Attualità e Viaggi

Abbiamo paura dei segnali stradali?

Le nuove reactions di Facebook
di Nicola Minelli \ 25-02-2016 \ visite: 1794
reaction facebook
Quando andiamo in un bagno pubblico, ci basta riconoscere l’omino stilizzato che rispecchia il nostro sesso per non sbagliare toilette. Allo stesso modo, quando guidiamo rispettiamo una serie di segnali che conosciamo e che sappiamo voler indicare qualcosa di specifico. In entrambi i casi, non ci troviamo di fronte a testi verbali, cioè a frasi come “se sei un maschio, questo è il bagno per te” o “alla rotatoria dare la precedenza”. Quelli che vediamo sono segni che ci facilitano nella comunicazione. E allo stesso modo funzionano le emoticons.
 
Vi siete mai chiesti allora come mai riusciamo a non sbagliarci quando vediamo una silhouette maschile su una porta? Quello che facciamo è associare una precisa forma a ciò che essa indica per la maggior parte di noi. In parole semplici un segno è qualcosa che sta per qualcos’altro, in qualche modo. Nella nostra vita, anche se non ce ne rendiamo sempre conto, ci troviamo costantemente impegnati nella ricezione e interpretazione di segni. Ora, semplificando e trascurando le teorie semiotiche, possiamo cogliere un carattere fondamentale di tutti i segni: la convenzionalità. Il segno, per essere tale, ha bisogno di essere segno di qualcosa per qualcuno, vale a dire, per un essere colto ed utilizzato deve essere condiviso e significativo. il significato quindi è un concetto, il risultato di una costruzione culturale e sociale.

Se in un bagno associamo una figura maschie a “toilette per uomini”, nel caso delle emoticons parleremo invece di metasegno, cioè è un segno che è diventato il significato di un altro segno. Mi spiego. La parola dell’anno del 2015 era una faccina che piange dalle risate. La faccina che ride è un metasegno perchè indica anche quale codice - cioè insieme di regole utilizzate per comunicare - si sta utilizzando: se sono ironico, ad esempio. E modifica fortemente il tono di un messaggio. Proprio per questo, sentiamo sempre più il bisogno di associare ad un nostro sms una faccina; per dichiarare il tipo di relazione che si vuole instaurare tra mittente e destinatario. Lo facciamo per un motivo fondamentale: sui social non condividiamo lo stesso spazio di enunciazione e non riusciamo a cogliere il tono della voce, l’espressione, la reazione dell’altro ad una parola che nella comunicazione interpersonale ci facilita a comprendere un messaggio.
 
Ma allora Facebook ha fatto male ad affiancare al “mi piace” le nuove reactions? Dal mio punto di vista assolutamente no. Si tratta di un’azione che sul piano comunicativo facilita a veicolare le nostre sensazioni e che ci permette di non essere fraintesi, meglio del solo “mi piace” che invece risulta paradossale in certe occasioni. Riusciamo così ad esprimere disgusto o rabbia più facilmente in un mondo - quello virtuale - che senza questi mezzi non ce lo permetterebbe. Invece che disumanizzazione, parlerei piuttosto di un tentativo di umanizzazione dei social, un tentativo di “ridursi” a misura d’uomo a testimonianza del fatto che il confine tra online e offline è sempre più inesistente.
La vera questione quindi non è se smetteremo di comunicare (perchè anche così lo facciamo) piuttosto se alle foto di gattini devo mettere “mi piace” o “love”.

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