora è diventato un metallico arrancare, nuvolette qua e la che si vedono bene anche da lì, oltre le fronde della grande pineta prima dell'entroterra. Quel treno punta dritto verso il sacro albero perchè è per di lì che passa il binario di George, sì proprio quel George, il nostro oste della malora, lasciato alle onde dell'Atlantico fino al passamano con l'Indiano, appena dopo il Cape Agulas. Da lì in poi, con le acque più calde e calme l'Ultima Dea aveva veleggiato sorniona fino al cospetto delle grandi rocce gemelle.

... to be continued...
 
 
 
 
 

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